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EDOARDO SANGUINETI TRA PATHOS E NOSTALGIA DEL FUTURO

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Interviste
Intervista con Edoardo Sanguineti
Per lo scrittore, la storia non deve solo fare felici i figli futuri,
ma vendicare le sofferenze dei padri
.
(a cura di Marina Giardina)


Edoardo Sanguineti
una mattina di fine settembre, il Caffè del Teatro Carlo Felice di Genova il nostro
rendez--vous. I poeti usano il cellulare, e gli “intellettuali organici” parcheggiano lì vicino. Da distante arrivano, rispondendo al mio saluto. Sembra che quei tavolini siano il suo ufficio. Viene da un’altra intervista. «Non faccio che rispondere» mi dice. Decido di non prendere appunti ma di ascoltarlo con curiosità, perché a quanto sembra lui “non ha letto tutti i libri”. Il pacco di giornali che ha sottobraccio dimostra che, al di là della rassegna stampa che si fa tutti i giorni, questo uomo ha ancora fame, ed è proprio questa la mia prima domanda:

D. Professore, alla luce dell’esperienza de I Novissimi prima e del Gruppo 63 dopo, dove c’era un'«avidità di informazione e di cultura», lei pensa che oggi i giovani abbiano fame di parole, di incontri? Cosa pensa dei giovani?

Vede, i giovani cominciano a seccarsi, un tempo noi avevamo fame perché non trovavamo i libri, libri come Proust ad esempio. Adesso in libreria si trova di tutto, e quindi è difficile sentire la fame quando si ha tutto. L’informazione poi, grazie alle tecnologie e al progresso si è allargata, ma io ora posso leggere tutto e il contrario di tutto. E allora la domanda è: Cosa devo fare? E allora lì c’è bisogno di incontro.

D. Ecco appunto, il desiderio di confronto, di scontro, Internet, la rete, dove del resto italialibri.net è possibile, sono secondo me, se usati bene e non in maniera distorta, il modo per trovarsi, per contagiarsi, come facevate voi durante quel periodo. In maniera epistolare, ognuno con esperienze diverse contribuiva in una stessa direzione, dell’apertura.

Certo c’è differenza tra cultura e informazione. La cultura non è solo nei luoghi tradizionali, anche se continua ad esserlo, le librerie, le biblioteche, come il cinema non ha soppiantato il teatro. Secondo me Internet non è da demonizzare. La cultura è più diffusa. L’altro giorno rispondendo a un’intervista mi chiedevano cosa pensassi di questi Festival della Letteratura o della Filosofia e io rispondevo «Sì, sono buoni perché», «No, non sono buoni perché», ecco, vede sta mancando uno sguardo dialettico e dinamico sulle cose. Questi Festival sono importanti per quella nuova diffusione della cultura che le dicevo prima, ma hanno anche un aspetto feticista «ho avuto l’autografo da», «ho stretto la mano a», e allora non fa differenza essere a un concerto di una rockstar o a una sfilata (con tutto che le potrei dire quanto grandi siano stati i Sex Pystols).

D. Mi viene da chiederle quindi, quale è il disordine da cui noi oggi dobbiamo uscire? Quale palus putredinis? Quali modelli?

La poesia deve rifiutare i modelli. Si continua a tornare all’ordine quando invece bisogna tornare a quel disordine. Certo c’è un’industria, c’è un mercato, del resto anche Virgilio scriveva per una corte.

D. Ma sembra che si scrivano solo cose gradite vero? Come ci fosse un’omologazione del sentire?

Le dirò di più, c’è la paura di esporsi, guardi come hanno trovato coraggioso il mio intervento al Campiello. Solo perché ritiravo un premio, dovevo tacere? Ma quale coraggio? Io sono così da sempre.

D. Ma litiga ancora?

Certo che litigo. Credo di aver detto le cose più terribili proprio ai miei più cari amici. Anche durante gli incontri del Gruppo 63 si litigava e poi si andava a bere insieme.

Mi viene in mente un passo che mi sono trascritta dallo Zibaldone e che volevo leggerle «Guardano e tacciono eternamente, se tu non rompi il silenzio se non hai il coraggio di essere il primo. Chi vuol vivere si scordi della modestia».

E si legga anche, ancora più feroce, quel pezzo sul ridere forte in mezzo alla gente, provi a ridere forte, vedrà ognuno penserà che stiamo ridendo di lui. Siamo più abituati agli spari che alle risa forti. È la paura di esporsi.

D. Professore, solo un’ultima domanda, ma è proprio vero che lei il lettore non lo vuole coinvolgere? Quando leggo i suoi giochi di parole, «NOI che diventa IO o diventa lei che dice NO», io comunque sorridendo sono coinvolta.

Senta, io penso di essere il poeta più patetico del '900 nel senso che il mio è un pathos del corpo.

D. Si, effettivamente la sua poesia è fisica: la carne, il suo decadimento, le sue glorie, le rughe...

Ecco, diciamo che il mio patetico è psicosomatico, lo dico tra l’altro in un verso di Laborintus citando (se si sa riconoscere) un pezzo dell’Estratto dell’Ars poetica di Aristotile compilato da Metastasio. Dico che quando Aristotile parla di passioni, di patetico non intende le «perturbazioni dell’anima» ma «le fisiche afflizioni del corpo». Quindi, corpo e mente, un’emozione controllata dall’intelletto. Allora sì, io il lettore lo coinvolgo così.

D. Senta, veramente per finire, so che lei da marxista non parlerebbe mai di nostalgia del passato, ma se intitolassi questa nostra chiacchierata per una nostalgia del futuro?, come volere fortemente che allora come oggi qualcosa possa essere?

Sì, mi piace come definizione, ma le citerò un pensiero di Benjamin dalle Tesi sulla filosofia della storia, in cui dice che la storia non deve solo fare felici i figli futuri, ma vendicare le sofferenze dei padri.

E qui sia io che lui qui ci emozioniamo.

Grazie Professore.

Mi mandi tutto quello che la vostra redazione ha scritto di me, vecchio e nuovo.

Vecchissimi e Novissimi?

E ora veramente ci salutiamo, il sole scalda ancora e ancora di cose da dire il maestro giacca e cravatta ne ha.

Mi aveva chiamato per avvisarmi che avrebbe ritardato di circa 10 minuti. Ai miei occhi rimarrà una persona educata, elegante, curiosa e, ancora e sempre, profondamente organica. Mentre stavamo chiacchierando ha chiamato la moglie, del resto in una delle tante interviste lui ha risposto che è la cosa più cara che ha. Tutte le persone che lo hanno conosciuto e lo ricordano in un libricino a lui dedicato in occasione dei suoi 70 anni, Inge Feltrinelli tra questi, si rammentano di lui impeccabile in giacca e cravatta mentre Ginsberg usciva nudo dalla piscina: lui, moglie e figli al seguito, non manifestava la minima sorpresa.

Non commuoversi di fronte alla sua dolcezza, né dimenticarla quando avrebbe detto le cose più dure. È successo proprio questo.

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 02 ottobre 2003
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http://www.italialibri.net - email: - Ultima revisione Sab, 20 mag 2006

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