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ROSETTA LOY, AUTRICE AMATA DA NATALIA GINZBURG, RACCONTA IL PROPRIO PERCORSO LETTERARIO

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Interviste
Intervista con Rosetta Loy
La lettura per entrare in contatto con il resto del mondo
(a cura di Paolo Di Paolo)


Rosetta Loy
ll’origine c’è un libro: un piccolo libro luminoso che si chiama
La bicicletta ed è, come ha scritto Natalia Ginzburg, «un sommesso bisbiglio corale». Di questo libro rimane subito impressa la voce, capace di rischiarare la vita anche nelle sue pieghe e trame più minute; la vita, che è fatta di memoria, di dettagli, di «ore eterne gocciolate», di felicità che ha suoni e colori, e occhi — dolci, stanchi, allegri — , e mani, e dita «che odorano di lavanda, che piangono e sorridono».
La voce di Rosetta Loy, limpida e inconfondibile, nasce da una grande passione per quella pazzia innocua e poco dispendiosa che permette di vivere molte vite diverse: la scrittura. È divertente l’idea che a questa passione — come accadeva a Calvino — la Loy si dedichi sempre di pomeriggio, perché al mattino — dice — «ho bisogno di uscire, di andare in giro». Una “scrittrice pomeridiana” che chiede alla letteratura una via di fuga dalla giornata del calendario con le sue scadenze, le sue monotonie. Tempi lontani: di stagioni e desideri che si consumano, attraverso cui riscoprire ogni volta il senso della gioia e del dolore, e scrutarlo sempre con occhi nuovi. «Rapida, essenziale, concreta; ma, come certi scrittori dell’Ottocento, si esalta — scrive Cesare Garboli — in quegli argomenti sui quali finiamo sempre col misurare, per abitudine, il talento dei romanzieri: l’amore, la guerra, i bambini, la morte». La memoria, dunque. Quella di Proust, e non solo quella. La memoria che, per Rosetta Loy, è anche storia, e insegna e ammonisce.

D. Quando ha cominciato a scrivere?

Il primo racconto l’ho scritto che avevo nove anni. A quattordici scrivevo dei racconti che leggevo chiusa in camera alla mia migliore amica (si chiamava Isabella). Ma a scrivere con costanza e metodo, e la ferma determinazione a diventare scrittrice, quella è avvenuta a ventiquattro o venticinque anni.

D. Quali sono gli obiettivi che ancora oggi si pone accingendosi a scrivere?

Nessuno, oltre quello di cercare di essere il più possibile coerente e sincera con me stessa. Scrivo perché non posso farne a meno, e niente mi piace più che inventare storie e trovare le parole per raccontarle. Perché mi permette di vivere tante vite diverse dandomi l’illusione di possedere la vita, quella che è stata prima di me, e quella che sarà dopo ancora. Di recuperare quanto sembra irrimediabilmente perduto.

D. Che peso umano, letterario e culturale in genere, hanno avuto nella sua formazione di persona e di scrittrice gli autori del passato (della letteratura classica, e di quella italiana e straniera)?

Immagino un peso determinante. Difficile per me valutarlo. Gli autori classici e non, italiani e stranieri, sono stati il magma che mi ha avvolto e ancora mi avvolge e da cui succhio continuamente il nutrimento. Continuano a essere la scoperta che può incantare il presente. Bisogna solo stare attenti a non farsi travolgere dal troppo amore per un autore e non diventarne la scimmia.

D. Si può imparare a scrivere? e a raccontare?

Sì che si può. Ma ci vuole costanza e autocritica (la cosa più difficile). Passione e anche una certa durezza nei confronti di sé stessi e degli altri. Spesso gli scrittori non sono simpatici proprio per questo.

D. Ha senso scrivere unicamente per sé stessi? E la scrittura può essere davvero un rimedio alla solitudine?

Sì. Ha senso scrivere anche solo per sé stessi, se questo ci piace. Ma in genere non piace, si desidera un pubblico che ci ama. Ci piace sedurlo. Gli scrittori sono quasi sempre dei narcisi. In quanto alla scrittura come rimedio alla solitudine, è molto meglio la lettura. Con la lettura si può immediatamente entrare in contatto con il resto del mondo.

D. Che giudizio dà sulla lingua italiana di oggi? Esiste una lingua letteraria ideale?

Non credo che esista una lingua letteraria ideale. Oggi c’è chi scrive un italiano chiaro e stupendo e chi lo storpia rendendo faticosa e poco gradevole la lettura. Io lavoro molto sul linguaggio anche perché mi piace, mi piace la musica e la limpidezza della frase.

D. C’è un viaggio nella sua vita che ama particolarmente ricordare?

No.

D. Il suo primo libro, La bicicletta, uscì nel 1974 con una nota di Natalia Ginzburg, una scrittrice ingiustamente dimenticata. Che ricordo ha della Ginzburg? e come la conobbe?

Non credo che la Ginzburg sia dimenticata. Non se ne parla molto ma la leggono ancora in tantissimi. Per me è stata una tappa importante, ancora prima di conoscerla, proprio per il suo linguaggio e la sua semplicità. Con il suo occhio di falco coglieva della vita i tratti più nascosti, e in qualche modo rivelatori. Averla conosciuta è stato molto importante, e l’ho capito tardi, quanto. Comunque ne ero sempre affascinata. L’avevo conosciuta per via de La bicicletta che le avevo portato a leggere.

D. In una lettera a «Repubblica», lei ha condannato di recente alcuni gravi (e volute) dimenticanze sugli orrori delle persecuzioni antiebraiche durante il ventennio fascista. Minimizzare l’orrore, liquidare le testimonianze di chi l’ha vissuto con una battuta: tutto questo è molto pericoloso. Lei che ha scritto un libro di grandissima importanza come La parola ebreo sul tema delle leggi razziali, come giudica questa tendenza (comoda) a voler dimenticare?

Si dimentica perché fa comodo, ed è criminale. E si dimentica per pigrizia, il che è stupido. La conoscenza di quanto è accaduto è infatti l’unico strumento che abbiamo per distinguere il luogo dove ci capita di vivere. È la bussola che ci permette di orientarci. Dimenticare l’orrore delle persecuzioni antisemite di questo secolo e il suo spaventoso finale può essere molto pericoloso. È come essere miopi e buttare via gli occhiali.

D. Attualmente sta lavorando a un nuovo progetto?

Sì. Ma credo che per uno scrittore sia impossibile fermarsi e dire: adesso basta. Questo può capitare solo appena si finisce un libro; ma poi subito si ricomincia. È una specie di malattia, o un vizio. Ci sono alcuni versi di Metastasio che mi tornano sempre in mente:

Favole e sogni io fingo
eppure in carte
mentre favole e sogni
orno e disegno
in lor, folle ch’io son
prendo tal parte
che del mal che inventai
piango e mi sdegno.

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 17 ottobre 2003
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