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FRANCO STELZER CON I SUOI RACCONTI RIESCE A TRATTARE CON UNO STILE SEMPLICE E SCARNO TEMI ALTI COME LA MORTE E LA FELICITA‘

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Interviste
Intervista con Franco Stelzer
«Se la mia è un’estetica del sublime, allora si tratta di un sublime grigio e respingente»
(a cura di Marina Giardina)


ranco Stelzer é nato a Trento nel 1956. Si é laureat
© Moscow House of Photography
Bambole senza guerre,
Valery Sirovsky, 1964
o in filosofia, con una tesi di letteratura tedesca che lo ha portato ad un primo soggiorno di due anni in Germania. Rientrato in Italia si é dedicato all'insegnamento e alle traduzioni. Da alcuni anni lavora come insegnante presso il consolato d'Italia a Friburgo (Germania).
Suoi lavori: Ano di volpi argentate (2000); Il nostro primo, solenne, stranissimo Natale senza di lei (2003), ed. Einaudi.

D. Dopo Ano di volpi argentate che aveva segnato l’esordio letterario di Franco Stelzer, autore trentino, nonché insegnante e traduttore, da pochi mesi, sempre per Einaudi, è uscito Il nostro primo, solenne, stranissimo Natale senza di lei.

Stelzer parla con gli odori. Nel primo libro gli odori dei vecchi in ospedale dove ci si può amare nelle solitudini paralizzanti e paralizzate, nel secondo odori di soffritti da condomini, ma anche memorie di dolori e distacchi forti come l’emozione delle prime gioie. Ed è questo a rendere la lingua di Stelzer una lingua “bassa” mentre parla dell’“alto”. Una scrittura che tiene insieme vita, morte e felicità, senza quasi mai nominarle, queste parole. Chiediamogli ed ascoltiamo da dove parte questa scrittura.

R. Sicuramente parte dal basso. Da un'attenzione che ho sempre avuto, fin da bambino, per tutto ciò che in qualche modo può respingere o suscitare disgusto, per ciò che è coperto da interdetto o è comunque considerato non attraente. Non tanto le cose sanguinose e truculente, ma quelle che, per definizione, non vengono guardate, o meglio ancora vengono rimosse. Mi è sempre piaciuto quando incontravo dei testi che riuscivano ad essere poetici parlando di cose come queste. Quando vivevo in Germania, per un periodo sono andato molto a teatro; per lo più spettacoli di autori bavaresi, come Achternbusch e Xaver-Kroetz. Lunghissimi monologhi, divaganti e scurrili, pieni di materia e poesia, recitati da attori - per lo più uomini - straordinari. Poi uscivo nelle notti gelide e ventose di Monaco e, andando a casa, pensavo che, se mai fossi riuscito a scrivere, l'avrei fatto immaginando che le mie parole fossero recitate da uno di quegli attori: uomini di mezza età, dal fisico segnato ma ancora forte, trasandati e ispirati al tempo stesso, crudi e poetici.

Nell'ultimo libro, poi, il “basso” è anche legato all'età del narratore, che è bambino, o adolescente, o al massimo giovane adulto. Ricordo come da piccolo rimanessi affascinato nell'osservare alcuni particolari fisici di persone anziane che ci venivano a trovare. I peli di nasi e orecchie, narici e lobi giganteschi, per lo meno al mio sguardo. In seguito ho provato una simile meraviglia solo quando mi è capitato di osservare il corpo di una persona morta. La prominenza quasi beffarda dei nasi. La voragine delle cavità orbitali. Sembra un gioco di parole, ma è proprio così: guardare dal basso significa anche, inevitabilmente, alzare lo sguardo verso l'alto.

D. In quest’ottica quale concezione hai del “bello”, del bello che mette in equilibrio, per rifarsi a Kant, è forse più vicino al sublime, all’inconciliabile?

R. Mettiamola così. Se la mia è un’estetica del sublime, allora si tratta di un sublime grigio e respingente. Niente cieli stellati o mari in tempesta… caso mai qualcosa di anonimo e seminascosto, l’abisso del grigiore e della vischiosità del quotidiano. Se poi esso riesca a trasmettere un «vivo sentimento della nostra grandezza ideale»… questo è tutto da vedere!

D. Nel primo libro c’erano le intimità di un viaggio in macchina, amori nati alla macchinetta del caffè, nel secondo estati al mare, zie burrose che insegnano ad amare, domeniche in famiglia ed eiaculazioni adolescenziali. Sentimenti universali che permettono che tu restituisca al lettore quella vita che appartiene a tutti. Sentimenti quotidiani, minimalisti per rifarsi a Carver, ma proprio per questo di gran condivisione. Realismo, ironia, favola surreale, a quale di questi elementi o ad altri ti senti più vicino e ti rifai?

R. A tutti assieme. Anche se mi rendo conto che la mia scrittura risente anche molto (più di quanto non pensassi un tempo) dell'oggetto di cui si occupa. E allora, ad esempio, scrivendo di infanzia, come nell'ultimo libro, non ho potuto non sentirmi condizionato da tutte le letture fatte sull'argomento nell'arco di tanti anni. Mi era impossibile sottrarmi ad una specie di tono Twain, di tono Sterne, Dickens, Salinger, Jean Paul, Ippolito Nievo, Alfieri, e così via. Nel primo libro, invece, credo si senta moltissimo l'influsso di altre letture, da Trakl a Rilke, a Büchner, un poco anche a Robert Walser ecc...

D. I Festival di Mantova, le Accademie di scrittura, le presentazioni dei libri, tu credi che un libro possa andare avanti da solo senza che l’autore lo “muova”? Mi riferisco al caso di Elena Ferrante e alla sua decisione di lasciar parlare solo la scrittura. Cosa ne pensi?

R. E’ paradossale, ma nel suo caso sono al corrente del fatto che lei non si voglia mostrare personalmente al pubblico; mentre di altri autori, sicuramente altrettanto validi, che però hanno deciso di accettare la normale logica dell’esposizione, non conosco proprio nulla, né i libri né altro.

Detto questo, è chiaro che, se si vuole continuare a pubblicare, almeno un poco bisogna vendere. Non mi sembra che da questo ci sia via d’uscita. E se foto e interviste possono aiutare il libro, io non mi sottraggo. Perché voglio poter continuare a scrivere, a interloquire con pubblico, critici ecc…

D. Vorrei chiudere con una frase del tuo ultimo libro che mi è piaciuta molto: «Ripararsi non ha senso». Da cosa?

R. Da qualsiasi cosa. Dal passato, per esempio. Inutile rimuoverlo o cercare di ignorarlo, perché ti assale da ogni parte. Credo che questo valga in generale per la scrittura. Non v'è alcun aspetto della realtà cui essa possa per definizione rinunciare. Mi pare che qualcosa di simile lo dicesse anche Carver. O no? E comunque, a voler un po' esagerare, si potrebbe dire che vale anche il contrario. Non credo vi sia alcun aspetto della realtà che possa presumere di esistere in modo sensato, senza che nessuno provi a scriverne.

Grazie per rispondere e non ripararti.

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 15 gennaio 2004
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