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LA PASSIONE PER LA LETTERATURA, I RICORDI E LE DIFFICOLTA‘ ATTUALI NELL‘ INCONTRO CON MARISA DI IORIO SULLA SUA PICCOLA CASA EDITRICE: EMPIRIA

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Interviste
Intervista con Marisa Di Iorio
«... la passione non si è spenta: rimane la voglia di fare bene, forse pure un poco di testardaggine»
(a cura di Paolo Di Paolo)


a scommessa di una casa editrice romana che ha avuto, tra i suoi autori, Anna Maria Ortese e Amelia Rosselli. E che ancora oggi fa scelte coraggiose. Ce ne parla il direttore editoriale, Marisa Di Iorio.

© Moscow House of Photography
Una casa editrice da oltre quindici anni nel cuore di Roma. Mi infilo in via dei Serpenti senza accorgermi di avere alle spalle il Colosseo: ed ecco via Baccina, di sampietrini e rampicanti sui muri rossi, a strapiombo sul Foro d’Augusto. La sede delle edizioni “Empirìa” (www.empiria.com) è al numero 79. «Da dieci anni il logo di Empirìa accompagna le nostre letture: ci ha aiutato ad attraversare gli anni Novanta, assicurando la sopravvivenza a tante pratiche di poesia e narrativa, sia della sperimentazione che della tradizione, che invece mode più garantite dal circuito massmediale sembravano emarginare nel limbo dell’inattualità», scrive un fine letterato come Giorgio Patrizi. Nel catalogo di Empirìa stanno insieme Apollinaire e Amelia Rosselli, Anna Maria Ortese e Joseph Roth, Elio Pecora e Nathaniel Hawthorne, gli Haiku e Guido Gozzano. «I libri pubblicati» si legge nella presentazione della casa editrice «si propongono come rappresentativi di varie tendenze, sia in Italia che all'estero, e sono scelti senza criteri pregiudiziali se non quelli rigorosi della dignità letteraria e della ricerca formale». A guidare questo progetto, ambizioso, è fin dagli inizi Marisa Di Iorio. Per passione. Una passione per i libri nata forse nella piccola libreria di famiglia, rifugio di un’infanzia ribelle attraversata su uno spicchio di terra in mezzo al secolo e al Mediterraneo. «Capri – mi dice Marisa – è il mondo dell’infanzia. Ma oggi è tutto molto cambiato, e soltanto la memoria può conservare le tracce di allora. D’altra parte è anche vero che le visioni di alcuni luoghi legate a un periodo particolare della nostra vita segnano fortemente la fantasia». Non ama sovrapporre la sua attività di scrittrice a quella di editore, ma è impossibile dimenticare il racconto di quegli anni che è diventato un piccolo libro, dolce e crudele come la memoria, Il sale dal cielo (Edizioni La Conchiglia, Capri 1998): «se ci affacciamo sulla scogliera dove i marosi si rovesciano selvaggiamente, e guardiamo i Faraglioni, giganti in mezzo al mare assediati da alte creste di schiuma, e il ribollire e gonfiarsi dell’acqua, proprio queste ondate possono – immagino – assalire l’isola e sollevandosi travolgere tutto, costringere come un tempo uomini e donne a fuggire sempre più in alto per salvarsi dalle acque su un estremo picco di terra.»

D. Perché un giorno ha deciso di lasciare Capri? che cosa l’ha spinta ad andare via?

Sono stata una ragazzina ribelle e insofferente, e il sogno ricorrente della mia infanzia era quello di emigrare in Australia. Coltivavo peraltro l’aspirazione di diventare psicanalista, e riuscirci mi sembrava impossibile in quella situazione e con quelle mentalità. Alla fine però scelsi di studiare lettere, tradendo le ambizioni adolescenziali. Mi sono laureata a Napoli in filologia romanza con Salvatore Battaglia, e sono arrivata a Roma dopo la laurea. Ho cominciato a lavorare nella redazione di "Nuovi Argomenti" collaborando a un’indagine sull’edilizia romana; poi ho insegnato nelle scuole medie.

D. Che ricordo conserva del periodo dell'insegnamento?

Non era ciò che volevo fare, ma ho sempre cercato di svolgere il mio compito al meglio. Quello che più mi piaceva dell’insegnamento era il rapporto con i ragazzi, mentre avevo estrema difficoltà con le autorità scolastiche. C’era spesso distanza e incomprensione.

D. Com’è nata in lei la passione per la lettura? e come è entrata nel mondo della letteratura?

Mia madre leggeva molto, ma il rapporto con lei non è stato molto facile, e proprio in fatto di lettura non sopportavo le sue proibizioni. Un parente di mia madre aveva invece una piccola libreria, e mi permetteva di prendere tutti i libri che volevo. Ho scoperto solo più tardi che il proprietario della libreria, il fratello di mio nonno, era anche editore, e questa è una coincidenza divertente. In quegli anni ho letto moltissimo, e già ai tempi del liceo ho iniziato a scrivere. Poco dopo il mio trasferimento a Roma ho fatto parte della redazione di una piccola rivista edita da Pironti, «Tempo di letteratura». L’idea partì da Angela Maria Giannitrapani, e la portammo avanti insieme con Dacia Maraini, che allora aveva pubblicato i primi racconti su «Nuovi Argomenti». In quel periodo ho conosciuto anche Alberto Moravia e alcuni scrittori la cui amicizia si è conservata negli anni. Il mio interesse per la letteratura dunque aveva radici lontane, anche se poi la scuola e la nascita delle mie figlie hanno naturalmente sottratto un po’ di tempo a questa passione.

D. Che cosa cerca nei libri? Che cosa chiede a un autore, da lettrice e poi da editore?

Credo che negli anni sia cambiato il mio rapporto con i libri. Da giovanissima divoravo i libri d’avventura; solo in seguito ho cominciato ad appassionarmi anche allo stile, ad essere attirata dalla scrittura in sé. A lungo sono stata incuriosita dallo sperimentalismo. Oggi chiedo ai libri di coinvolgermi, ma non saprei dire con precisione in cosa consista questo coinvolgimento. Come editore certo non posso dimenticare di essere anche e soprattutto una lettrice, ma cerco comunque di guardare ai libri con il maggiore distacco possibile. Mi è molto utile infatti consultare, prima delle scelte, il piccolo gruppo che compone il comitato di redazione, e un parere che mi sta a cuore è sempre quello di Giorgio Patrizi. Ma mi lascio anche guidare dall’istinto.

D. Come è nata, negli anni Ottanta, l’idea di fondare una casa editrice? Considerando i possibili rischi, che cosa l’ha spinta a fare questa scommessa?

È stato qualcosa di relativamente casuale. Nei primi anni Ottanta si è trattato di una semplice collaborazione a un progetto editoriale. L’esperienza mi coinvolse fortemente, e ho dedicato ad essa molto tempo e molte energie: mi occupavo persino di dipingere ad acquerello le copertine… Quando il progetto, per vari motivi, sembrò destinato a concludersi, non me la sono sentita di rinunciare a tutto. Così è nata Empirìa, un po’ per caso e un po’ per amore.

D. Con la pubblicazione di La morte del folletto, è nata una lunga amicizia e collaborazione con Anna Maria Ortese. Mi ha colpito molto – leggendo la splendida biografia che Luca Clerici ha dedicato alla grande scrittrice (Apparizione e visione, Mondadori) – questo vostro rapporto fatto di lettere, incontri, telefonate, e di sfoghi, anche, da parte della Ortese, che attraversava duri momenti di sconforto e di sfiducia verso gli altri e verso sé stessa…

...Mai però verso il suo lavoro di scrittura in prosa. La sua insicurezza riguardava piuttosto la poesia. La nostra amicizia, iniziata con la pubblicazione di quello straordinario racconto, si rinsaldò per i suoi testi poetici. Ero andata a Genova per un convegno sulla piccola editoria, e decisi di fermarmi a Rapallo, dove Anna Maria abitava con la sorella. Mi accolse con cordialità e affetto, e tempo dopo mi chiese se fossi interessata a pubblicare i suoi versi, giacché il suo editore, Roberto Calasso, sembrava incerto e temporeggiava. Sono passati però alcuni anni prima che l’idea della pubblicazione con Empirìa si concretizzasse, forse perché lei sperava che i suoi versi potessero uscire con Adelphi.

D. Come furono gli ultimi anni di Anna Maria Ortese?

Molto difficili, e per diversi motivi. Finché poté vivere con la sorella aveva la sua sicurezza d’affetti. È buffo che, pur essendo legatissima a lei, di rado la rendeva partecipe della sua attività letteraria. Ricordo la domanda che sempre mi rivolgeva la sorella al telefono: Ma che cosa sta scrivendo Anna Maria? Fu dopo la morte della sorella che la situazione si complicò. Era da poco tornato in Italia il fratello Francesco, che non era mai stato con loro negli ultimi decenni, e Anna Maria aveva un disperato bisogno di qualcuno che non la facesse sentire sola. Ricordo la paura di Anna Maria che il fratello si allontanasse; ricordo le sue telefonate: mi chiedeva di trovarle a Roma, o a Venezia, dov’era stata da giovane negli anni della guerra, una camera in un istituto di suore. Aveva il terrore della solitudine. Mi sembra di rivederla nella sua cameretta alla pensione "Anni azzurri", dov’era ospite dell’editore, seduta sul letto, con la macchina da scrivere sulle ginocchia, com’era sua abitudine…

D. Quali sono stati, dopo Anna Maria Ortese, i maggiori autori di Empirìa?

Sicuramente Amelia Rosselli. I primi libri di poesia furono di Vito Riviello e di Gianni Toti. Tra le collaborazioni più lunghe, quelle con Carla Vasio e Sara Zanghì. Poi Elio Pecora, Franco Loi, Emilio Villa, Daniela Attanasio, Bianca Maria Frabotta, Luca Canali… e anche gli stranieri, Robert Creeley, Meret Oppenheim.

D. Dopo il boom degli anni Ottanta, e nonostante l’interesse notevole del pubblico, sembra che oggi la piccola editoria viva uno stato di incertezza. Le grandi librerie, i mega-store, non riservano grande spazio ai piccoli libri di qualità. Come vede il presente e il futuro di Empirìa e della piccola editoria in genere?

Trovo che la situazione sia molto difficile: gli spazi per noi sembrano restringersi, la nostra attività si riduce e impoverisce. In libreria i titoli dei piccoli editori non hanno visibilità, le recensioni sono sempre più rare, il potenziale lettore non è messo in condizione di conoscere le nostre proposte. Ho molti timori. D’altro canto negli ultimi tempi sono cresciute e crescono sempre più vertiginosamente la richieste di pubblicazione da parte di autori giovani e meno giovani: da dieci anni a questa parte anche per Empirìa il numero di proposte è triplicato. E credo ci sia una ragione: nella civiltà di massa in cui viviamo l’individuo, schiacciato in una cultura indifferenziata, spesso reagisce chiedendo di essere ascoltato, di esistere parlando di sé. Questa è la mia spiegazione a un fenomeno forse più sociologico che letterario.

D. Tornando ogni giorno a questa scrivania, conserva ancora, nonostante tutto, la stessa passione e lo stesso entusiasmo di quando ha iniziato?

È diverso. Forse allora c’erano illusioni e speranze che oggi non esistono più. Però la passione non si è spenta: rimane la voglia di fare bene, forse pure un poco di testardaggine. Portare avanti con tenacia questo lavoro è anche il modo più naturale di fare i conti con i miei anni.

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 19 gennaio 2004
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