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NEREO LARONI CON L‘AMICO DI STALIN USA LA FORMA DEL ROMANZO COME VEICOLO DI UNA PIU‘ PROFONDA ANALISI STORICA SULLA RUSSIA RIVOLUZIONARIA

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Interviste
Intervista con Nereo Laroni
«...viviamo una stagione che non rende giustizia alla società civile perché essa non si esprime»
(a cura di Maria Antonietta Trupia)


Nereo Laroni
Nereo Laroni
on un accreditato ruolo di analista politico che gli deriva sia dal suo passato di europarlamentare quanto dal mantenimento di un confronto dialettico aperto sulla rivista di politica internazionale che dirige da parecchi anni, Nereo Laroni sceglie, per il suo esordio come scrittore, un tema che ha avuto ampie ripercussioni nella storia del ‘900. Il profilo dell’autore, impegnato tra l’altro nello studio della transizione delle repubbliche dell’ex Unione Sovietica, gli consente un personale apporto critico sui fatti che condussero alla fine dell’Impero zarista ed invita a stimolare la sua interpretazione sugli eventi di attualità che nelle ultime settimane hanno riportato la Georgia, patria del protagonista del suo libro, al centro della scena politica. Lo incontriamo nella storica libreria Feltrinelli di Via Manzoni, a margine della presentazione de
L’amico di Stalin, recentemente pubblicato da Marsilio, di cui Massimo Cacciari (intervenuto alla presentazione ed al successivo dibattito con il pubblico presente in sala) ha fornito una interessante chiave di lettura storico-politica.

D. Quali motivazioni l’hanno spinta a scegliere, per il suo esordio narrativo, la Rivoluzione d’Ottobre?

Tutti conoscono gli esiti che la Rivoluzione ha avuto sia per la Russia che per il resto del mondo. Meno indagato, invece, fu il periodo che ha preparato la fase rivoluzionaria. Non essendo uno storico di professione, rispetto alla possibilità di scrivere un saggio, ho preferito realizzare un romanzo, costruito anche sulla base di una serie di dati ed informazioni e della storia, che io, poi, ho raccontato a mio modo. Penso che questo mi abbia permesso di dire una serie di cose in modo meno paludato di quello che può fare uno storico, lontano dal grande pubblico.

D. A Kamo, figura-simbolo del rivoluzionario spetta l’azione. E’ un idealista che non ha escluso la violenza finalizzata agli obiettivi rivoluzionari. Come si conciliano questi aspetti nella personalità del protagonista?

Kamo è un personaggio realmente esisistito, morto nel modo descritto nel libro. Era un “boevick”, un bandito della montagna che viene, come tanti altri, assoldato per la rivoluzione. Ma forse, “assoldato” è un termine improprio, nel senso che lui non ne ebbe un guadagno materiale, ma fu convinto a mettere al servizio della causa rivoluzionaria, la sua grande competenza in fatto di furti, rapine ed espropriazioni dal suo compagno di giochi, Stalin, (nell’infanzia soprannominato Soso). Cosa che Kamo fa proprio con lo spirito di un bandito della montagna, non di ideologo.

D. Però Kamo non manca di compiere una riflessione a posteriori su quanto era avvenuto…

Sì. Nel corso della vicenda Kamo prende coscienza degli orrori e delle conseguenze della rivoluzione, ma soprattutto della personalità ambigua di Stalin. Questo costituisce, per lui, una grande disillusione sul piano personale in quanto Stalin era stato il suo compagno di giochi d’infanzia e rappresentava un mito che, progressivamente, con la crescita del suo potere, si disintegra.

D. Quasi comparandolo a quello di Lenin, Lei dà un giudizio severo sull’atteggiamento di Stalin che giudica “degradato” (negli anni) in “opportunismo, vocazione all’intrigo, desiderio smisurato di successo..”, affermando che è l’impianto ideologico a cambiare le persone…Il corso della storia sarebbe stato diverso, a Suo giudizio, se il potere fosse rimasto nelle mani di Lenin più a lungo?

Anche se mi è già stata rivolta, ritengo questa domanda superflua.

D. Ma è il libro ad offrire questo spunto…

R. Sì, certo, ma la domanda così come è stata posta, quasi in contrapposizione a quella di Stalin, accredita o potrebbe accreditare un’immagine di Lenin migliore di quella di Stalin. In realtà la storia ci dice che non è così. Forse Lenin non aveva la doppiezza, l’inganno che erano tipici di Stalin e viceversa, e che è all’origine di un fenomeno che persiste nel nostro tempo e che io considero una categoria dello spirito, lo “stalinismo”.

D. E’ affidato a persone di estrazione e cultura diversa il comune giudizio sull’alto tributo di sangue pagato in quella guerra civile. Elemento ricorrente in tanti cambiamenti politici di tutti i tempi…Esistono strade alternative?

Ho cercato di rappresentare quelli che erano anche i dubbi o comunque le posizioni diverse da quella bolscevica, poi dimostratasi vincente. Vi erano i menscevichi, una certa borghesia ed anche una parte dell’aristocrazia, consapevoli del fatto che bisognava cambiare… Però quello che poi succede nella storia non è reversibile.

D. Lei dirige da molti anni la rivista di politica internazionale “Acque e Terre” che nell’ultimo numero ha dedicato approfondimenti sul tema dei rapporti del mondo occidentale con l’Islam. Quale la Sua valutazione dell’ 11 settembre?

Sì, dirigo la rivista da tredici anni. Ma, veda, anche nel mio romanzo, io pongo la questione dell’Islam e quella della Cecenia. I più non sanno che i massacri in Cecenia ebbero inizio oltre due secoli fa, praticamente dalla conquista russa. Bisogna dunque risalire a quelle contrapposizioni per spiegare gli esiti violenti che oggi abbiamo; sicuramente la conseguenza di una devianza della stessa cultura e religione musulmane. Ha prevalso una linea che è una delle possibili interpretazioni dell’Islam, ma che, certamente, non è quella meglio in grado di garantire la convivenza tra popoli ed etnie diverse.

L’11 settembre segna come è noto, la data di una rottura, non di un equilibrio, ma di una fase dialettica che oggi si è definitivamente interrotta per divenire una guerra guerreggiata.

D. Una ricerca sociologica condotta lo scorso anno dall’Università Cattolica sulla percezione di parlamentari e amministratori pubblici rispetto al ruolo della società civile, affermò il primato della politica su di essa. Lei, che è stato sindaco di Venezia ed europarlamentare, è d’accordo?

Io credo che invece oggi, viviamo una stagione completamente diversa che non rende giustizia alla società civile perché, in realtà, essa non si esprime. La politica malata di questo periodo mette in un angolo le posizioni di dialogo, di ragionamento su quelle problematiche.

Né privilegia la politica nel senso tradizionale del termine, perché anzi, oggi, viene considerata qualche cosa di negativo, qualche cosa da cui allontanarsi ..

E’ una fase della democrazia e del rapporto democratico che sicuramente non è sana; soffre di una malattia profonda rispetto alla quale non so quando si riuscirà ad uscirne.

D. Siamo alla vigilia dell’ingresso di nuovi Paesi nell’Unione europea. Ritiene che le politiche culturali che l’Unione svolge siano adeguate alla reciproca conoscenza? In particolare cosa ne pensa della mancanza di una lingua comune e delle possibilità di circolazione di libri nei rispettivi Paesi?

Ritengo che uno dei grandi limiti dell’Unione Europea sia quella di non realizzare una politica culturale.

Del resto sin dalle origini del processo di aggregazione si è privilegiato, credo anche giustamente, l’aspetto economico. Oggi con la Convenzione si tenta di creare una base di valori che riposano sugli elementi comuni della civiltà europea. E questo, forse, può avvicinare l’approccio ad una cultura che possa definirsi europea. Fortunatamente, l’Europa è l’insieme di tante culture che sono radicate da secoli e da millenni (ed è bene che sia così) in quanto questo costituisce un arricchimento per il continente. Non so se si esprimano in una forza di valori tali da candidarsi ad elemento guida, anche a livello mondiale; nella società globale questo sarebbe molto importante.

Vedo prevalere, invece (e questo è tipico della società dei consumi) altri valori che sono molto più “americani”. Dico questo senza alcun disprezzo per l’America, ma essi sono legati ad una società che accantona i valori culturali più propri.

Sui libri si sono fatte azioni anche significative da parte dell’Unione europea, ma mi pare, osservando le statistiche sulla circolazione di libri nell’Unione, che si sia ancora molto indietro.

D. Recentemente i mezzi d'informazione hanno seguito la notizia delle dimissioni di Eduard Shevardnadze, presidente della Georgia. Quella nazione, terra di origine del protagonista del suo libro, ha avuto un ruolo importante nella storia recente. Qual è la sua valutazione di quanto sta avvenendo?

Da quasi quarant’anni io mi reco in Georgia, una terra che considero di grandissimo interesse e fascino ed in cui il romanzo è ambientato.

Ho conosciuto Shevardnadze sia nella fase in cui era potente nell’Unione Sovietica sia da Presidente della Georgia.

Purtroppo, e questo i giornali non l’hanno scritto, è responsabile primo del disastro di questa terra. Io ho molti amici lì e li sento quotidianamente. Questa Repubblica, che era tra le più floride dell’ex Unione Sovietica, non ha l’energia elettrica, le cosche mafiose comandano in tutti i settori della vita economica, della vita pubblica e della vita privata. Vi è un totale abbandono di tutto ciò che è cosa pubblica. Vi sono ricchezze enormi accumulate da pochi e ciò che è pubblico, risulta praticamente devastato. La Georgia, che era un giardino, è stata praticamente rasa al suolo, in quanto i suoi alberi anche da frutto, mancando l’energia, sono stati tagliati per riscaldarsi.

Shevardnadze, forse, aveva la forza e l’autorevolezza, grazie al suo grande passato, per raddrizzare la situazione, non per fare precipitare nel baratro questo Paese meraviglioso.

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 28 gennaio 2004
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