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Intervista con Laura Pariani
«Scrivere è sempre un tentativo di comunicare; e anche leggere lo è.»
(a cura di Paolo di Paolo)


Laura Pariani
Ogni libro di Laura Pariani è un incontro con la lingua, con il corpo della lingua. Le dolcezze, le asperità, le storie più segrete di un idioma che ci lega alla terra e al cielo. Lingua madre e padre, lingua sorella: per contare storie di altri tempi e altri spazi, per restituire una voce a chi l’ha perduta o non l’ha mai avuta, sommerso dal turbine della storia. Per Pariani leggere e scrivere vuol dire prendersi carico di altre vite, lontane o vicine non importa, e portarle alla luce, restituendo soprattutto dignità, valore a quelle segnate, oltraggiate dall’arroganza dei più forti. “Ché la letteratura – come scrive ne L’uovo di Gertrudina (Rizzoli 2003, Premio Selezione Campiello), in cui racconta sei storie di altrettante suore, storie di coraggio e di dolore – può anche essere gesto di libertà, di salvezza, perfino di redenzione, e nelle pagine dei libri le sorti del passato possono venir buttate all’aria: per cui da una parte i principi padre e i fratelli despoti, un tempo vincenti, ora sono schiacciati per l’eternità dal nostro disprezzo; dall’altra le donne, che furono forzate e sconfitte, ancora possono rivolgerci uno sguardo di sogno”.

D: “Scrivere è sempre nascondere qualcosa in modo che poi venga scoperto”, dice Italo Calvino. È forse questa la funzione segreta della scrittura?

Rispondo con parole tratte dal mio ultimo libro, L’uovo di Gertrudina: “...mi pare a volte che tutti i miei personaggi siano racchiusi nella stessa storia, la mia; e che, senza che davvero me ne rendessi conto, episodi intimi da conservare sigillosamente nel chiuso delle mie fantasie o dei miei rimorsi siano passati sulla bocca di tutti, diventando interpretazioni di altri, pagine di libri. Forse succede sempre così, quando si scrive (…). Forse succede sempre così anche quando si legge: ché da qualche altra parte, in un altro tempo, qualcuno racconterà una storia che ha a che fare intimamente con noi, qualcosa che riguarda la polvere che siamo, il nostro niente che reclama amore; qualcosa che teniamo chiuso nella memoria e mai daremmo in pasto agli altri. Ma è il meccanismo del vivere, per cui una parte di noi trascorre in altre vite, come le case in cui abbiamo vissuto e che ora occupano altri, finestre a cui ci siamo affacciati e dalle quali adesso uno sconosciuto guarda lo stesso paesaggio, frasi che abbiamo pensato amato scritto e che diventano pensieri di chi li leggerà”.

D: Che peso umano, letterario e culturale in genere hanno avuto nella sua formazione di persona e di scrittrice gli autori del passato (della letteratura classica, ma anche italiana e straniera)?

Sento il rapporto con la tradizione come un movimento a due tempi. Nel primo ogni narratore si sceglie e si forma una propria tradizione di riferimento; il che gli creerà certi vincoli da rispettare. Faccio un esempio: conosco scrittori che dicono di ammirare questo e quest’altro, però non riflettono mai nella loro opera tale ammirazione; invece, secondo me, ammirare suppone certi obblighi, dato che per considerare uno scrittore come un maestro bisogna meritarselo; in altre parole, non si può dire che si ammira Shakespeare e poi scrivere sciocchezze. In un secondo tempo, ognuno inizia una lotta con la tradizione di riferimento; è uno stimolo a competere coi propri maestri, per essere degni di essere ammessi nella loro cerchia. Succede insomma come coi genitori: in un primo tempo tu ricevi protezione e godi del loro affetto, poi devi cominciare anche tu a dare.Mi ha sempre affascinato la letteratura popolare col più antico dei modelli letterari, quello del racconto orale come l’Odissea e Le mille e una notte, o della fiaba; in cui la narrazione scaturisce da se stessa, spontaneamente e ininterrottamente, in un gioco a incastri potenzialmente infinito. Un modo di narrare che va completamente contro l’idea della velocità e della concisione che vengono sbandierate sempre più spesso come segno di modernità, e che ritrovo spesso fuori dall’Europa: penso a grandi narratori sudamericani, ai cinesi, agli africani. Quanto alla letteratura occidentale, il mio modello è il genere tragico (gli antichi greci, Shakespeare; e poi Dostojevskij, Kafka, Céline, Guimarães Rosa, Lispector...) col suo modo inattuale ma profondamente vero di raccontare il dolore; ho cercato di attuarne la lezione.

D: Lei è una delle scrittrici italiane più attente all’aspetto linguistico. Nei suoi libri la lingua è sempre levigata, morbida, ricca di intarsi colorati e preziosi come un mosaico. Ma esiste, secondo lei, una lingua letteraria ideale? e che giudizio dà sulla lingua italiana di oggi? Il dialetto, a lei così caro, è destinato davvero a scomparire?

È vero, la lingua mi sta particolarmente a cuore. Mi capita sempre più spesso di imbattermi in libri italiani che sembrano testi tradotti dall’inglese, e la cosa mi dà fastidio; come se le parole non fossero anche voce vera, respiro, carne... Credo che l’esperienza del bilinguismo (italiano e dialetto), quand’ero bambina, e poi l’apprendimento del castellano in Argentina mi abbiano insegnato che il possedere più lingue, come diceva anche Leopardi, arricchisce, perché noi pensiamo parlando. Ho imparato sulla mia pelle il rispetto che dobbiamo alla lingua che adoperiamo. Perché ogni lingua è davvero una concezione del mondo, un condensato di esperienze da cui deriva un modo di pensare.Sono affettivamente legata al dialetto che sento come lingua materna, lingua dell’appartenenza al territorio in cui sono nata: da qui il mio tentativo di rifarmi alla sua secolare tradizione ricca di espressività carnosa, che purtroppo è stata negli ultimi anni cancellata, trasformata, travisata, svenduta come folclore o banalità da barzelletta. Penso però che la letteratura del Novecento, soprattutto in poesia, abbia mostrato pienamente le potenzialità ancora racchiuse in queste lingue tradizionali che stanno scomparendo.

D: “La terra, un giorno, diventerà inabitabile. Allora saranno costruite astronavi e partiranno per altri sistemi solari, per altre galassie. L’umanità, come il polline dei fiori, si spargerà per l’universo, sempre più lontano dalla terra, ormai morta e deserta” (A. Moravia). È possibile, a suo giudizio, contrapporre al pessimismo di questo giudizio la fiducia nelle capacità dell’uomo di ricercare nuovi approdi per rendere più confortevole il nostro vivere?

Non farei questo lavoro se non avessi speranze. Scrivere è sempre un tentativo di comunicare; e anche leggere lo è.

D: Come è avvenuto il suo primo incontro con i libri e con la scrittura?

Mi sono appassionata ai libri fin da piccolissima: dalla lettura volevo che mi facesse vivere altre vite, che mi aprisse mondi fantastici. Nessuno mi ha spinto o addirittura obbligato a leggere: anzi, se devo dire la verità, la lettura era vista in casa come un perditempo ozioso, che oltretutto rovinava la vista; e quindi mi era concessa come svago solo dopo che avevo terminato tutti i miei compiti e che avevo svolto le incombenze domestiche che mi erano assegnate. E forse proprio tutti gli ostacoli che si sono frapposti fra me e la lettura mi hanno rinforzato l’idea che l’avere un libro in mano fosse un privilegio da conquistare. Quanto alla scrittura, ci sono arrivata dopo aver attraversato una lunga esperienza come disegnatrice. Comunque ci sono approdata molto tardi, sui quarant’anni.

D: Qual è il linguaggio migliore per comunicare con i giovani? E che ricordo ha della sua esperienza di insegnante?

Nel periodo in cui ho insegnato italiano (per quindici anni, in istituti tecnici) ho lavorato seguendo il mio stesso itinerario di apprendimento: ho cercato quindi di privilegiare prima di tutto la lettura in classe a alta voce di racconti e novelle. Lavorando poi sul piacere del leggere, ai miei studenti ho cercato sempre di presentare il momento della lettura non come un obbligo ma come un premio. E i risultati, anche a ripensarci adesso che non insegno più, sono sempre stati sorprendenti.

D: Sta lavorando a qualcosa di nuovo?

A aprile uscirà da Rizzoli un romanzo intitolato La straduzione e dedicato a Witold Gombrowicz. Un omaggio a tutti quelli – e sono tanti – che vorrebbero scrivere, ma non trovano nessuno disposto a scommettere una lira sul loro lavoro.

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 5 marzo 2004
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(a cura di Paolo di Paolo)


Laura Pariani
Ogni libro di Laura Pariani è un incontro con la lingua, con il corpo della lingua. Le dolcezze, le asperità, le storie più segrete di un idioma che ci lega alla terra e al cielo. Lingua madre e padre, lingua sorella: per contare storie di altri tempi e altri spazi, per restituire una voce a chi l’ha perduta o non l’ha mai avuta, sommerso dal turbine della storia. Per Pariani leggere e scrivere vuol dire prendersi carico di altre vite, lontane o vicine non importa, e portarle alla luce, restituendo soprattutto dignità, valore a quelle segnate, oltraggiate dall’arroganza dei più forti. “Ché la letteratura – come scrive ne L’uovo di Gertrudina (Rizzoli 2003, Premio Selezione Campiello), in cui racconta sei storie di altrettante suore, storie di coraggio e di dolore – può anche essere gesto di libertà, di salvezza, perfino di redenzione, e nelle pagine dei libri le sorti del passato possono venir buttate all’aria: per cui da una parte i principi padre e i fratelli despoti, un tempo vincenti, ora sono schiacciati per l’eternità dal nostro disprezzo; dall’altra le donne, che furono forzate e sconfitte, ancora possono rivolgerci uno sguardo di sogno”.

D: “Scrivere è sempre nascondere qualcosa in modo che poi venga scoperto”, dice Italo Calvino. È forse questa la funzione segreta della scrittura?

Rispondo con parole tratte dal mio ultimo libro, L’uovo di Gertrudina: “...mi pare a volte che tutti i miei personaggi siano racchiusi nella stessa storia, la mia; e che, senza che davvero me ne rendessi conto, episodi intimi da conservare sigillosamente nel chiuso delle mie fantasie o dei miei rimorsi siano passati sulla bocca di tutti, diventando interpretazioni di altri, pagine di libri. Forse succede sempre così, quando si scrive (…). Forse succede sempre così anche quando si legge: ché da qualche altra parte, in un altro tempo, qualcuno racconterà una storia che ha a che fare intimamente con noi, qualcosa che riguarda la polvere che siamo, il nostro niente che reclama amore; qualcosa che teniamo chiuso nella memoria e mai daremmo in pasto agli altri. Ma è il meccanismo del vivere, per cui una parte di noi trascorre in altre vite, come le case in cui abbiamo vissuto e che ora occupano altri, finestre a cui ci siamo affacciati e dalle quali adesso uno sconosciuto guarda lo stesso paesaggio, frasi che abbiamo pensato amato scritto e che diventano pensieri di chi li leggerà”.

D: Che peso umano, letterario e culturale in genere hanno avuto nella sua formazione di persona e di scrittrice gli autori del passato (della letteratura classica, ma anche italiana e straniera)?

Sento il rapporto con la tradizione come un movimento a due tempi. Nel primo ogni narratore si sceglie e si forma una propria tradizione di riferimento; il che gli creerà certi vincoli da rispettare. Faccio un esempio: conosco scrittori che dicono di ammirare questo e quest’altro, però non riflettono mai nella loro opera tale ammirazione; invece, secondo me, ammirare suppone certi obblighi, dato che per considerare uno scrittore come un maestro bisogna meritarselo; in altre parole, non si può dire che si ammira Shakespeare e poi scrivere sciocchezze. In un secondo tempo, ognuno inizia una lotta con la tradizione di riferimento; è uno stimolo a competere coi propri maestri, per essere degni di essere ammessi nella loro cerchia. Succede insomma come coi genitori: in un primo tempo tu ricevi protezione e godi del loro affetto, poi devi cominciare anche tu a dare.Mi ha sempre affascinato la letteratura popolare col più antico dei modelli letterari, quello del racconto orale come l’Odissea e Le mille e una notte, o della fiaba; in cui la narrazione scaturisce da se stessa, spontaneamente e ininterrottamente, in un gioco a incastri potenzialmente infinito. Un modo di narrare che va completamente contro l’idea della velocità e della concisione che vengono sbandierate sempre più spesso come segno di modernità, e che ritrovo spesso fuori dall’Europa: penso a grandi narratori sudamericani, ai cinesi, agli africani. Quanto alla letteratura occidentale, il mio modello è il genere tragico (gli antichi greci, Shakespeare; e poi Dostojevskij, Kafka, Céline, Guimarães Rosa, Lispector...) col suo modo inattuale ma profondamente vero di raccontare il dolore; ho cercato di attuarne la lezione.

D: Lei è una delle scrittrici italiane più attente all’aspetto linguistico. Nei suoi libri la lingua è sempre levigata, morbida, ricca di intarsi colorati e preziosi come un mosaico. Ma esiste, secondo lei, una lingua letteraria ideale? e che giudizio dà sulla lingua italiana di oggi? Il dialetto, a lei così caro, è destinato davvero a scomparire?

È vero, la lingua mi sta particolarmente a cuore. Mi capita sempre più spesso di imbattermi in libri italiani che sembrano testi tradotti dall’inglese, e la cosa mi dà fastidio; come se le parole non fossero anche voce vera, respiro, carne... Credo che l’esperienza del bilinguismo (italiano e dialetto), quand’ero bambina, e poi l’apprendimento del castellano in Argentina mi abbiano insegnato che il possedere più lingue, come diceva anche Leopardi, arricchisce, perché noi pensiamo parlando. Ho imparato sulla mia pelle il rispetto che dobbiamo alla lingua che adoperiamo. Perché ogni lingua è davvero una concezione del mondo, un condensato di esperienze da cui deriva un modo di pensare.Sono affettivamente legata al dialetto che sento come lingua materna, lingua dell’appartenenza al territorio in cui sono nata: da qui il mio tentativo di rifarmi alla sua secolare tradizione ricca di espressività carnosa, che purtroppo è stata negli ultimi anni cancellata, trasformata, travisata, svenduta come folclore o banalità da barzelletta. Penso però che la letteratura del Novecento, soprattutto in poesia, abbia mostrato pienamente le potenzialità ancora racchiuse in queste lingue tradizionali che stanno scomparendo.

D: “La terra, un giorno, diventerà inabitabile. Allora saranno costruite astronavi e partiranno per altri sistemi solari, per altre galassie. L’umanità, come il polline dei fiori, si spargerà per l’universo, sempre più lontano dalla terra, ormai morta e deserta” (A. Moravia). È possibile, a suo giudizio, contrapporre al pessimismo di questo giudizio la fiducia nelle capacità dell’uomo di ricercare nuovi approdi per rendere più confortevole il nostro vivere?

Non farei questo lavoro se non avessi speranze. Scrivere è sempre un tentativo di comunicare; e anche leggere lo è.

D: Come è avvenuto il suo primo incontro con i libri e con la scrittura?

Mi sono appassionata ai libri fin da piccolissima: dalla lettura volevo che mi facesse vivere altre vite, che mi aprisse mondi fantastici. Nessuno mi ha spinto o addirittura obbligato a leggere: anzi, se devo dire la verità, la lettura era vista in casa come un perditempo ozioso, che oltretutto rovinava la vista; e quindi mi era concessa come svago solo dopo che avevo terminato tutti i miei compiti e che avevo svolto le incombenze domestiche che mi erano assegnate. E forse proprio tutti gli ostacoli che si sono frapposti fra me e la lettura mi hanno rinforzato l’idea che l’avere un libro in mano fosse un privilegio da conquistare. Quanto alla scrittura, ci sono arrivata dopo aver attraversato una lunga esperienza come disegnatrice. Comunque ci sono approdata molto tardi, sui quarant’anni.

D: Qual è il linguaggio migliore per comunicare con i giovani? E che ricordo ha della sua esperienza di insegnante?

Nel periodo in cui ho insegnato italiano (per quindici anni, in istituti tecnici) ho lavorato seguendo il mio stesso itinerario di apprendimento: ho cercato quindi di privilegiare prima di tutto la lettura in classe a alta voce di racconti e novelle. Lavorando poi sul piacere del leggere, ai miei studenti ho cercato sempre di presentare il momento della lettura non come un obbligo ma come un premio. E i risultati, anche a ripensarci adesso che non insegno più, sono sempre stati sorprendenti.

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A aprile uscirà da Rizzoli un romanzo intitolato La straduzione e dedicato a Witold Gombrowicz. Un omaggio a tutti quelli – e sono tanti – che vorrebbero scrivere, ma non trovano nessuno disposto a scommettere una lira sul loro lavoro.

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Milano, 5 marzo 2004
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