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DIEGO DE SILVA, AUTORE DAL LINGUAGGIO FORTE E CARICO DI EMOZIONI

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Interviste
Intervista con Diego De Silva
(a cura di Marina Giardina)


Diego De Silva
o credo che si scriva per tenere insieme vita, morte, amore, gioia, dolore, ma soprattutto perché le nostre parole nella lettura degli altri tornino a noi ancora più piene. Io credo che chi scriva non sia mai solo, ma lo accompagnino fantasmi, ossessioni, ricordi, volti, nomi, strade, città, libri… Credo anche che chi legga non sia mai solo. Lo accompagna la voce di chi parla, l’odore delle parole di chi ha scritto, il cervello che le ha pensate. Credo anche che ci si confonda l’uno nell’altro senza dover far nulla, semplicemente perché accade, con quella sensazione di sincerità ed estraneamento che è la condizione ideale per conoscere e conoscersi scoprendo le affinità nelle domande. Ringrazio Diego per l’occasione che mi darà condividendo queste domande nelle sue risposte. Ho avuto il piacere di incontrarlo Diego. Era un mattino d’inverno. Pioveva. E’ stato un incontro urbano.
Diego De Silva. Indaghiamo sulle ombre e le ossessioni dell’atmosfera nera dei suoi romanzi, con un’intervista che vuole avere il sapore della conversazione.

D: I tuoi romanzi e la sinestesia

L’odore dei cortili delle case in Certi Bambini. Rosario guarda un mondo di cui ascoltiamo i suoni del dialetto dalla finestra. L’odore delle strade e dell’asfalto, la pioggia, ne La donna di scorta. La sensazione dell’acqua, la sabbia di una spiaggia che nasconde in Voglio guardare. Quale senso prevale nel tuo osservare?

Credo proprio l’olfatto. Ho sempre pensato che la memoria sia legata principalmente all’odore. Personalmente non riuscirei a ricordare veramente nessun posto e soprattutto nessuna persona se non mi rimanesse quella traccia nelle narici. Quanto poi riesca a trasferire questa sensazione nelle storie che scrivo, non so dirlo.

D: Il perturbante, l’oscuro dei sentimenti. Unheimlich lo definiscono i tedeschi. Heimat è la patria, unheimlich è non sentirsi nella propria patria, nella propria casa, o meglio sentire che proprio nella propria casa può avvenire qualcosa di pericoloso. I tuoi luoghi, i luoghi in cui ambienti le storie nascono da questa sensazione di desolazione quotidiana come indifferenza e quindi come potenziale violenza?

Non so bene cosa sia un luogo, quando scrivo. Tant’è che per esempio non nomino mai le città in cui ambiento le mie storie, anche e soprattutto quando quelle città sono facilmente identificabili. È un bisogno di aperto, probabilmente; che viene proprio dal sentire la quotidianità come reclusione, e dunque dall’esigenza di raccontare mancanze.

D: Parliamo dei tuoi “bambini”. So che ami la scrittura della Kristof. Dei due fratelli della Trilogia di K. della Kristof, si ha paura. Sono feroci. Cosa è la ferocia nell’infanzia? L’essenzialità delle domande? Il fatto che non c’è filtro alle loro scelte, alle loro azioni? Sanno scegliere meglio di noi adulti? O siamo noi adulti a renderli feroci?

Un bambino non è feroce: nel senso che non lo è eticamente. Non conosce queste categorie, fin tanto che interviene l’educazione a provocare interazioni e traumi con la sua naturalità. Se guardi un bambino giocare, troverai una gamma di sentimenti e di emozioni talmente ampia che ti sentirai un superficiale a voler dare una definizione di “bambino”. I bambini si fanno, si vivono, si seguono sbagliando in tutti i modi; soprattutto, in una società civile, i bambini si difendono.

D: Traspare una visione dell’amore un po’ spietata, un po’ cinica nei tuoi romanzi. Ne La donna di scorta le bassezze di Livio, i suoi sotterfugi. In Voglio guardare la solitudine, la miseria dei sentimenti. Ti chiedo quindi (e scrivendo di certo te lo sei chiesto): c’è ripetizione nell’amore? Usiamo le stesse parole? Compiamo atti compiuti? Parole già dette?

Assolutamente. Ma l’amore è l’unica esperienza ad avere la dignità di vita. Nient’altro ti rivela, ti fa compiere delle scelte, ti degrada, ti promuove, ti squalifica, ti fa del male e ti avvicina alla felicità con la stessa importanza.

D: Posso definire i tuoi romanzi urbani? L’urbanità delle strade, dei marciapiedi in cui ci si può incontrare, per caso, distratti. Le mille strade possibili, gli autobus persi. I tribunali. Le case di quartiere. Ti ci ritrovi nella definizione di scrittore urbano?

Non so rispondere perché non ho una percezione ampia delle città. Le conosco a pezzi, e mi ci oriento anche piuttosto male. Quando ne scrivo, racconto sempre dei tratti.

D: Dal gelo nasce la vertigine secondo me. Il dolore, il calore della sofferenza possono uscire da uno stile asciutto, freddo, secco?

Soprattutto, da uno stile asciutto, freddo e secco.

D: Sei stato avvocato prima di essere scrittore. Come Paolo Conte del cui documento di divorzio in una sua canzone parla in questi termini : «Memorabile... Frasi d'amore scritte a macchina...la nostra storia in quattro pagine...». Quanto ha influenzato lo sguardo dei comportamenti umani in un tribunale nella tua scrittura?

Non più di quanto mi abbia influenzato lo sguardo dei comportamenti umani al di fuori del tribunale.

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 5 marzo 2004
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(Umberto Eco, Opera aperta: il tempo e la società)




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