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NATO A NAPOLI, OPERAIO E STUDIOSO DI EBRAICO, E' LEALE CON QUELLO CHE E' STATO E RESPONSABILE PER QUELLO CHE SARA': ERRI DE LUCA, SCRITTORE IN ITALIANO

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Interviste
Intervista con Erri De Luca
Ovvero, le proprietà benefiche del numero "due"
(a cura di Paolo Di Paolo)


E. De Luca
Erri De Luca
@ Enrico Ricciardi
l fascino della scrittura di Erri De Luca sta nello sguardo: umano e sincero, capace di aprire prospettive inedite. E nel bagaglio di sapienza antica che si scioglie nel corpo della prosa, che nasce, come confessa l’autore stesso, da un suo farfugliare, bofonchiare cantilenante – rivelatore di una fertile attenzione al ritmo, al suono, alla «lisca d’argento» della lingua. Che dà voce alla memoria di vita, o di vite attraversate. Scrivere per De Luca è fare i conti con la memoria.
«Ricordo – mi dice – che un euro vale 1936 lire e rotti perché quel numero è anche l’anno della guerra civile spagnola, inizio e prova generale della seconda catastrofe mondiale. Quest’esempio mi insegna che la memoria si fissa per via binaria. Una cifra, un fatto hanno bisogno di alleanza con una tutt’altra sponda per restarmi impressi. Ricordo così, a due per volta. L’abbinamento giova alla memoria, come la rima giova a ricordare i versi. Da ragazzo tenevo a mente le combinazioni delle carte da gioco e sapevo ricostruire interamente una mano giocata. Oggi da adulto non rammento neppure gli amori. Per contrastare la deriva imparo una lingua nuova, aggiungo un altro alfabeto e un altro vocabolario per nominare le risapute cose, un sole, un pane, un giorno. Credo così di rinfrescare l’aria dentro il cranio, ma l’effetto è piuttosto quello di aggiungere altre sillabe alla giostra delle parole. Anche così va bene per uno che traffica in scrittura».
Trafficare in scrittura: raccontare varianti di storie, almeno in parte, già scritte. «In fondo – spiega – gli scrittori non sono i padroni delle loro storie, perché le storie sono state tutte quante già raccontate. Noi ci limitiamo ad approfittare del nostro essere in fondo al sacco degli antenati, e aggiungiamo qualcosa: virgole, varianti. Dire di essere padroni delle storie è come, per un contadino, dire di avere inventato il grano. Ecco, io mi sento solo un redattore di varianti. Varianti che mi stanno addosso, mi porto dietro, e fanno parte della mia storia. Non invento personaggi, parlo di persone che ho conosciuto, assenti giustificati o ingiustificati, come i morti, che per tutto il tempo della scrittura stanno di nuovo con me».

D: Ha senso scrivere unicamente per sé stessi, come rimedio alla solitudine?

Io mi sono sempre tenuto compagnia così. Da ragazzo mi trovavo dentro Napoli – città molto impegnativa, esuberante, esagerata, affollata – con un temperamento che non si conciliava con quel luogo. Ho approfittato di una stanza piena di libri (quella di mio padre, che era un lettore gigantesco, famelico: comprava i libri a chili e li leggeva tutti), mi ci sono ficcato e chiuso dentro. Ho passato la mia buona età, l’età degli studi da blindato, andando malissimo a scuola ma benissimo in compagnia delle parole. Così è nata la voglia di aggiungere le mie varianti alle storie che leggevo: dai libri letti e dalle storie origliate, quelle che gli adulti si raccontavano allora – storie di quel tempo brusco e infernale nel quale gli era stata sottratta la giovinezza, in maniera irreparabile; storie di guerra, di terremoti, di fantasmi (perché Napoli era piena di fantasmi, allora: c’era bisogno di loro, facevano parte del pronto soccorso).

D: Quando le storie diventano scrittura d’inchiostro, bisogna fare i conti con la lingua…

Adesso che mi càpita di essere nominato come scrittore italiano, io preciso sempre: scrittore in italiano. Perché la mia prima lingua è stata il napoletano. Quando sono nato, nel ’50, a Napoli si parlava solo napoletano. L’italiano era una lingua che stava fuori, veniva da fuori: era la lingua dello Stato, della polizia, dei guai e degli avvocati; la lingua che parlavo con mio padre, che pretendeva un italiano senza accento. Questo mi ha aiutato a tenere separatissime le due lingue. Ho strillato in napoletano, mi sono commosso in napoletano, ho litigato in napoletano, ma ho sempre scritto in italiano, cioè la lingua che stava dentro i libri, muta e bella da seguire. Ecco, posso dire che l’italiano è la mia patria. Io non sento l’Italia come una patria, non mi batte il cuore se si alza la bandiera, non mi commuovo se suona l’inno nazionale. È l’italiano la mia patria, letteralmente la lingua del padre, di mio padre.

D: “Per chi scrive storie all’asciutto della prosa, l’azzardo dei versi è mare aperto”, lei scrive in Opera sull’acqua. La sua poesia ha un ritmo narrativo. C’è un’eco di Pavese nella scelta del verso lungo?

Non lo so. Per me Pavese è un poeta, io non lo sono. Credo che la poesia sia stata la forma letteraria ufficiale del Novecento. Il Novecento è stato un secolo violento, brusco, forse il più sanguinario della storia dell’umanità, secolo di guerre e stermini, e ha avuto bisogno di una forma letteraria veloce, urgente, rapida, per concentrare più strettamente e fittamente, intensamente, l’emozione. Ho molto amato la poesia del Novecento, ma non la posseggo. Posso dire della mia pagina in prosa che meglio di così non saprei scriverla, ma per quanto riguarda i miei versi direi che sono soltanto approssimazioni per difetto della poesia, imprecise e infinitamente migliorabili.

D: Com’è nato in lei l’interesse per l’ebraico antico, la lingua della Bibbia, di cui ha tradotto alcuni libri?

Intorno ai trent’anni facevo il mestiere di operaio, venivo da una comunità che si era appena disciolta, e mi trovavo in un deserto della mia vita e del mondo intorno. Avevo dunque bisogno di approfondire quel deserto, non di cavarmene. L’ebraico antico e quelle storie remote che non alludevano a niente, che non erano letteratura, che non volevano stare vicine a nessun lettore, anzi erano il posto più lontano possibile, quelle storie mi hanno spinto nella loro direzione desertica. Allora per me piantare un’ora di studio e di lettura di quelle storie al mattino presto, prima di andare a lavoro, significava risvegliarmi, fare una passeggiata nel deserto e poi tornare indietro. Ho avuto un rapporto fisico con quella lingua, mi ha consolato e nello stesso tempo ha approfondito le distanze con Dio, con cui non ho nessun rapporto, a cui non posso rivolgermi né dare del tu. Non escludo che esista nella vita degli altri, ma certamente lo escludo per me. Ho conosciuto anche molto da vicino dei cattolici: al tempo del conflitto di Bosnia, sono andato coi loro convogli come autista su e giù per quelle strade e per quella guerra. E loro erano completamente imbottiti di quella fede, di quella relazione. Non potevo pensare che si sbagliassero, semmai ero io che non avevo nessuna possibilità di avere a che fare con quella relazione e con quella intensità.

D: Che rapporto ha, oggi, con gli anni della sua educazione politica, delle rivolte a cui ha preso parte?

Un rapporto di lealtà. Credo di essere rimasto leale nei confronti delle ragioni di quella rivolta, di non averne rinnegata nessuna. Io faccio differenza tra lealtà e fedeltà. La fedeltà è una questione fisica: si può essere fedeli a delle persone, a una comunità, ma quando queste persone non ci sono più, non puoi più essere fedele. Puoi essere leale, però. In assenza delle persone, leale con le ragioni che le hanno tenute insieme. Ho fatto parte di una generazione che è stata la più imprigionata per motivi politici della storia d’Italia. Un record, questo nostro, di prigionie che si protrae attraverso un diluvio di condanne che continuano in maniera sproporzionata. Per questo io cerco di rimanere leale nei confronti del giovane uomo che sono stato. Mi piacerebbe semmai che quel giovane uomo che sono stato, oggi considerasse me come il suo séguito. E fino a che ci saranno ancora quelli della mia età che continuano a pagare conseguenze penali per le rivolte, finché ci sarà uno Stato che continuerà a celebrare peana di vittorie per avere acciuffato qualche vinto da oltre vent’anni, qualche sconfitto a vita, non riuscirò a prendere congedo da quella generazione e da quella esperienza.

D: “Ma tu vuoi essere per una volta il prossimo di qualcuno?”, domanda una voce femminile nelle pagine di Il contrario di uno. Che significa essere “il prossimo di qualcuno”?

Quando si dice in termini cristiani “ama il prossimo tuo come te stesso” sembra che tu debba amare tutto il mondo perché tutto il mondo è prossimo. È vero il contrario. Il prossimo è il superlativo di vicino, è il vicinissimo. Solo quello che ti sta vicinissimo tu puoi farcela ad amare, solo quello. Il contrario di uno non è zero, è due. Il due è la possibilità dell’incontro. Il due non è il raddoppio della mia personalità, ma il contrario della mia solitudine, l’interruzione, il brusco scioglimento, l’azzeramento della mia solitudine.

D: Da chi, come lei, è nato a contatto col mare, è strano sentirsi raccontare un appassionato amore per la montagna, come accade nelle storie del suo ultimo libro…

Pur essendo nato a Napoli, prestissimo mi hanno sbattuto in montagna. La prima fotografia che ho io è a un anno su un prato di montagna. Mio padre è stato alpino, durante la guerra ha combattuto nella fanteria di montagna. A forza di andare in montagna, mi sono spinto a fare il rocciatore, e oggi scalo parecchio. Il mare, certo, è il posto da cui provengo: ho avuto la fortuna, negli anni di Napoli, di avere tre mesi di mare tutti gli anni sull’isola di fronte, Ischia. Ci portavano a giugno e praticamente ci abbandonavano lì, lasciando che ci inselvatichissimo, diventassimo bestie di luogo. Stare a mare voleva dire per noi aprire la buccia dentro la quale stavamo chiusi, Napoli, la città stretta. Tanto mi sono bastati quei lunghi soggiorni sull’isola che poi non ho avuto più nessuna fregola di andarmi a cercare isole tropicali. Ischia, quella libertà e quel tempo là sopra contenevano tutti i tropici e gli oceani. E poi il mare mi ha piantato tutte le sue belle paure per tempo, mi ha educato alla paura, ammazzando amici miei di allora, dandomi a capire che con quella stessa lingua con cui mi carezzava al sole poteva tenermi sott’acqua il tempo necessario per spegnermi, indifferente.

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 13 Aprile 2004
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