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ETTORE MO, INVIATO DEL «CORRIERE DELLA SERA», SI RACCONTA IN UN'INTERVISTA ALLA VIGILIA DELL'USCITA DEL SUO ULTIMO LIBRO: I DIMENTICATI

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Interviste
Intervista con Ettore Mo
La verità: prima vittima della guerra
(a cura di Maria Antonietta Trupia)


E. Mo
Ettore Mo, Jabal Seraj, Afghanistan, Ottobre 2001
@ A Raffaele Ciriello
pinti da un imperativo morale forte, parlano dei conflitti «pensando continuamente alla pace».
Ettore Mo tratteggia così l’identikit degli inviati di guerra, di cui lui, oggi, è uno dei più significativi rappresentanti. Impegnato in questi mesi, per il suo giornale, in reportages che descrivono avvenimenti e storie dell’umanità sofferente in varie parti del mondo, lo troviamo, spirito instancabile, in Mauritania così come, poco dopo, in Birmania; in Grecia, poi in Cile… In Italia non tralascia di intervenire ad incontri in cui ha occasione di raccontare con disinvolta umiltà (sempre disponibile a rispondere pacatamente alle provocazioni di un pubblico attento e di diverso orientamento politico) del “suo” Afghanistan, dei conflitti accesi in ogni parte del mondo, ma anche della politica estera americana, degli incontri “al vertice” con capi di Stato e personalità politiche di primissimo piano, dell’ indipendenza del giornalista e del ruolo dell’inviato… Ha un tono fermo, specchio del suo (non ostentato) coraggio, ed una lucidità coerente nel descrivere, senza abbellirli, episodi critici di attualità internazionale e condizioni esistenziali delle popolazioni visitate, che hanno contraddistinto per oltre un quarantennio il senso delle sue inchieste giornalistiche. L’evocazione di eventi che hanno toccato drammaticamente anche la sfera dei rapporti professionali (il collega afgano della BBC di cui, al momento della morte, indossava la camicia; la giovane “mascotte” degli inviati del «Corriere» Maria Grazia Cutuli, morta in Afghanistan…) mette in luce, però, la sua grande sensibilità e il desiderio di denunciare gli ostacoli subiti (nei tanti Paesi del mondo in guerra) dai giornalisti, spesso uccisi perché «non potessero testimoniare sulle efferatezze viste». E, in un’epoca di facile autocompiacimento mass-mediale, stupisce la sua rinnovata disposizione davanti alla pagina bianca che, ogni volta, aspetta di essere riempita, non banalmente, ma dopo che le cose viste sono state “annusate” per poterle comprendere intimamente e raccontare con efficacia e autonomia di giudizio. Lo incontriamo alla vigilia della sua partenza per la Birmania, tra una presentazione e l’altra del suo ultimo libro I dimenticati, edito da Rizzoli.

D: Cosa ne pensa della recente approvazione del Coordinatore europeo per la lotta al terrorismo e delle titubanze ad una condivisione delle fonti informative da parte dei diversi Paesi ?

Ritengo che si debba incoraggiare l’idea che i Paesi europei si mettano insieme per tentare di unificare il sistema dei servizi segreti, allo scopo, soprattutto, di frenare quella che ormai non è più solo una minaccia, ma una realtà messa in atto dall’integralismo islamico. Nell’ultimo disastro [quello dell’attentato ai treni di Madrid dell’11 marzo, ndr] mi ha meravigliato che venisse coinvolta l’Eta, di cui iniziai ad occuparmi nel 1969 e di cui seguii l’attività. Nei giorni scorsi i giornali ne hanno parlato senza dire che cos’è l’Eta. Ma, per chi l’abbia conosciuta, era evidente che essa non potesse avere ordito quell’attentato. Per le dimensioni della strage e per la ricerca di consenso, avendone pochissimo, anche dopo la caduta del regime franchista. Un’azione del genere avrebbe spento la sua forza vitale. A causa delle imminenti elezioni spagnole, pensando di coinvolgere l’Eta, si è creduto di provocare un beneficio elettorale da parte dei simpatizzanti dell’organizzazione che avrebbero potuto riversare il loro voto su altri, attribuendone la paternità al movimento separatista. Non è stato così. Ma credo che, con qualche eccezione (anche italiana), in Europa abbiano capito l’estraneità dell’ organizzazione separatista.

D: C’è stata una strumentalizzazione politica, dunque…

Una strumentalizzazione politica assoluta e, direi, anche stupida.

D: A proposito degli attentati terroristici, e dell’ultimo in particolare a cui Lei faceva riferimento un attimo fa, Enzo Bettiza parla di un «sanguinario atto di pressione tattica» per separare l’Europa dall’America…

Quella di Bettiza è un’opinione che si può condividere fino ad un certo punto, perché evidentemente l’Europa si sta rafforzando e l’America teme che avvenga questa unione delle forze europee.

D: Crede che ci sia una concreta ipotesi di utilizzare gli immininenti appuntamenti elettorali italiani ed europei di giugno per ottenere una deflagrazione degli attentati terroristici?

L’ultimo attentato ha dimostrato che queste persone non solo sono determinate, ma che hanno, anche, i mezzi per operare, essendo Al Qaeda ricca. Anche se catturassero Osama Bin Laden le azioni continuerebbero, perché si svolgono in modo capillare ma su vasto raggio. Questo era soltanto il primo attacco ed era di dimensioni spaventose. Ora c’è il tentativo di unire i servizi segreti europei per cercare di individuare la mente, e non solo l’organizzazione tecnica di tale terrorismo. Sarebbe un grande successo. Anche se è già da qualche tempo che i servizi segreti inglesi, francesi, italiani… stanno lavorando in questa direzione, fino ad ora senza esiti significativi.

D: Nelle scorse settimane ha concluso un viaggio in Grecia. Quali impressioni riporta dal Paese dove, tra due anni, ci saranno i giochi olimpici? La gente ha paura?

In Grecia esiste questa grande paura acuita dall’avvicinarsi delle Olimpiadi. C’è la netta sensazione che si colpisca proprio dove è nata la democrazia, perché la Grecia è la culla della democrazia, ne rappresenta il simbolo, non è semplicemente membro della NATO. Ma, naturalmente, mi auguro che quello che potrebbe essere un evento spettacolare non si verifichi affatto.

D: Lei ha più volte ribadito nei suoi articoli dedicati all’Afghanistan (Paese di cui è considerato autorevolissimo corrispondente) che non si fa «alcuna illusione sul suo futuro». Pensa che oltre ad aver ripercussioni sulla situazione interna, questo continuerà a determinare una instabilità a livello internazionale, ancora per molto tempo? Quali sono gli interessi in gioco?

L’Afghanistan è un Paese che amo moltissimo e dove sono stato più che in ogni altro. I motivi del dissidio non si sono placati, perché rimane il conflitto tra le due maggiori tribù: i tagiki a nord ed i pashtun a sud. L’attuale presidente è un pashtun. È come se l’Afghanistan fosse diviso in due nazioni differenti. I tagiki sono sempre stati coloro i quali combattevano, gli artefici della vittoria contro i russi. Dunque, sconfitti i talebani, la maggioranza dei posti chiave nei Ministeri è stata data ai tagiki, che sono in minoranza rispetto ai pashtun, che, quindi, si lamentano. I primi però ribattono che il merito di aver fermato russi e talebani è loro. Il Panshir di Massud è infatti la sola zona dove non riuscirono ad entrare. La continuazione degli scontri dipende, dunque, anche da come sono stati distribuiti i posti al governo afghano.

D: Nel suo libro Kabul, Lei descrive le lotte intestine del Paese. Rispetto alla conflittualità tra le due parti come reagisce la popolazione? C’è un qualche tipo di strumentalizzazione? Sarebbe diverso se ci fosse maggiore istruzione?

Le masse sono facilmente influenzabili. Come hanno reagito, ad esempio, gli afghani quando sono entrati i talebani (estremisti radicali dell’integralismo islamico)? La reazione è stata quella di un Paese povero. I talebani hanno preso l’Afghanistan (compresa la capitale) nel giro di pochi mesi, grazie ai finanziamenti del Pakistan (o meglio degli Stati Uniti…). Inoltre hanno potuto contare sull’arruolamento dei contadini che sceglievano di stare con chi dava loro qualche soldo in più. È stato un Paese sempre molto isolato, dominato. Un crocevia molto importante per inglesi, russi… Fonte di interessi economici, per petrolio, gas… Sostanzialmente alcuni sostenevano che l’interesse dei russi riguardasse lo sbocco al mare. Ma io, che sono rimasto lì a lungo, credo (e la mia opinione è condivisa da molti) che l’intervento sovietico fosse provocato dalla paura che l’integralismo islamico, nato a Teheran con l’avvento di Khomeni, si propagasse oltre il fiume che divide il Paese dall’ex Unione Sovietica in quelle repubbliche che sono il ventre molle dell’ex Urss (Uzbekistan, Tagikistan…), dove la maggioranza è mussulmana. Ci fu l’invasione sovietica. Ma ci si accorse che i soldati sovietici inviati non cambattevano perché si trovavano di fronte persone con cui condividevano lingua e religione. Questo indusse il Cremlino a mandare truppe dalla Russia occidentale che non detenevano con gli invasi alcuna “fratellanza”. La paura era che l’integralismo islamico scatenato da Khomeni con il suo rientro in Iran, penetrasse anche nei Paesi della fascia meridionale dell’ex Unione Sovietica.

D: Negli anni Settanta Arafat sosteneva che Al Fatah, all’inizio, non decidesse dirottamenti o attentati dinamitardi. Come si è giunti, ora, con Al Qaeda, ad episodi così cruenti in ogni parte del mondo? Continua ad essere nevralgico il conflitto arabo-palestinese?

Questo è il problema centrale, il dilemma del mondo, come in qualche modo fu la guerra civile spagnola che si proponeva di fermare il Fascismo. A Salonicco, ad esempio, vi era una comunità di 56.000 ebrei di varie nazionalità che l’Olocausto ridusse a 1950. Molti poterono salvarsi anche grazie ad un treno [gli ultimi reportages di Mo riguardano proprio il ruolo che alcuni treni hanno svolto nell’esistenza di singoli uomini e di intere comunità, n.d.r.] che li portava in salvo trasferendoli ad Atene. Qui, infatti, l’occupazione italiana si dimostrava più morbida e tollerante. Le testimonianze sottolineano come in molti casi ci siano stati concreti atti di aiuto nei loro confronti.

D: Tornando al problema della Palestina, personalmente non so da che parte schierarmi. I palestinesi, verso cui provo un affetto sincero, secondo me hanno ragione, in quanto le terre, in cui avevano dimorato per 2000 anni, sono state occupate; del resto anche gli ebrei, dopo aver vissuto in Occidente, sono ritornati nella terra da cui erano partiti.

Ritengo che l’unica soluzione che potrebbe appianare questa situazione sia il ritiro dalla Giordania degli installamenti civili e militari. Soltanto così si avrà la pace. È il dilemma del mondo, aggravato dall’aumento dei kamikaze. Come si può riuscire a fermare un uomo disposto ad ammazzarsi?

D: Ne I dimenticati Lei ha sottolineato l’importanza della conoscenza del testo costituzionale per i cittadini… Come ritiene che verranno recepiti da parte delle varie componenti sociali irachene i tentativi del Paese di darsi una Costituzione? C’è consapevolezza dei diritti civili? Quali i tempi per vedere risultati concreti?

Molta parte della stampa sostiene che il Paese sia ancora immaturo per la democrazia. Penso invece che si debba continuare in questa direzione. Non è sufficiente rilevare l’immaturità ed affermare la necessità di un dittatore. Non concordo con chi lo dice. Dunque la Costituzione è un buon inizio, anche se tutti ribadiscono che sia stata scritta dagli americani, cosa che in parte è vera.

D: Si tratta di una Costituzione “imposta”, dunque…

Sì in parte, anche se bisogna riconoscere come il popolo americano la sappia lunga sulle democrazie.

D: E sui diritti…

Hanno imparato. Ma, nonostante le manchevolezze, bisogna saper cogliere ciò che di buono si ritrova in questo testo costituzionale, in funzione di un possibile inizio della democratizzazione nel Paese.

D: Il Suo giornale Le ha sempre affidato missioni in luoghi “caldi”, riconoscendo al giornalista l’importanza di “esserci”. Ma alcuni affermano che, nei luoghi di conflitto, è proprio l’informazione ad essere la prima vittima della guerra. Cosa ne pensa?

Sì, si può dire che, sostanzialmente, la verità sia la prima vittima della guerra. Ora i giornalisti “irregimentati” nelle forze alleate non possono certo avere grandi margini nel loro lavoro. Recentemente a Napoli, durante la cerimonia per il conferimento di un premio giornalistico, conversavo con Monica Maggioni [inviata RAI in Iraq; Premio Barzini di quest’anno come miglior inviata, n.d.r.] che sosteneva la possibilità di riuscire, comunque, a raccontare le cose, trovando il modo di ritagliarsi margini di libertà. Personalmente, quando al «Corriere» mi ponevano il quesito se accettare di andare in modo “condizionato”, rispondevo sempre di una mia difficoltà in questo senso, perché voglio essere libero. Ciò che desidero è andare a vedere con i miei occhi. Da questo punto di vista la prima Guerra del Golfo è stato un evento impossibile da raccontare, perché recarsi fuori città o al fronte non era quasi mai consentito. Tra le poche eccezioni quella di Oriana Fallaci, che pur essendoci riuscita, vide pochissimo. Nella sostanza ritengo che l’intervento contro Saddam Hussein sia stato giusto, a causa del suo errore di mettersi contro l’Iran prima ed il Kuwait poi. Bisogna avere la possibilità e la fortuna di poter agire indipendentemente, per cui sono molto importanti le possibilità economiche di un giornale che consentono ai suoi giornalisti la libertà di esprimersi. Per quanto mi riguarda io sono sempre stato un uomo di sinistra, però, in Afghanistan, non potevo stare dalla parte dei russi in quanto hanno compiuto un grandissimo errore, una sopraffazione: quella di invadere un Paese sovrano, l’Afghanistan; io stavo dalla sua parte. Essendo il giornale indipendente, anche il giornalista si sente indipendente. Caso mai un giornale può intervenire mandando un inviato invece di un altro. Nel momento in cui è stata effettuata la scelta però non ti possono tagliare. È una scempiaggine affermare di ipotetiche censure. A me non è mai stata tagliata una riga… Siamo filo-palestinesi o filo-israeliani? Questo è il dilemma. Io non saprei affermare dove collocarmi. Però voglio essere obiettivo: voglio andare sul posto, guardare, parlare e intervistare le persone, per ottenere risposte dagli uni e dagli altri. È di importanza estrema conservare questa possibilità di muovere gli uomini in maniera indipendente.

D: Nella storia del Suo giornale, l’avvicendamento dei direttori ha subito di più l’andamento di fatti nazionali o internazionali?

Ferruccio de Bortoli è stato un grande direttore e, dal punto di vista umano, una persona dolcissima, per cui tutti noi nutriamo nostalgia. Non direi, però, che a Stefano Folli sia stato affidato l’incarico di dirigere il «Corriere» per una sorta di favore nei confronti di Silvio Berlusconi, considerato che ha scritto articoli ancora più duri di quelli del suo predecessore. Il nuovo direttore non ha apportato grandi cambiamenti, i vicedirettori sono rimasti. Quindi il cambiamento non è stato drastico. Almeno noi non l’abbiamo avvertito. Personalmente, poi, occupo una posizione, diciamo “privilegiata”, in quanto sono al «Corriere» da oltre 40 anni, quasi un pezzo di mobilio… e non ho problemi con i direttori.

D: Considerando le possibilità che Lei, Montanelli… avete avuto di andare sul campo, e la situazione odierna degli inviati che spesso devono utilizzare le stesse fonti confezionando poi notizie molto simili, quali sono le prospettive?

Il dibattito è sull’inviato. Sarebbe un guaio se l’inviato divenisse una razza in estinzione. L’alternativa è quella di schiacciare un bottone per ottenere tutte le informazioni. Ma è un’illusione quella di poter fare un reportage stando a tavolino, perché non senti l’odore delle cose. Ogni volta, quando devo realizzare un servizio come fosse la prima volta, mi chiedo sempre se riuscirò a fare il pezzo giusto. Provo disagio, paura di fare un “buco”. Allora il mio fotografo, Luigi Baldelli, mi chiede se comincio ad “annusare”. Poi, improvvisamente, incontro un personaggio, osservo una certa situazione e, allora, comprendo di esserci…

D: Come vede le prossime elezioni americane in rapporto ai problemi dell’Afghanistan e dell’Iraq?

In Italia si chiede il ritiro delle truppe. Gli americani non possono farlo. Non ho seguito in particolare questo, ma ritengo che Kerry voglia in qualche modo diminuire la presenza americana, per consentire alla Costituzione di prendere piede. Poi c’è Bush, di cui conobbi il padre. Sono due le linee politiche, fondamentalmente. La prima si preoccupa dei problemi interni, non intendendo più proporsi come “gendarmi del mondo”. L’altra è l’espressione della forza dell’America. L’Europa sta a guardare, ma ritengo consideri con maggior simpatia la causa di Kerry.

D: In alcuni articoli Lei ha messo in luce le conseguenze del nucleare sulla salute delle persone. Qualche tempo fa se ne è occupata anche Milena Gabanelli nella sua trasmissione Report, in una prospettiva “mediterranea”. Qual è la situazione nel mondo?

Milena Gabannelli è molto brava e ha una grinta incredibile. Ero con lei in Cecenia, la prima volta che andai in quella regione. Non conosco approfonditamente il problema, ma sicuramente anche i Paesi poveri, che non avevano gli armamenti nucleari, adesso in gran parte li hanno. Il Pakistan, ad esempio, possiede la bomba atomica. Se facesse scoppiare questo ordigno, ne saremmo coinvolti tutti. Non saprei… Sicuramente la capacità di produzione di armi nucleari, non giova ad un percorso pacifico del pianeta.

D: Un ricordo di Massud, il leader afghano ucciso nel suo Paese due giorni prima dell’attentato dell’11 settembre.

Massud, l’unico interlocutore in grado di intervenire, è stato assassinato da due kamikaze che si si erano fatti credere giornalisti e simpatizzanti, e che quindi non erano stati perquisiti. In questo caso i suoi servizi segreti si dimostrarono piuttosto carenti, compiendo l’errore di non controllare gli strani passaporti belgi. Massud era un leader, un capo carismatico, non alzava mai la voce. Gli bastava un gesto per indurre gli uomini a partire. Di grande intelligenza, teneva molto al suo aspetto personale, meticolosissimo, con abiti impeccabili, ma anche molto duro. L’ultima occasione in cui lo vidi fu in Lussemburgo, quando, uscito per la prima volta dal suo Paese, venne a parlare alle istituzioni europee; accolto con grande indifferenza e scarsa attenzione, mi confidò la sua delusione nei confronti degli europei (e della stampa) che non avevano capito il suo ruolo. Le sue parole furono: «Non avete capito. Il tuo governo, questi governi non hanno capito che io non combatto soltanto contro i talebani e per il mio Panshir. Io combatto per voi, combatto per bloccare l’integralismo islamico. Ma com’è che non lo capite…?». Sei mesi dopo era morto. A distanza di un anno, invitato dalla famiglia, mi recai a Kabul in occasione dell’anniversario. Vidi l’amico che era con lui la notte dell’attentato (in cui rimase gravemente ferito) e gli chiesi di che cosa avevano parlato. Kalili mi rispose che Massud, il comandante che aveva resistito ai sovietici, il giorno prima di morire lo aveva tenuto sveglio parlando di Dante Alighieri e di Victor Hugo.

D: Lei ha definito rivoluzionaria la figura di Gesù e di grande rilievo il Discorso della Montagna. In che termini il dialogo interreligioso ha contribuito ad arginare i conlitti del mondo?

In Africa, ad esempio, chi aiuta i giornalisti sono i Padri Comboniani; fanno un lavoro encomiabile e mi suscitano un grande rispetto. Personalmente escludo l’analisi trascendentale del discorso: è un aspetto filosofico che mi interessa fino ad un certo punto. Le mie basi sono decisamente laiche, ma Gesù mi interessa come personaggio. Il suo messaggio è il perdono in un momento in cui Roma dominava con la forza. Il perdono, la bontà… dovrebbe essere quest’ultima a predominare. Non sono un entusiasta di fenomeni come Emergency o altri, ma c’è comunque questo tentativo di risolvere situazioni pacificamente. Il messaggio evangelico ha ancora diritto di cittadinanza, così come nell’Islam Dio è uno e misericordioso anche se è quest’ultima caratteristica che viene trascurata, con il rischio di cadere nel fanatismo.

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 28 giugno 2004
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