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DACIA MARAINI SI RACCONTA: LE PASSIONI, LA LETTERATURA, LA VITA

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Interviste
Intervista con Dacia Maraini
Il gioco sublime del raccontare
(a cura di Paolo Di Paolo)


D. Maraini
Dacia Maraini
o amato quel suo piccolo libro, che è un libro ruvido e asciutto, come lei lo definisce, soprattutto perché dietro c’è una ragazza con una gran voglia di leggere e scrivere: di scrivere per superare la timidezza, per ritrovare fiducia e coraggio dopo l’esperienza odiosa della guerra. Quel piccolo libro si chiama
La vacanza — è il suo primo libro e mi ricorda un cielo nuvoloso, la gentile bellissima prefazione di Alberto Moravia, il pomeriggio in cui l’ho letto e poi l’estate che c’è dentro. L’ho amato perché mi piaceva lei, ciò che sapevo di lei, e dopo quel piccolo libro ho letto anche gli altri, ho continuato il dialogo con lei, assaporando la distanza quasi astrale tra la prosa secca, essenziale, degli esordi e quella di oggi, così liquida — il termine le piace — e direi sensuale, odorosa, luminosa. Così ho sognato di conoscerla, e non mi è stato difficile. Così mi sono accorto che lei non delude, e l’ho capito subito, scrutando per la prima volta il suo volto teso e sorridente, dolce e sorridente — “il sorriso di chi nasconde i suoi sforzi dietro modi leggeri”. Le chiesi, allora, di firmare il libro che avevo tra le mani e lei con dita ferme segnò la pagina bianca. Arrivederci, mi disse, e l’ho rivista tra le montagne abruzzesi di aceri e faggi che tanto ama — e il mio incontro con lei è proseguito e prosegue; è stato ed è di passeggiate, parole, sentieri, fragole nei boschi; è stato una serie di pomeriggi a lavorare insieme per il teatro, a provare e riprovare su palcoscenici all’aperto.

D. A che età hai scoperto il piacere della lettura? C’è qualcuno, nella tua infanzia, che ti ha spinta a leggere, o il desiderio è sbocciato spontaneamente dentro di te?

Il piacere della lettura è stato precocissimo per me, non ricordo l'età, ma molto presto. Prima di imparare a leggere era mia madre che mi raccontava le favole, mi leggeva i libri e io pendevo dalle sue labbra.

D. Come si svolge la tua giornata di scrittrice? Orari, luoghi preferiti, attrezzi del mestiere, generi di conforto?

La mia giornata? Mi alzo presto, alle sette, mi lavo, mi vesto e porto a spasso il cane (una carissima, Ginni, mi è morta tempo fa. Dopo un anno di lutto, ne ho presa un'altra che si chiama Bionda ed è una volpina color miele); poi mi metto al tavolino e ci resto fino alle due, ora in cui pranzo. Quindi un poco di riposo e poi altro tavolino. Però nel pomeriggio mi dedico anche ad altre cose tipo interviste, incontri teatrali, eccetera. Scrivo col computer. Ho molti libri intorno a me, anzi direi che scrivo in una camera tappezzata di libri. Poi la sera vado al cinema o a teatro o a cena con gli amici.

D. Il dato è abbastanza sconsolante, e si ripete spesso: in questo Paese troppi libri, troppo pochi lettori. Internet e la televisione possono davvero fare qualcosa?

Credo che Internet possa fare molto per avvicinare i libri ai troppo distratti lettori italiani. Si viaggia con le parole. Forse lo stile della scrittura cambierà, avrà un piglio più veloce e conciso, ma il pensiero e l’immaginazione passano soprattutto attraverso le parole e quindi non credo proprio a chi dice che la letteratura morirà. Sempre che si intenda la letteratura come il piacere di raccontare storie e di ascoltarle. Raccontarle bene, tanto da incantare il lettore, naturalmente è difficile, ma il gioco è sublime e vale la pena di provarlo.

D. Letteratura a scuola. «Chi legge libri come si stanno ad ascoltare gli amici, vedrà come essi gli sveleranno i loro tesori e diventeranno per lui un intimo possesso», scrive Hermann Hesse. Spesso, tra i banchi, invece, la letteratura si offre con il contagocce analitico, anziché a bicchieroni. Non è un male? Tu che cosa ne pensi?

Credo che se non si comincia molto presto ad amare i libri, dopo è sempre troppo tardi. La scuola elementare dovrebbe essere la prima a contagiare del ‘piacere della lettura’.

D. In un suo saggio dal titolo Dopo la fine, Giulio Ferroni descrive il malessere che talvolta prova entrando in una libreria e sentendosi schiacciato dalla mole immensa di tutti i volumi che riempiono gli scaffali — travolto come da un ronzio incessante a cui è impossibile resistere. In Italia escono migliaia di libri all'anno. Le classifiche dei libri più venduti vedono in testa i comici televisivi. C'è ancora spazio per il silenzio della lettura, della letteratura vera?

Uno scrittore non può farsi spaventare dalla grande quantità di libri che escono in libreria, non soccombe allo sgomento di fronte ai troppi bestseller di bassa qualità letteraria. È vero che molti libri di successo sono volgari e privi di valore, ma in mezzo alla robaccia si possono trovare anche dei bei romanzi (guarda il caso di Niccolò Ammaniti, o di Donna Tartt che pur avendo pubblicato dei grandi successi, sono degli autori seri e di sicuro talento). L'atto di scrivere romanzi o racconti o poesie presuppone un grande ottimismo. D'altronde, se ci pensi, la maggioranza della gente non ha mai letto molto. Una volta si giustificava la scarsa presenza dei lettori con l'analfabetismo e l'ignoranza. Oggi il più delle persone sanno leggere e scrivere, ma lo stesso si tirano indietro di fronte alla lettura perché leggere comporta una fatica di concentrazione, di attenzione, di partecipazione che non sempre una persona, magari anche un laureato, ha voglia di affrontare. Anche se la ricompensa è grandissima, e lo sa bene chi ama leggere, come me e come te.

D. Che rapporto ha uno scrittore con le traduzioni straniere dei suoi libri? E tu, che ti sei cimentata nella traduzione, dimmi: con quale spirito e con quali intenzioni si fa una traduzione? Ti propongo il vecchio interrogativo di Croce: meglio una bella infedele o una brutta fedele?

D. Maraini
Dacia Maraini
Tu mi chiedi una cosa precisa: che rapporto ha lo scrittore con le sue traduzioni. Naturalmente dipende se conosce la lingua in cui è tradotto il libro oppure no; di fronte ad una edizione cinese di Marianna Ucrìa (ho il libro a casa ed è di carta poco buona ma non brutto) rimango solo stupita. Perché c'è sempre qualcosa di stupefacente nella trasformazione di una lingua in un'altra. Ma niente più. A volte chiedo ad un lettore che mi dà fiducia, che mi sembra capisca di libri, cosa ne pensa della traduzione. Ma non potrò mai giudicare di persona. Invece, quando il libro è tradotto in una lingua che conosco, certo tutto diventa più facile. A volte ho lavorato con i miei traduttori: per esempio quelli che traducono in inglese sono una coppia: marito e moglie, e lavorano insieme. O per lo meno lavoravano perché adesso lui è morto. Ogni volta che erano al lavoro su un mio libro mi venivano a trovare, oppure andavo io da loro e insieme ripercorrevamo il libro, parola per parola e ti assicuro che ne guadagna molto il risultato finale. Purtroppo so solo l'inglese, il francese e lo spagnolo, ma molto meno bene. In quanto alla domanda: meglio brutta e fedele o bella infedele, la traduzione, direi che preferisco la bella infedele. Voglio dire che il traduttore, più che sapere la lingua da cui traduce deve conoscere bene la propria lingua e saperci giocare e inventare. Insomma la cosa migliore è che si tratti di uno scrittore o di un poeta. La traduzione di Pasolini che non conosceva molto bene il greco dell'Orestiade è centomila volte meglio di quella fatta da illustri professori, esperti grecisti che hanno costruito dei testi piatti e opachi. Sei d'accordo? Naturalmente infedele non vuol dire che il traduttore inventa e fa di testa sua senza tenere conto del testo.

D. Uno degli autori del ’900 che ultimamente hai frequentato spesso è Gabriele D’Annunzio. Nel 2001 hai scritto uno spettacolo attorno dalle sue lettere d’amore inedite, interpretato magistralmente da Marisa Fabbri, da poco scomparsa. E poi articoli, recensioni, letture. Questo infedele e focoso Gabriele è sempre lo stesso, insaziabile, "tiranno del piacere", spesso asfissiante, spesso sfuggente. Però mi pare che un certo fascino lo esercita anche su di te, che in fondo sei così lontana da certi suoi languidi abbandoni nello scrivere. Come dici alla fine di un articolo, un poco lo ammiri questo raffinatissimo e sensibile poeta, anche se a volte ti fa arrabbiare per quelle insopportabili punte barocche di lirismo esasperato e stucchevole.

Non credo di essere affascinata da D’Annunzio. Mi piacciono certe sue invenzioni linguistiche. Per chi scrive è un divertimento assistere ai suoi fuochi pirotecnici verbali. È abile, un virtuoso, un giocoliere delle parole e questo a volte lascia ammirati. Solo ogni tanto, in mezzo ai suoi libri, compare qualcosa di autentico, ma raramente. Per esempio in mezzo al Fuoco c'è un ritratto molto intenso di Eleonora Duse che per la prima volta mi fa dire: ha capito qualcosa di una donna. Di solito, leggendolo mi viene da dire: tutto fasullo, tutto cartaceo. Un'idea dell'amore assolutamente da teatrino delle anime. D'Annunzio amava l'amore più che le persone di cui si diceva innamorato. Non voleva conoscerle, ma solo amarle alla cieca, con un impeto narcisistico e infantile. Voleva vedere sé in loro. Ma è naturale che questa funzione di specchio duri poco. Alla lunga poi le persone si rivelano per quello che sono, pretendono di essere sé stesse. Ma a questo punto lui si stufava e passava ad un altro appassionatissimo amore. Amori così li vorrebbero tutti, ma solo in sogno. Nella realtà credo che ci si sentirebbe come sopra un palcoscenico. D'Annunzio si metteva continuamente in scena. Gli piaceva recitare e guardarsi recitare. Era anche molto bravo in questa sua recita e la gente (non solo le donne) si innamorava di lui per questa sua generosità rappresentativa. A me piace più l'idea di Erich Fromm che l'amore sia lenta conoscenza, sia dedizione e approfondimento. Non a caso Fromm parla di una piantina che va curata. L'idea che si tratti di un sentimento brado, selvatico che cresce robusto e forte da solo è illusoria, un'invenzione romantica, dice lui. La pianta, come tutte le piante, va coltivata, innaffiata, altrimenti viene assalita dai parassiti, oppure prende forme arbitrarie e sbilenche o addirittura muore. Ma nel tempo in cui viviamo l'amore assomiglia più a quegli alberi di Natale che compriamo ogni anno, che vengono esposti dentro i vasi nelle case, come fossero vivi e vegeti e invece sono già dei cadaveri. Poi una volta finito il Natale, vengono gettati via con noncuranza. Penserai che sono eccessiva nelle mie preoccupazioni da gnomo della foresta. Ma io ho una simpatia carnale per gli alberi, li sento cugini, fratelli. E quando ne vedo morire uno mi avvilisco. Figurati quando me li mostrano che bruciano a centinaia nei roghi estivi, tutti dolosi poi… È uno strazio che non mi fa dormire.

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 28 giugno 2004
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