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IPPOLITA AVALLI RACCONTA IL SUO ULTIMO ROMANZO, NASCERE NON BASTA, IL SECONDO DI UNA TRILOGIA "AL FEMMINILE"

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Interviste
Intervista con Ippolita Avalli
Il senso di solitudine, la difficoltà a farsi ascoltare, capire, parlare
(a cura di Vanessa Sorrentino)


I.Avalli
Ippolita Avalli
ppolita Avalli è nata nel 1949 a Milano, ma vive a Roma. Al suo libro d'esordio,
Aspettando Ketty edito da Feltrinelli nel 1982 sono seguiti L’infedele (Rizzoli), Non voglio farti male (Garzanti), Amami (Baldini & Castoldi) e La dea dei baci (Baldini & Castoldi, 1997).
A novembre ha letto e presentato il suo ultimo romanzo Nascere non basta, edito da Feltrinelli, alla Vecchia Stazione (Forlì). L’iniziativa faceva parte di "Narrative", una manifestazione dedicata al cinema e alla letteratura contemporanea organizzata da Cultura Progetto. Gli appuntamenti proseguiranno in aprile, per chi ne volesse sapere di più: cultura-progetto@libero.it

D. Innanzitutto una curiosità: ho saputo che la firma che compare sulle copertine dei tuoi romanzi corrisponde in realtà a uno pseudonimo, Ippolita Avalli, perché, ha un significato particolare questo nome?

Sì, quand'ero ragazza amavo molto D'Annunzio, i suoi personaggi fascinosi, le sue donne sensuali avevano un potere stordente sulla mia sensibilità. Ippolita Sanzio è la protagonista di un suo romanzo: Trionfo della morte. Poi, Ippolita era anche una leggendaria regina delle Amazzoni e Avalli è il cognome di mia madre che ho perso quando ero ancora una bambina. Mi è sembrato un bel modo di ricordarla e onorarla.

D. Vera Giovanna Sironi, la protagonista del romanzo, è un'adolescente che vive e va alla ricerca della sua identità, negli anni '60. Perché hai scelto di ambientare questa storia proprio negli anni '60?

Nascere non basta è il seguito di La dea dei baci (i due romanzi sono indipendenti l'uno dall'altro, cioè hanno vita autonoma, non è necessario leggere il primo per capire il secondo). E La dea dei baci si snoda sullo sfondo della grande rivoluzione industriale, quando il nostro Paese da agricolo diventò industriale. È un momento storico di grande rilevanza e, in più, l'ho conosciuto bene perché ero adolescente anch'io negli anni '70 e penso che uno scrittore sa raccontare al meglio ciò che conosce bene.

D. Quanto c’è, ammesso che ci sia, di autobiografico in questo romanzo?

È una voce interiore, che parla all'interiorità del lettore allo scopo di suscitare profonde emozioni. In prima persona arriva più direttamente. Il tema dell'autobiografia è antico quanto la letteratura. È un falso problema, non esiste. Si può dire che tutto è autobiografico e nulla lo è. Raccontando, scrivendo, si cambia, si modifica, si "lavora" su un tessuto, prendendo spunto da persone che esistono effettivamente o sono esistite. Ma nell'adattarle alla storia queste persone diventano altro, vengono loro aggiunti attributi, tic, manie, espressioni e alla fine magari di quel modello non è rimasta che una labile traccia, un segno e nulla più.

D. Il personaggio di Vera ha tutti i caratteri dell’adolescenza: il candore, la spavalderia, l’incoscienza, le domande, l’incertezza… che cosa c’è di archetipo in lei? Se questo romanzo lo leggesse un adolescente di oggi vi si riconoscerebbe?

Credo proprio di sì. Lo dimostra il fatto che molti adolescenti vengono agli incontri e fanno domande. Vedo le loro facce quando parlo del personaggio. Sono emozionate, tirate, partecipi. Le differenze socio-culturali tra il mondo attuale e quello del mio romanzo sono notevoli. Ma identiche sono le problematiche dell'anima, il senso di solitudine, la difficoltà a farsi ascoltare, capire, parlare, che hanno gli adolescenti, il senso di onnipotenza e di grandezza li accomuna alla mia protagonista, insieme alla voglia di cambiare il mondo, e di farlo attraverso la poesia, l'ardimento e l'affermazione di sé.

D. La mia impressione è che Vera abbia uno sguardo particolare rispetto all’epoca in cui si trova a vivere. Invece di contestare l’ordine e i valori stabiliti, lei va alla ricerca di un ordine che è quello famigliare da cui dipende anche la formazione della sua identità. Sembra un viaggio alla rovescia: invece di abbandonare la famiglia per avventurarsi nel mondo, Vera si avventura nel mondo per ritrovare la sua famiglia…

Più che la sua famiglia lei vuole (desidera, vorrebbe) trovare la madre. Ma resta in bilico su questo desiderio come sull'orlo di un pozzo. In effetti il tema focale del personaggio è la ricerca dell'identità ma non in senso storico. No, lei cerca il proprio essere, e insieme il proprio modo di essere, un'autenticità tutta sua, fuori dalla famiglia e dalle regole sociali. Si sente responsabile del mondo ma non ne fa parte. Non vuole farne parte, si colloca su una linea di confine, una sorta di extracomunitaria ante litteram. La novità e l'originalità di questo personaggio consiste proprio in questo, che è un tipo che non confonde, nel senso letterale, non si fonde con niente e nessuno, fa parte per se stessa. E osserva il mondo con l'acume e l'acutezza che solo una posizione di confine permette. È una posizione reale e vera nel senso migliore ed esatto del termine.

D. La scoperta del sesso e del proprio corpo da parte di Vera sembra qualcosa di traumatico come il rapporto con gli uomini. Gli uomini che incontra sono violenti, invasivi, pieni di ombre, irraggiungibili… perché?

Perché è una ragazzina pura e ingenua, vale a dire un agnelletto. E gli agnelli, si sa, attraggono fortemente i lupi. Anche se non lo sanno, li richiamano. È un aspetto del proprio carattere che si porta dietro dal rapporto con un padre padrone.

D. Nascere non basta è un romanzo di formazione visto dal punto di vista di un personaggio femminile. In esso vengono trattati temi come la sessualità, il rapporto col proprio corpo, l’amicizia, tipici di quella che viene chiamata letteratura al femminile. Tu che cosa ne pensi, credi che l’attività dello scrivere abbia a che fare col genere cui si appartiene?

No. Queste differenziazioni e stigmatizzazioni sessuali mi hanno sempre irritato. In un romanzo, in un autore la scrittura non è né maschile né femminile. C'è o non c'è. Cioè è buona o cattiva. Uno è o non è uno scrittore. Punto e basta. Personalmente scelgo come protagonista delle mie storie una ragazza (o una donna) perché trovo più affascinante il pensiero, la vita, l'arrovellarsi sul proprio essere e sul senso del proprio essere nel mondo di una donna. Ma ho scritto anche con la voce di un ragazzino in Bombay solo ritorno. Per ora è così e così resterà fino a quando non avrò terminato la trilogia con l'ultimo romanzo che ha come protagonista Vera Giovanna Sironi. Dopo, si vedrà. È una questione di gusto. E una questione di stile.

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 17 settembre 2004
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