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PER GIUSEPPE BONAVIRI IL VERO DOLORE E' QUELLO BIOLOGICO DELLA MALATTIA, DELLA MORTE E I TAMPAX SONO POETICI COME I CAVALLI LUNARI

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Interviste
Intervista con Giuseppe Bonaviri
Nella grande galassia stellare entro cui vivono miliardi di poetici batteri...
(a cura di Roberta Tiberia)


G.Bonaviri
Giuseppe Bonaviri
iuseppe Bonaviri è nato l’11 luglio 1924, a Mineo, in Sicilia. » il primo di cinque figli del sarto don Nanè e di donna Giuseppina Casaccio. Nel suo paese natale arrivavano poeti da tutta la regione per recitare a gara presso Camuti, un altopiano dove si trovava la pietra detta “della poesia”. Dopo avere conseguito la laurea in medicina a Catania, è stato sottotenente medico a Casale Monferrato dove scrisse su un ricettario il suo primo romanzo,
Il sarto della stradalunga, che dopo l’entusiastica approvazione di Elio Vittorini, nel 1954 fu pubblicato da Einaudi, nella nuova collana “I Gettoni”. Quell’anno inaugurò la sua doppia vita di medico e di scrittore. Le sue opere, in prosa e in poesia, sono oltre trentacinque, tradotte in molte lingue. Tra le più importanti si ricordano: “Il fiume di pietra”(1964), “La divina foresta”(1969), “Notti sull’altura”(1971), “Il dire celeste”(1979), “Novelle saracene”(1980), “L’incominciamento”(1983), “Ghigò”(1990), e le più recenti “Vicolo blu” e “I cavalli lunari”(2004).

Scrittore dolce, “ipersensibile”, malinconico e attento, Giuseppe Bonaviri stupisce ancora i lettori con la sua poesia biologica, rarissima e “naturale”. Edita dalla Scheiwiller nel 2004, la sua ultima raccolta di poesie, I cavalli lunari, scava nella memoria e fa breccia nel presente, cantando le gesta di un nonno fiabesco, avventuriero e originalissimo, che non vuole dimenticare le sue origini. Poeta cordiale e sperimentatore, l’uomo di Mineo osa e riesce a cambiare la poesia con la “p” maiuscola. Contro ogni accademismo, il cavo vaginale e i batteri possono essere cantati, raccontati, poeticizzati – come la luna e l’amore. Dal processo di poeticizzazione nulla è escluso, poiché nulla è escluso dalla vita stessa. Non esistono gerarchie, perché tutto quello che ci circonda, senza alcuna distinzione, può diventare il soggetto di una sperimentazione letteraria. I tampax sono poetici come i cavalli lunari! Se la letteratura riesce a rompere gli argini della banalità, Bonaviri è uno scrittore che fa letteratura. La sua poesia è un esempio di grande istintività che non cozza con la sua razionalità di medico. L’unione dei diversi gli riesce benissimo. «La gioia cos’è? / La goccia / che brilla e all’aurora / sulla roccia sfavilla? / L’elettrone che prilla / attorno al nucleo in amore? / La madre che nel figlio si immilla?» (La gioia). La sua poesia assomiglia al carrubo, albero semplice, modestissimo, silenzioso e sempreverde, che genera frutti maturi e unici: quelli di una letteratura diversa, “organica”, viva, non aerea ma umanissima. «Non è un’ombra che viene dal di fuori / dove vedo alberi stinti, senza foglie, / e, morta, pendula ad una foglia, / la farfalla Mariposa, e silenzio / vuoto per assenza di bimbi giocanti – ma onde / nascenti dal profondo, della vita l’assenzio / impastato per cellule encefaliche, e immondo / trans-membranare di sodio, potassio, serotonina... [...] Sono ormai lombrico lampante solitudine.» (Solitudine mortale).

La pioggia si è arresa da poco e la strada è percorsa da piccoli fiumiciattoli fangosi. Sono in elegante ritardo. Ricordo l’indirizzo, ma non riesco a trovarlo. Andando a fare benzina, da dietro il distributore vedo una via nascosta con pochi palazzi: penso che possa essere uno di quelli. B... B... B... Bonaviri, dott. Giuseppe: trovato! Una signora garbata mi fa entrare: «Si sieda pure, il dottor Giuseppe arriva subito.» Si sente un odore di mogano e di minestra. Do un’occhiata veloce al soggiorno e mi sembra accogliente e vissuto; intanto rimango in piedi davanti al tavolino tondo di legno antico che, non so perché, mi ricorda tanto mio nonno e quando ero bambina. «E' arrivata! Scusi per il ritardo, venga... le faccio vedere... tanto per avere un’idea...». Seguo quella sagoma piccina che però mi sembra grandiosa, e guardo la sua nuca canuta e ordinata che oscilla pacata. «Vedi? Sono tutti in duplice copia!». Corridoi di centinaia di libri accatastati, castelli di fascicoli, palazzi di fogli, tesi...«Abbiamo dovuto mettere la plastica dappertutto per via dei nipotini... sai, sono allergici alla polvere... E qui ci sono i miei libri tradotti nelle varie lingue...». Persino in arabo e in cinese. Mi conduce garbatamente nel suo studio ricolmo, pieno di libri, di storie, di vita e di foto...«Questi sono i nonni Bonaviri... Questo è mio padre: era un sarto, sai?». I suoi oggetti, le sue cose parlano di lui, dolcissimo e ancestrale, come un personaggio dei suoi racconti. E' buffo e troppo garbato per essere un grande scrittore geniale. Mi parla come se fossi una vicina di casa – e io a casa mi sento davvero. Mi commuove questo poeta fiabesco fatto di carne e ossa. A un tratto mi sfiora l’anello che indosso, chiedendomi se sono fidanzata. Gli rispondo che è un regalo di mio nonno. Lui sorride. Trovo sorprendente la sua razionalità mai spigolosa, sempre morbida e lineare, sinuosa, azzardata. Ti lascia senza parole questo barone del pensiero vestito con un camice macchiato che cammina guardandosi intorno, cercando, con occhi docili, qualcuno che vuole essere ascoltato.

D: Corrono cinquant’anni tra il suo primo libro, Il sarto della stradalunga, e l’ultima raccolta di poesie I cavalli lunari. Generi profondamente diversi che abbracciano però denominatori comuni: la solitudine, la malinconia, il dolore generato dalla perdita degli affetti cari. Con I cavalli lunari è come se avesse voluto tracciare un filo conduttore, sotterraneo, che ricollegasse le tappe della sua carriera artistica alla sua vita attuale, al suo essere nonno. E' così? Esiste un intento specifico dietro quest’ultimo lavoro?

Ogni libro viene dai precedenti, non perché li ripeta meccanicamente, ma perché ci sono delle motivazioni, degli stimoli, delle memorie che vengono ripresi. Questo libro è diviso in sezioni: la più importante per me, la più vitale, è la prima, in cui ci sono le memorie siciliane e la presenza attuale di questi nipotini. Posso dire quindi che molti temi, molti umori o malumori, malinconie, che erano dispersi negli altri miei libri, su un piano diverso, strettamente poetico, qui sono stati ripresi. E poi c’è il perenne rinnovamento del tentativo di una poesia biologica. La poesia, di solito, si intende sempre in senso aereo, quasi petrarchesco, e vengono raramente considerati quelli che sono gli elementi formativi del nostro corpo, fatto di carne, ossa, di batteri. Tu pensa che dal cavo orale fino al colon ci sono circa un milione di miliardi di batteri... Noi siamo come una grande galassia stellare entro cui vivono questi batteri. Tentare di immetterli anche nella poesia, renderli paradossalmente poetici, può avvicinare a un percorso letterario originale, lontano dalla letteratura aerea, delicata, elegiaca, e molto più vitale: più umano.

D: Nel 1954 Il sarto della stradalunga, dopo la felice approvazione di Elio Vittorini, entra a buon diritto nella collana dei “Gettoni”. Molti intendono quell’evento come l’inaugurazione di una doppia vita, di scrittore e di medico. La spaventava questa “etichettatura”, oppure si riconosceva ugualmente in entrambe le esperienze, tanto da farle convivere perfettamente?

No, non mi spaventava. Il mio paese, Mineo – almeno fin quando ero ragazzino – era pieno di poeti semianalfabeti, vernacolari, e il mio sogno era quello di diventare il poeta più grande di Mineo. Viceversa verso i quindici, sedici anni – forse perché sorgeva all’orizzonte un’ansia nuova che era l’ansia della tecnologia, della ricerca – pensai di fare, in piena guerra, lo sperimentatore, lo scienziato. Appassionato a certi aspetti biologici della nostra esistenza, del nostro corpo, mi sono iscritto alla facoltà di Medicina. Con una risposta di comodo, potrei dire che come il medico sperimenta, così pure fa lo scrittore. Ma non è del tutto vero, perché il medico ha di per sé solo degli schemi, che con il passare degli anni vengono a mutare, e di cui egli si limita a seguire l’evoluzione.

Ho fatto il medico per sei anni in Sicilia; e per sei anni nel vecchio e poi nel nuovo ospedale di Frosinone. Nel vecchio, ero in infermeria: si facevano tre giorni alla settimana di trenta ore di guardia; ho imparato lì a fare il raschiamento e l’assistenza ai ferri la notte. Questa esperienza mi ha fatto scendere nelle caverne del dolore umano, e mi ha permesso di venire a contatto con la conoscenza profonda del dolore vero e proprio, e non di quello che sta in superficie e che rimbalza subito nei problemi politici, sociologici, anche importanti: il vero dolore dell’uomo è quello biologico, della malattia, della morte. La mia esperienza ha allargato la mia visione e la mia possibilità di avere contatti più diretti e di penetrare meglio nelle pieghe più segrete dell’animo umano. Quindi in questo senso esiste un rapporto fra la pagina scritta e la medicina. Entrambe comportano un’immersione nel mondo del dolore umano, filtrato e disperso in tutti i miei libri.

D: Come ne Il fiume di pietra e ne Il sarto della stradalunga anche in questa raccolta resta come punto focale il suo forte spirito di osservazione malinconica, quasi come se osservasse il mondo da dietro una finestra. Cito alcuni versi della poesia che dà il titolo al libro: «Dio, dona, donaci / a noi acutissimo / sguardo...» Quanto è importante per lei lo spirito d’osservazione e l’essere spettatore attivo della vita?

In verità tutti siamo degli spettatori. Bisognerebbe concepire il mondo esterno sia come mondo vegetale, sia come insieme di rapporti interpersonali, come interazione fra noi e gli altri conoscenti, come incontro fra gruppi sociali provenienti da luoghi diversi con memorie e tradizioni diverse, che andrebbero amalgamati. Tutto questo corrisponde a un’affacciarsi alla finestra e guardare, vedere, sentire, elaborare, ma principalmente cercare di istituire dei paralleli fra quanto vediamo e quanto sentiamo, spesso per offrire una mano agli altri, spesso per riceverla, perché siamo esseri assai fragili e deboli.

D: L’introduzione di Giorgio Manganelli alla Divina Foresta evidenziava l’importanza dei suoni: «...E’ poesia verbale... alcuni suoni, le consonanti, v, s, le vocali mescolate preesistono alle cose... Le valli, gli ulivi, i cespugli... è in grazia del loro suono, del loro essere suono, che quelle immagini sono il mondo...». Una fra le immagini simboliche più ricorrenti fra le sue pagine è quella del carrubo. Chi sono nel pomeriggio? più che una poesia è un vero e proprio inno al carrubo. Che cosa le ricorda questa pianta sempreverde così particolare?

C’è una flora mediterranea, meridionale, collinare all’interno dell’Italia, questa lunga penisola che si estende per chilometri e chilometri. Fino a trentatrè anni sono vissuto in Sicilia, a Mineo, dove in pochi minuti – dieci al massimo – si raggiungeva la campagna, che era come una grande porta che conduceva subito alle valli, alle colline. Questo mi ha portato ad acquisire una conoscenza più diretta del mondo arboreo, dove vivevano mandorli, ulivi – e i carrubi, appunto. Il carrubo è una pianta rara: per esempio in Ciociaria è molto difficile vederne una. La carruba, il frutto che l’albero genera, si usava come mangime per gli animali, specie per gli asini, che sono stati gli eroi veri e propri del lavoro, oggi dimenticati. Mio zio Michele, calzolaio poi spostatosi in America, faceva con le carrube delle caramelle in casa, che per noi erano leccornie. Quindi il carrubo si fa per me simbolo, condensazione della mediterraneità. Il carrubo di per sè è un albero modesto che genera frutti poveri dei quali tuttavia mi resta ancora la memoria olfattiva e palatale.

Gli alberi si ripetono continuamente nei miei libri, perché ho vissuto in mezzo a loro, specie in mezzo agli ulivi. E a Mineo, che oltre a essere ricca di poeti era ricca anche di proverbi, si diceva: «Mineo, ricca d’uogli e scarsa d’acqua». Perché almeno fino alla fine dell’Ottocento Mineo non aveva fonti idriche nelle vicinanze: c’era insomma più olio che acqua!

D. Come nasce Chi sono nel pomeriggio?, la poesia in cui lei afferma di sentirsi “una fogliolina tremula di carrubo”? Cos’è che la rende simile a un albero della sua terra, quando inizia il pomeriggio?

R: Per rispondere parto da lontano. Nel vecchio ospedale di Frosinone, ho trascorso sei anni di vita ospedaliera terribile: entravo alle otto del mattino e uscivo il giorno dopo a mezzogiorno, per tre volte a settimana. Nel ‘64, l’ultimo anno in cui ho lavorato in ospedale, quando morì mio padre, all’improvviso, andai incontro a una sindrome ansiosa e depressiva spaventosa per cui le insicurezze, il senso della mia umana labilità, si fecero più pressanti. Queste sensazioni mi si ripresentano spesso d’estate, nel pomeriggio, quando sto molto peggio rispetto alla mattina, che invece trascorro in modo più dinamico. E' così che ha origine un misterioso processo di trasferimento delle mie sensazioni da persona nevrotica, ipersensibile, alle piante. E' quasi un diventare io stesso, per un processo di arboreizzazione o metamorfosi, un albero vero e proprio.

D: Qual è stato il periodo più bello della sua vita, quello che più degli altri ricorda con nostalgia?

La fase più bella per me è stata senza dubbio l’infanzia. Mi sono trovato immerso, senza volerlo, in un paese povero, contadino ma sapiente, dove su cento contadini o artigiani, come mio padre, cento sapevano l’italiano e scrivevano poesie. Nei dintorni di Mineo c’era poi un altopiano chiamato Camuti, sul quale era situata una grande pietra, considerata la “pietra della poesia”: attorno ad essa, fino alla fine del 1850, prima dell’Unità d’Italia, si riunivano tanti poeti da ogni parte della Sicilia, per gareggiare scrivendo e recitando versi. C’è da pensare che questa pietra riportasse a una religione non solare, celeste, bensì sotterranea, fondata sulla convinzione che le divinità risiedessero nella terra. Si sa che in certi punti del suolo si avvertono delle emissioni di forze gravitazionali, alle quali le persone più sensibili reagiscono con percezioni diverse, di benessere o di malessere. Anche la costruzione dei templi prevedeva il rintracciamento di questi punti di emissione di forze gravitazionali... Ecco, io sono nato e maturato in questa atmosfera arcaica, sospesa tra realtà e magia, ed è questa atmosfera ad avere alimentato la mia passione poetica.

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 10 febbraio 2005
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