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PER PIETRO CITATI LA CRITICA è L'ARTE DI INTERPRETARE UN TESTO. MONDADORI GLI HA DEDICATO UN MERIDIANO: LA CIVILTA' LETTERARIA EUROPEA DA OMERO A NABOKOV

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Interviste
Intervista con Pietro Citati
L'unico dovere dello scrittore è verso la letteratura
(a cura di Pierluigi Pietricola)


on ama Sartre, che «ha scritto pochissimi libri buoni e detto un'infinita quantità di sciocchezze.» Ritiene invece che occorra esprimere la propria idea personale il meno possibile. Circa “l'impegno” afferma: «Lo scrittore si preoccupa di scrivere libri o di parlare di quelli degli altri e non ha nessun dovere con nessuno. L'unico dovere che ha è verso la letteratura.»
Per Pietro Citati la critica è l'arte di interpretare un testo, un cambiamento continuo di punti di vista, una ricerca che tenta di raggiungere la grande opera d'arte. La forza dell'opera d'arte è di parlare sempre all'infinito a tutti quanti, perché contiene in sé un aspetto, non religioso, ma metafisico.
E' stato influenzato moltissimo da Goethe, Kafka, Gadda. Pessoa, Musil e Borges. E' convinto che non esistano metodi critici validi universalmente per tutte le occasioni. Invece, afferma, non si dovrebbe leggere per passare il tempo. Piuttosto che leggere Dan Brown, la Fallaci, la Tamaro sarebbe meglio se non si leggesse affatto.
Non si sceglie l'opera che si vuole affrontare dal punto di vista critico, ma si è scelti, e questa «è forse l'unica cosa che un critico ha in comune con uno scrittore, perché anche uno scrittore viene scelto da certi argomenti.»
Pietro Citati è nato a Firenze nel 1930. ha vissuto a Torino fino al 1942. Sfollato in Liguria, comincia a a studiare da autodidatta Shakespeare, Byron, Platone, Stendhal, Omero, Dumas e Poe. Si è laureato in Lettere moderne alla Scuola Normale Superiore di Pisa.
Come critico letterario ha collaborato a riviste come «Il Punto», «L’Approdo» e «Paragone». I suoi articoli sono apparsi su «Il Giorno», sul «Corriere della Sera» e su «Repubblica». Dirige la collana “Scrittori greci e latini” della fondazione Lorenzo Valla per l’editore Mondadori. Ha ricevuto numerosi premi. Fra cui il “Prix de la latinité”, conferitogli dall’Académie francaise e dall’Accademia delle lettere brasiliana nel 2000. Sposato, con un figlio, attualmente vive a Roma.
La sua opera si distingue nel genere della biografia critica – Goethe (1970, Premio Viareggio), Immagini di Alessandro Manzoni (1973), Alessandro (1974), Vita breve di Katherine Mansfield (1980), Tolstoj (1983, premio Strega), Kafka (1987), Ritratti di donne (1992), La colomba pugnalata (1995) – ma comprende anche favole per bambini (I racconti dei gatti e delle scimmie, 1981) e opere saggistiche. Tra queste: Il tè del cappellaio matto (1972), La primavera di Cosroe (1977), I frantumi del mondo (1978), Il migliore dei mondi impossibili (1972), Il sogno della camera rossa (1986), Storia prima felice, poi dolentissima e funesta (1989), La luce della notte (1996), L’armonia del mondo. Miti d’oggi (1998), Il male assoluto (2000), La mente colorata (2002) fino al più recente Israele e L’Islam. Le scintille di Dio (Mondadori 2003).
Nel 2005 la casa editrice Mondadori gli ha dedicato volume nella collana «Meridiani»: La civiltà letteraria europea da Omero a Nabokov, in occasione dell'uscita del quale Pierluigi Pietricola ha intervistato questo grande critico, tra i più grandi del panorama culturale italiano.


Pietro Citati
Pietro Citati
D. Come ha reagito quando le hanno detto che la Mondadori avrebbe pubblicato un Meridiano contenente gran parte della sua opera, un onore concesso a pochissimi autori viventi, tra cui Borges?

Tra me e Borges c'è una bella differenza, come tra Alpha Centauri e la Terra. Le dirò che non mi ha dato grande emozione. L'importante è che il libro sia buono. E poi può darsi che la direttrice dei Meridiani [Renata Colorni n.d.r.] nel mettermici dentro abbia commesso un enorme errore di giudizio.

D. In una recente intervista rilasciata per la rivista «Stilos», lei ha dichiarato che il segreto del critico sta nel non capire immediatamente ma a distanza di tempo. Da lettore ho un'idea in proposito: e cioè che i testi abbiano bisogno di un certo periodo (più o meno lungo) di sedimentazione nel cuore e nella mente per essere compresi fino in fondo. Lei cosa ne pensa?

Sono del tutto d'accordo. Penso che i libri si muovano nel tempo. Non sono sempre gli stessi; hanno aspetti diversi secondo i secoli. Mentre noi siamo fermi e dobbiamo cercare di capire il movimento dei libri. Quando ho letto la prima volta la Recherche avevo quindici anni. Poi l'ho riletta molte altre volte e diventava sempre un libro diverso. In seguito ne ho fatto un libro (La colomba pugnalata) e in quell'occasione si è modificata totalmente, anche per il tipo di lettura, che era minuziosissima, attentissima ai dettagli. Questo significa che quello che accade per un individuo accade per la critica. Ci sono dei casi incredibili: Omero è la base dell'Occidente, soprattutto l'Odissea che ha prodotto il romanzo europeo. Eppure non è stata di fatto compresa, se non da pochissimi, fino a cinquant'anni fa. Dei libri importantissimi possono passare una vita completamente oscura per secoli. La critica arriva sempre con infinito ritardo, e poi si cambia sempre perchè non è affatto sicuro che l'Odissea che leggiamo adesso sia quella reale. La critica non è che un cambiamento continuo di punti di vista, è una ricerca che tenta di raggiungere quella cosa in continuo movimento che è la grande opera d'arte. I libri in movimento sono sempre i grandi libri. Se lei legge un libro mediocre si accorge che la seconda volta non lo può rileggere perchè non acquista più senso.

D. E come si spiega questa attualità perpetua dell'opera d'arte?

Un'opera d'arte nasce sempre da un momento contingente (pensi alla Divina Commedia: nasce in un certo periodo storico), delle volte per certe ragioni, anche se non sempre. La forza dell'opera d'arte è di parlare sempre all'infinito a tutti quanti, e questa è una cosa inesplicabile, misteriosa. Può essere spiegata da quell'interminabile ricerca che è la lettura. Ci sono dei momenti in cui certe opere cadono nell'oscurità: ad esempio la Divina Commedia nel Settecento era considerato un poema barbaro. Però sono sempre oscuramenti che non durano molto.

D. Sempre in quell'intervista su «Stilos», lei ha spiegato che il critico deve diventare tante persone senza mai identificarsi e colorare di sé l'oggetto di studio, altrimenti si fa cattiva critica. Questo significa che nel momento in cui si studia una certa opera si è totalmente distaccati rispetto ad essa, oppure c'è un momento in cui ci si immedesima e poi ci si estrania?

La cosa essenziale è che bisogna farsi possedere completamente dal libro. Bisogna essere posseduti ma contemporaneamente bisogna essere sempre diversi, perchè una cosa è farsi possedere da Dante e un'altra è farsi possedere da Proust o da Kafka. Il critico deve mutare continuamente. Non esistono metodi critici validi universalmente per tutte le occasioni.

D. Lei come sceglie l'opera da studiare?

Non si sceglie mai. Si è scelti, o almeno io lo sono. Il primo libro che ho scritto è stato su Goethe (Goethe) e fu quello sul quale lavorai di più: dieci anni. Non posso dire perchè mi sono messo a studiare Goethe: a un certo punto l'ho fatto. Poi ci sono scelte che vengono rinviate nel tempo: ad esempio il libro sull'Odissea (La mente colorata) erano trent'anni che volevo scriverlo. Uno ha un'idea, poi la caccia perchè magari non si sente all'altezza del soggetto di cui vorrebbe parlare o per infinite altre ragioni. Fin quando stranamente viene la mattina in cui ci si sveglia e si dice: oggi inizierò a rileggere l'Odissea. Si è scelti, e questa forse è l'unica cosa che un critico ha in comune con uno scrittore, perché anche uno scrittore viene scelto da certi argomenti.

D. Pessoa, Musil e Borges: lei è stato influenzato da questi tre autori. Ma da tutti e tre nello stesso modo oppure qualcuno di loro ha avuto più peso rispetto agli altri?

Forse sono di più di questi tre. Mi hanno influenzato moltissimo Goethe, Kafka, Gadda. Pessoa, Musil e Borges erano forme diverse di ironia: letteraria e metafisica Borges; vertiginosa e multiforme Pessoa; ed infinitamente complessa quella di Musil. Sono tre forme di ironia di tre grandi scrittori, i quali poi hanno infinite altre sfaccettature".

D. Cos'è secondo lei la critica?

E' una cosa talmente importante che non ha bisogno di definizioni. E' l'arte di interpretare un testo. Un grande libro è composto di tanti strati: si tratta di scoprire quello più nascosto. Il libro è una superficie composta da più strati.

D. Sartre sosteneva che la letteratura è sempre e continuamente impegno, anche se lui intendeva da un punto di vista strettamente politico. Al di là di un orizzonte politico lei è d'accordo con questa affermazione?

Non amo Sartre. Ha scritto pochissimi buoni libri e detto un'infinita quantità di sciocchezze. Ma certo che è impegno; è una cosa talmente evidente. La letteratura impegna tutta la vita, tutti i sentimenti: non può esserci impegno più totale. Ma non è impegno solo sulla vita e tanto meno sulla politica. E' un impegno sulla sostanza, sulla totalità dell'Essere. E molte volte è anche un impegno religioso.

D. Secondo lei può la letteratura avvicinarci a qualche forma di religione? Glielo chiedo perché mi ha particolarmente colpito quest'aspetto dell'impegno religioso.

No, questo no. Ci sono tanti grandissimi scrittori che religiosi non sono. Però c'è sempre nella grande opera d'arte non una parte di religione, ma di metafisica.

D. Lei cosa pensa del fatto che oggi si legge pochissimo o addirittura per niente?

Non è vero. Sono false statistiche. In Italia l'acquisto di libri (non si può mai sapere se poi saranno realmente letti) negli ultimi anni è raddoppiato. Tenga conto che nell'Ottocento si leggeva molto meno. Oggi si legge infinitamente di più rispetto ad alcune generazioni fa. Il guaio è che si leggono una grande quantità di porcherie. Non è importante leggere: di per sé è un atto negativo; perché se si legge Dan Brown, la Fallaci, la Tamaro è molto meglio se non si leggesse affatto. La vera forma di lettura è quella che si praticava nella religione cristiana ad esempio, dove la sottigliezza e la profondità interpretativa raggiungevano delle vette che per noi sono assolutamente impensabili. La maggior parte delle persone legge per passare il tempo, ed è esattamente quello che non si dovrebbe fare.

D. Se dovesse riscrivere uno dei suoi libri, quale sceglierebbe?

Quando si scrive un libro difficilmente lo si riscrive. Bisognerebbe riprendere in mano il lavoro di anni; non lo farei. Mi capita di dover riprendere certi argomenti e di pensarla in modo totalmente diverso, come mi è successo recentemente con gli aforismi di Kafka. Ho scritto un lungo articolo su Repubblica che era del tutto diverso da quello che avevo scritto quindici anni prima in un libro su Kafka.

D. Rilegge mai i libri che ha scritto?

Me li dimentico con una rapidità vertiginosa. Pensi che tra la stesura di un libro e la sua pubblicazione passano più o meno otto mesi. In quel periodo me lo sono completamente dimenticato. Poi arrivano le interviste e allora debbo rileggerlo per ricordarmi cosa ho detto.

D. Qual è, o quale dovrebbe essere, a suo parere, il dovere dell'intellettuale oggi?

Non amo la parola intellettuale, che è stata coniata durante l'Illuminismo, quando si pensava che l'intellettuale fosse uno che si occupa del bene pubblico o di problemi politici. Penso che gli scrittori debbano scrivere bei romanzi, belle poesie, cosmogonie, cosmologie e via discorrendo. Il loro impegno è con la letteratura, cercare di rendere più intenso possibile il rapporto tra ciò che esiste e ciò che non esiste. Io sono anche un giornalista. Può succedere che si esprima la propria idea su una certa cosa; però bisogna farlo il meno possibile. Uno scrittore si preoccupa di scrivere libri o di parlare di quelli degli altri, e non ha nessun dovere con nessuno. L'unico dovere che ha è verso la letteratura.

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 21 novembre 2005
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