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INTERVISTA A FRANCESCA RICCI, AUTRICE DELLA PRIMA OPERA DI ESEGESI DEI DIARI DEL '71 E DEL '72 DI EUGENIO MONTALE

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Interviste
Esegesi montaliana
Insieme a Satura il Diario del 71 e 72 rappresenta il laboratorio creativo in cui Eugenio Montale mette in mostra gli strumenti della sua opera
(a cura di Roberta Andres)


ItaliaLibri intervista Francesca Ricci, autrice della prima opera di esegesi del Diario del 71 e 72. Novanta schede, una per ogni poesia, di commento a questa raccolta di Eugenio Montale. Nel testo, riflessioni sul poeta, la poesia del Novecento, l'intertestualità letteraria e filosofica, l"ineludibile canto di sirena" costituito dalle poesie di Montale.


Eugenio Montale
rancesca Ricci, da anni studiosa della poesia del Novecento e in particolare di Eugenio Montale (è dottore di ricerca presso il Dipartimento di Italianistica dell’Università di Bologna, oltre a insegnare Lettere nella scuola secondaria superiore), ha recentemente pubblicato un testo di esegesi montaliana, dal titolo Guida alla lettura di Montale. Diario del ’71 e del ‘72 presso l’editore Carocci. L’opera segue un’altra monografia, Il prisma di Arsenio. Montale tra Sereni e Luzi, (Gedit 2002), dedicata allo studio della ricaduta del magistero montaliano in due dei suoi cosiddetti “eredi”, Vittorio Sereni e Mario Luzi. Con lei abbiamo parlato dei Diari montaliani e del commento appena pubblicato.

D. Perché un libro di critica proprio sul Diario del ’71 e del ‘72, opera meno conosciuta di Montale?

E’ l’opera su cui ho scritto la tesi di laurea! Scelsi Montale per la tesi perché adoravo le prime 3 raccolte (Ossi di seppia, Le occasioni, La bufera e altro), poi fu il mio relatore a indirizzarmi sul cosiddetto secondo Montale, quello da Satura in poi, meno conosciuto dal pubblico dei lettori e meno studiato dai critici. E tra gli ultimi libri, il Diario del ’71 e del ‘72 mi apparve il più interessante, perché metteva a fuoco, anche teoricamente, i motivi della conversione dal sublime al comico, dal lirico al grottesco, che avviene all’altezza di Satura e si conferma poi in tutta l’ultima produzione.

D. A proposito della differenza tra le fasi della sua produzione poetica, una frase del poeta in un’intervista dice: «I primi 3 libri sono scritti in frac, gli altri in pigiama o, diciamo, in abito da passeggio». E’ così effettivamente?

Certo, perché il linguaggio è prosastico e il tasso di poeticità (nel senso di frequenza di scarti dalla norma, dall’uso) è a prima vista molto basso. Tuttavia, non si può non precisare che quello degli ultimi libri è sì un frac “in borghese”, ma pur sempre un frac: Montale rimane cioè un poeta molto raffinato, perché, anche quando gioca a fare il verso alla poesia, se passato al vaglio di un’analisi testuale, verificate quindi le scelte lessicali, la composizione retorica, la struttura metrica e la testura musicale, affiora una trama molto complessa. Sono quindi testi apparentemente sciatti, in realtà curatissimi, ed è proprio qui la loro magia. Restano liriche che «compenetrano», per usare espressioni dello stesso Montale, ‘musica e idee’, sensualità e ascetismo, acume teoretico da una parte e fascinazione fonica dall’altra. E’ qui secondo me la grandezza della scrittura montaliana! Molti poeti l’hanno definita un «ineludibile canto di sirena». Le immagini poi, di una comunicatività assoluta, focalizzano i nodi cruciali dell’epoca che attraversano (un’epoca lunghissima, dal 1916 al 1980), dal disagio esistenziale a cavallo delle due guerre all’incupimento sotto le dittature, alla delusione delle speranze di rinascita democratica nel secondo dopoguerra, fino alla banalizzazione attuale, la società dei consumi, l’inflazione della scrittura poetica nel mercato letterario di massa, l’ipertrofia ideologica e verbale, di qualunque tipo e segno...

D. L’opera quindi è in continuità con le altre?

E’ in continuità, decisamente: anche se a volte si ha l’impressione di stare scorrendo un articolo di giornale, resta uno stile classico, che rifugge dalle soluzioni estreme dell’avanguardia e non arriva mai alla poesia sociale, mantenendo una misura, appunto, classica. La continuità è forte anche dal punto di vista tematico: Montale dice di avere aperto ai suoi lettori, da Satura in poi, il «retrobottega» della sua poesia, il suo laboratorio creativo, di averne cioè portato allo scoperto i meccanismi, le trame nascoste.

D. Possiamo approfondire meglio questi filoni tematici?

R: Fin dalle prime raccolte i temi centrali sono quello esistenziale, quello amoroso, quello storico, con un grande salto dagli Ossi alle Occasioni perché negli Ossi è centrale il tema filosofico, nelle Occasioni diventa determinante quello amoroso, che nella Bufera si carica di implicazioni anche “religiose”. Però, mentre Occasioni e Bufera si possono ricondurre nell’alveo della tradizione del canzoniere, di matrice dantesca e petrarchesca, da Satura c’è uno sfilacciamento della struttura tematica. Le raccolte non hanno più cioè un baricentro tematico, la struttura ideologica è, diciamo, centrifuga, frammentata, diversificata: viene trattato in modo esplicito, ragionativo, discorsivo e colloquiale, ciò che prima era, diciamo, sotto il velo, bellissimo, del simbolo e dell’allegoria. Penso al tema religioso, a quello politico, alla problematica identificazione dell’Io lirico e al suo altrettanto problematico rapporto con la realtà e con la scrittura; o ancora al tema metaletterario, cioè alla riflessione su cos’è e su come si fa poesia, oppure alla donna...

D: Quali sono le liriche più significative della raccolta?

Eugenio Montale
Questa nuova produzione “in pigiama” ha inizio con Satura, in cui le poesie sono scritte, così ci rivela Montale, dietro a una spinta quasi inconscia, per una sorta di «istinto musicale». Ebbene, nel Diario ci sono molti testi in cui il poeta racconta questo suo nuovo modo di fare versi: La mia Musa, ad esempio. L’immagine dello “spaventacchio” secondo me è fortissima; Lo Spaventacchio è il titolo di un’opera in versi di Enrico Pea, pubblicata nel 1914; nella Mia Musa diventa un’immagine degradata ma fortemente positiva: questo spaventacchio che resiste alle bufere, ai drammi della storia pubblica e privata; quasi uno stregone, che dimostra la funzione essenzialmente taumaturgica della poesia. Ma molte altre poesie del Diario sono significative… Sono importanti anche le poesie d’amore per Mosca, tra le quali a me piace moltissimo Il pirla: la trovo molto intensa e crudele, com’è Montale, nella profondità e nella verità. Vi si parla di un marchio, grottesco (l’epiteto “pirla”, appunto) che la donna-Mosca imprime sulla sua fronte e questo battesimo, che ripeta e rovescia un topos stilnovistico, coincide con la morte della moglie. Mi viene in mente anche Sorapis, 40 anni dopo

D: A proposito di questa poesia, che idea della vecchiaia ha Montale?

Da un lato, nella raccolta, si sente il grigiore senile, la stagnazione (adesso l’acqua è «torbida», il movimento, cioè lo scatto vitale, è sempre più raro e difficile), dall’altro però il tempo che passa, quello cronologico, è un inganno, non esiste, è relativo: quindi è un inganno anche la vecchiaia.

D: Parliamo anche delle altre donne montaliane?

In questa raccolta c’è Gina, la domestica che accudì il poeta fino alla fine, e che nelle poesie si carica di quella funzione protettiva che Montale ha sempre riconosciuto alle “serve”. Si tratta di un’idea derivante dal mondo preindustriale, dallo stile di vita della borghesia media del primo Novecento. Eppure anche Gina è una «sacerdotessa in gabardine e sandali», ha in sé qualcosa di divino, e rappresenta inoltre un ponte tra il poeta e la moglie scomparsa. La figura femminile più importante nella raccolta, però, è Adelheit, la donna chiamata Diamantina nell’omonima poesia, che incarna uno dei temi più importanti del Diario, quello della vita come sussistenza biologica, preculturale, inconsapevole, non filosofica, della perfezione di una vita che ha un senso compiuto contrapposta alla vita che si sgretola sotto i colpi del tempo che passa. Nella vita reale, il personaggio di Diamantina corrisponde a Adelaide Bellingardi, una donna che Montale conobbe a Roma, dove lavorava in una gioielleria (da qui il tema dei cristalli, la perfezione che non si sgretola sotto i colpi del tempo). Questa figura la troviamo anche nel Diario postumo, anche se meno mitizzata. Il nodo tematico di cui lei è portatrice, dicevo, è quello della Vita: l’idea che «essere vivi e basta non è impresa da poco», che la vita ha un senso pur nella sua inafferrabilità, è la novità «teologica» (sic Contini) più importante della raccolta.

D. In riferimento ad un’altra figura femminile Montale scrive in Trascolorando: «E lei? Felicemente/ si ignora. Chi dà luce rischia il buio»…

E’ un topos bellissimo, che riporta a Dante, alla Commedia, a Virgilio, che portò luce agli altri ma non poté giovare a se stesso. Così le donne-angelo di Montale sono creature inconsapevoli, recano luce ma non lo sanno, con una stoccata polemica contro i presuntuosi, i superbi, «gli uomini che se ne vanno sicuri», coloro che, senza incertezze, pensano e dichiarano di sapere dov’è Dio.

D. Come viene descritto Dio nella raccolta?

In una maniera fantastica. Penso alla poesia Non mi stanco di dire al mio allenatore, in cui, riferendosi ad un Dio-coach, si dice: «Che abbia tanta cura / di me, l’idiota, o io sia il suo buffone / tiene in bilico tra la gratitudine / e il furore». Qui si esprime chiaramente il concetto che se l’essere divino si manifestasse, l’essere umano non avrebbe spazio e sarebbe annichilito dall’evidenza dell’esistenza dell’assoluto. Quindi Montale qui oscilla tra due ipotesi, non ne sceglie nessuna e perciò rimangono in piedi entrambe: o Dio è assente per un estremo gesto d’amore per la sua creatura, perché se si manifestasse lo annichilirebbe, oppure, all’opposto, è assente perché è un sadico, e qui ci colleghiamo a un tema kafkiano metafisico, surreale. Nella poesia Il dottor Schweitzer si introduce infatti il sospetto che il metafisico sia un pellicano feroce, che con le sue fauci divora anziché nutrire come il Cristo; da qui l’idea che l’uomo sia non l’idiota dostoievskjano, ma il buffone: nell’ipotesi che Dio sia assente, e indifferente, c’è cioè l’idea che Lui sia un burattinaio che assiste e si diverte davanti al dolore della vita umana, anzi, dell’«immane farsa umana». E’ una posizione teologica onesta, che comunque non esclude la carità, di matrice paolina, che si manifesta come amore verso l’inconoscibile, l’invisibile, e come fortissima istanza etica. Del resto Montale è allergico a qualsiasi definizione, alcuni critici lo inquadrano come gnostico, altri come cristiano eretico seguace del frankismo che avrebbe mutuato da Irma Brandeis. Si cerca di dargli una definizione, ma chi studia Montale verifica che il suo è un pensiero che respinge l’irrigidimento in formule univoche e che torna continuamente su se stesso a negare quello che afferma.

D. Mi hai citato prima Kafka e Dostoievskj. Vorrei mi parlassi un po’ degli elementi interstestuali nell’opera.

Nella raccolta c’è una significativa presenza dei classici della letteratura italiana, primo tra tutti il Dante della Commedia, citata in maniera diretta, oppure parodiata. Ma l’intertestualità abbraccia una gamma di autori vastissima, perché oltre a riferimenti alla letteratura, italiana e non, mette in campo tutto il repertorio di conoscenze filosofiche e scientifiche, come del resto avviene in Satura e nel Quaderno dei 4 anni. Montale era curiosissimo e aggiornatissimo. Ci sono riferimenti, ad esempio, a Wittgenstein e ad Heiddeger, ed è inoltre ancora viva la polemica contro l’Idealismo. Se la realtà coincidesse con lo Spirito, con l’Ideale, osserva Montale, allora potremmo giustificare tutto, dalla Shoa al Nazismo, al consumismo e alla perdita del senso critico che gli si accompagna.

D. Ci ricolleghiamo alla polemica con il progresso, contenuta nella raccolta?

Si, Montale attacca non il progresso in sé, in cui crede, ma l’idea di un progresso idealisticamente inteso come assoluto e irreversibile.

D. C’è anche una poesia dedicata a Croce, nel ventennale della morte…

E’ una poesia tremenda (A un grande filosofo; ndr), feroce, perché, nonostante Croce resti un maestro, è paragonato al diavolo “loico” (cioè logico, dialettico) dell’Inferno dantesco. Montale riprende la citazione di Dante per denigrare il maestro, perché nel Diario l’intertestualità è quasi sempre parodia, i modelli sono ripresi per essere rovesciati in quest’ottica dell’abito da passeggio che ha sostituito il frac. Però rimane un utilizzo funzionale della cultura umanistica europea, che rappresenta un riscatto dalla fenomenologia e dalla filosofia del linguaggio: alla riduzione della realtà a parola Montale oppone l’idea dell’angelica farfalla (anima e poesia), che è comunque un modello affermativo.

Tornando ancora sull’intertestualità, c’è ad esempio Leopardi dietro la figura di Annetta; dietro Il tuffatore c’è invece uno dei Calligrames di Apollinaire, ripreso quasi letteralmente e contaminato con La ginestra di Leopardi…

D. L’uso dei correlativi oggettivi è diverso dalle precedenti raccolte?

Alcuni critici dicono che tanto gli oggetti sono carichi di valori simbolici nelle prime tre raccolte, quanto ne sono privi nelle ultime, reificati, ridotti a puri referenti, senza sensi ulteriori. Tuttavia si può non essere d’accordo con questa, pur legittima, lettura. Pensiamo a Rosso su rosso: è una poesia in cui c’è solo la descrizione di quello che succede nella stanza, il coleottero che cammina sulla dichiarazione dei redditi, la radio che parla dei 200 morti a Pasquetta e del sangue sulla strada; questi non sono affatto simboli vuoti, significano altro, c’è un’eco dell’Intervista a un suicida di Vittorio Sereni e poi c’è questa ironia terribile, che trasfigura un paesaggio domestico moderno in un nuovo paesaggio infernale.

D. Com’è strutturato il tuo libro, e qual è il target?

Avendo imparato ad apprezzare il Diario, a coglierne l’attualità del messaggio (cioè che la vita, in sé, senza spiegazioni razionali né fideistiche, vale comunque la pena di essere vissuta; che si deve restare fedeli alla propria ragione critica, all’arte e alla poesia come fonti di speranza; che l’amore è una delle cose più importanti…) e il grande valore stilistico, il libro è nato dal desiderio, diciamo, di rendere giustizia a questa raccolta. E’ formato da 90 schede, una per ogni poesia. Se ne può fare quindi una lettura continuativa, oppure frammentata, mirata all’approfondimento solo di alcune liriche. Non ci sono i testi per motivi di carattere editoriale, però è il primo, e per il momento unico, commento integrale a questa raccolta.

D. Pensi che ti dedicherai ancora ai Diari e a Montale in generale?

Forse la dimensione dell’intertestualità era ancora da scavare, da approfondire. Alcune scoperte le ho fatte per caso: ad esempio che dietro la poesia La caccia c’è un riferimento al racconto omonimo di Goffredo Parise; oppure che nel Dottor Schweitzer c’è un ricordo della copertina di un libro dello stesso Schweitzer, che raffigura un pellicano col becco aperto. Montale leggeva tutto, era aggiornatissimo, era un radar, captava ovunque: da qui questo enorme spessore dei suoi testi. Ma ora non sarebbe fruttuoso tornare a lavorarci, difficilmente vedrei qualcos’altro. Ora vorrei piuttosto lavorare alla Bufera, che è la sfida di ogni montalista.

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 18 aprile 2006
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