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INTERVISTA CON PAOLO DI PAOLO, GIOVANE LETTERATO, AUTORE DI LIBRI-INTERVISTA E DEI RACCONTI DI NUOVI CIELI NUOVE CARTE

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Interviste
Intervista con Paolo Di Paolo
Un cammino per incontrare altre persone, più che per ritrovare se stessi.


Paolo Di Paolo
Paolo Di Paolo
o conosciuto Paolo Di Paolo nel 2001, esattamente come ho conosciuto tutti i membri della Redazione Virtuale. Ricevemmo un suo primo vibrante e accorato contributo all'indomani della scomparsa di Indro Montanelli. Mi ritrovo a cinque anni di distanza a intervistarlo sulla sua attività di scrittore. Il passaggio non è banale.
Considero Di Paolo il caso esemplare di un giovane, precoce letterato che persegue giorno per giorno la propria maturazione fino al punto critico in cui si verifica un riconoscimento da parte degli “agenti culturali": editori, critici, altri scrittori... È un concetto fondamentale, anche se sembra lapalissiano: puoi chiamarti scrittore solo quando il mondo riconosce che tu lo sia. Punto.
È nato a Roma, dove vive, nel 1983. Ha pubblicato: Nuovi cieli, nuove carte (Empirìa 2004, finalista XVI Premio Calvino e Premio Carver 2005, vincitore XXXV Premio Primavera Strianese - Napoli), seguìto da Nuovi cieli, nuovissime carte (Empirìa 2006); Un piccolo grande Novecento, con Antonio Debenedetti (Manni 2005), e la conversazione con Dacia Maraini Ho sognato una stazione. Gli affetti, i valori, le passioni (Laterza 2005). Per il teatro ha curato Il respiro leggero dell'Abruzzo (2001), interpretato negli anni da Franca Valeri, Milena Vukotic e Arnaldo Ninchi. Suoi scritti sono apparsi in antologie e riviste, tra cui «Nuovi Argomenti». Collabora con «ItaliaLibri» e con «Stilos».
Abbiamo concordato di condurre l'intervista via email, con la sola regola di evadere una domanda alla volta. L'intervista è così iniziata il 31 gennaio 2006 ed è terminata oggi. In questo periodo ci siamo anche incontrati tre volte, a Milano.
Di Paolo, di cui è appena uscito Nuovi cieli, nuovissime carte (Empiria 2006), è un personaggio cortese, discreto, geloso del proprio intimo, che preferisce dribblare una domanda su se stesso con una citazione letteraria, piuttosto che eluderla del tutto, ma recalcitra decisamente di fronte a tentativi, seppure onesti, di coinvolgerlo in argomenti che potrebbero sbilanciare un controllo di sé che non ammette deroghe.
Se dovessi dire quale penso che sia il segreto di questo giovane amico, direi che è la concentrazione. Una curiosità vorace e frenetica che Di Paolo focalizza sulla lettura, sulla scrittura, sui personaggi, sugli scrittori, sugli esseri umani che incontra, sulle esperienze personali, per trasformare tutto in inchiostro da versare sulle pagine dei taccuini che porta con sé, in materiale letterario che poi impasta con altro materiale letterario che proviene ancora dalle letture, e mastica e digerisce e rimastica...
I contadini francesi seminano fiori profumati sui prati dove pasciono le loro mucche, per trasmettere quel profumo ai loro celebrati formaggi.
Ecco.

Caro Paolo, con questa conversazione vorrei, a carte scoperte e senza sotterfugi, inseguire due obiettivi. Il primo è di portare il lettore sul “caso letterario”. Basta scorrere il lungo elenco delle sue collaborazioni con ItaliaLibri per capire che dietro al suo exploit editoriale non ci sono soltanto una serie di circostanze favorevoli ma anche studio e duro lavoro. Il secondo è di indicare uno spiraglio di luce a quanti, tra i nostri collaboratori e tra i lettori del sito, inseguono una carriera letteraria. Che ne dice? Che altro potremmo cercare di fare?

Le circostanze favorevoli ci sono state senz'altro, come per ogni esordio, che sia con grandi o piccoli editori. Ma anche un lavoro lungo che lì per lì non mi sembrava neanche faticoso, avendogli dedicato volentieri tutta un'estate scioperata (quella del 2002) e molti pomeriggi prima (quelli che sommano, dalla fine dell'infanzia in su, romanzi letti a fumetti a entusiasmi a testardaggini, e erezioni, fughe, lotte con lo stomaco e con sentimenti a forma d'ostrica). Tutto sembra già un po' leggendario, a vederlo da qui. Non è passato molto eppure sembra di sì. Mi rivedo a Torino, Premio Calvino edizione 2003; un giurato mi dice: ignari dei suoi dati anagrafici, pensavamo fosse l'opera di un professore in pensione, uno con molte (troppe?) letture alle spalle. Era un complimento? me lo sono chiesto a lungo, e me lo chiedevo quella sera stessa, appena consapevole di avere scritto, piuttosto che un libro di racconti, una richiesta di legittimazione. Rivolta a chi? alla letteratura. Come se, scrivendo, mi sentissi in dovere di dare conto di tutto ciò che avevo letto («che insomma per imparare a scrivere bisogna leggere», rimbombava un monito di Manzoni).

Se dovessi dare un consiglio, direi che non è il caso di mettersi in testa di raccontare novità sul mondo senza lunghe consuetudini con le voci altrui, passate e presenti. E poi bisogna disegnare uno spazio di confidenza, cioè pensare sempre, scrivendo, a qualcuno che possa/potrebbe leggerci - come si fa con le lettere, come si fa mettendo l'indirizzo alle e-mail o scegliendo un Undisclosed-Recipient. Qualcuno che ci somigli, magari, e che tuttavia non sia un nostro clone (o il nostro fidanzato/a). Allora càpita che questo spazio, piccolo o gigantesco, armandoci di santa pazienza e di scarpe comode, prima o poi, se davvero abbiamo qualcosa da dire, da spiegare, da favoleggiare, o da ripetere per bene, e non vogliamo solo parlarci addosso (come certi habitué delle conferenze pomeridiane), lo troviamo; nel più dei casi, prima o poi, lo troviamo.

D. Quando è nato? (giorno, mese, anno, segno zodiacale). Come definirebbe la fortuna e, lei, Paolo di Paolo, si ritiene una persona fortunata?

Aldo Busi, Napoli 2001
(foto © Salvino Campos)
7 giugno 1983, Gemelli. Condivido il giorno di nascita con Paul Gauguin e con Pippo Baudo. Mi piacerebbe sapere con chi altri ancora. La fortuna? Non so. Rispondo ai due interrogativi con questo splendido finale del sublime Aldo Busi (è nel libro E io, che ho le rose fiorite anche d'inverno?, Mondadori): «Un po' di più e un po' di meno, un po' di questo e un po' di quello, un po' di tutto, e un po' qui e un po' via. Per un po', poi non più. Il desiderio di vita è una specie di rimpianto per procura e ti fa rabbia, a me non sembra mio tanto mi è estraneo, un abusivo che mi occupa la mente, il che poi è l'unica vita rimasta, l'unico essere vivo rimastomi, un tarlo che corrode sé stesso; un po' di tutto cioè di niente, perché gli uomini non sono niente di più della natura delle piante e dei minerali (...). Di' con me 'Non c'è vita migliore della mia' o 'Non c'era altra vita possibile, per mia fortuna', e falla finita».

D. Dove è nato e come ha passato l'infanzia?

Sono nato a Roma. Ho trascorso un'infanzia di marionette, di borotalco in faccia e di molte ambizioni (da cuoco, prestigiatore, regista, e poi naturalmente da scrittore e presentatore del festival di Sanremo; ma anche da nipote di Walt Disney e da entomologo crudele).

D. La nostra conoscenza risale al luglio 2001, quando lei aveva 18 anni. Da allora lei è riuscito ad ottenere dei risultati straordinari, considerata la sua età (almeno, mi sembra!): la pubblicazione di un libro tutto suo, Nuovi cieli, nuove carte, Empiria, e, a raffica, due libri-intervista con autori importanti: Un piccolo grande Novecento, Manni, con Antonio Debenedetti, e Ho sognato una stazione, Laterza, con Dacia Maraini. Quali sono le circostanze che l'hanno portata in questa posizione?

Càpita che me lo chieda anch'io. Non so; mi rendo conto di avere già fatto molte cose e molto in fretta. C'è già qualcuno che dice: troppe. Può darsi. Ma l'unica molla è stata una passione divorante, una vitalità che sì, a volte mi è sembrata disperata. Perché tanto correre? Per rompere rapidamente il muro della propria stanza, delle parole che restano al chiuso. Non credo che si scriva per sé stessi. Tutt'al più si scrive anche per sé stessi. Ma almeno per me la necessità primaria è stata quella di confrontarmi con qualcuno a cui chiedere: «e allora, ti pare che un dialogo si possa cominciare?». Lo diceva già Moravia nella bellissima prefazione al primo libro di Dacia Maraini: scrivere (fare gli scrittori) è portare avanti un dialogo. Affinché questo dialogo cominciasse, ho cercato non l'affanno delle lettere (perlopiù inutili) spedite ai grandi editori, ma l'allegria dell'incontro con gli scrittori. Non per riversare sulle loro scrivanie i miei pastrocchi (magari pretendendo - come fanno alcuni - esegesi, giudizi, raccomandazioni), ma per capire dalla loro voce, dalle loro parole, dov'è che in letteratura un dialogo comincia. Poi il resto - come per molti affari della vita - è venuto per caso o per qualche buona stella.

Cosa l'ha condotta a pubblicare Nuovi cieli, nuove carte?

Mi sono accorto soltanto a posteriori di come questi racconti, messi insieme, somigliassero al tentativo (più o meno consapevole) di saldare parecchi debiti: quelli contratti, crescendo e leggendo, con gli scrittori amati. Il gioco delle citazioni, dei rimandi alle pagine altrui, mi sembra adesso quasi una richiesta di legittimazione. Riprese più o meno evidenti, epigrafi, prestiti poetici disegnano il tragitto di una corsa a volte affannosa: come se avessi voluto infilare nelle pagine di Nuovi cieli tutti gli scrittori a cui dovevo qualcosa (fosse anche solo una parola o un albero in fiore). Così potrei dire che a pubblicare questo primo libro mi hanno condotto, in ordine sparso, tre desideri: quello di saldare i debiti, appunto (cioè di fermare su carta le mie passioni di lettore); quello di cominciare il dialogo di cui ho già detto; quello (narcisistico) di vedersi stampati e cominciare a esistere, anche se in piccolo, come 'scrittori'.

D. Perfetto. Quale è stato l'impatto col "dopo"? Che cosa ha provato quando ha avuto il libro in mano? E il giorno dopo, e quello dopo ancora? Insomma, cosa è venuto dal "superamento" di questo libro di "esercizi di stile", "sasso nello stagno" e "onesto manufatto artigianale" o, se vogliamo, "prototipo sperimentale", fermo restando che il libro ha acquistato una vita sua, una sua autonomia e ora è là e cammina con le sue gambe...?

In un bellissimo racconto di Henry James che si chiama La mezza età, ripensando a un suo romanzo pubblicato, lo scrittore Dencombe viene assalito da una crescente insoddisfazione: «Voltava le ultime pagine del suo libro e mormorava: – Ah, ripartire di nuovo, avere un’occasione migliore!». Rimettendo mano a Nuovi cieli, nuove carte (scritto tra i diciotto e i vent’anni), mi sono trovato a fare i conti con la stessa delusione di Dencombe. «La delusione non è che la vita», dice saggiamente il dottor Hugh nelle battute finali della novella di James. «Sì, è ciò che passa» risponde Dencombe, ma dopo avere così ragionato: «Una seconda occasione, ecco l’illusione. Poteva essercene soltanto una. Noi lavoriamo nell’oscurità. Facciamo quel che possiamo. Diamo quello che abbiamo. Il nostro dubbio è la nostra passione e la nostra passione è il nostro compito. Tutto il resto è la follia dell’arte».

D. Va bene. Interpreto dalle parole, non sue, ma che lei prende a prestito da un grande autore: "insoddisfazione, e ansia di cominciare da capo". È corretto? Quali sono, a questo punto, le circostanze che l'hanno portata sulla strada di Antonio Debenedetti e dei suoi ricordi? Perché un libro-intervista e non un progetto che le permettesse di "riscrivere" Nuovi cieli, nuove carte?

Antonio Debenedetti
Antonio Debenedetti
Volevo disintossicarmi dall'invenzione narrativa, fare i conti con una scrittura che costringesse l'immaginazione a non esagerare. Così ho privilegiato l'attività "giornalistica", con recensioni, interviste ecc. E mi è capitato di incrociare Debenedetti e la sua miniera di ricordi. Il libro, poi, è nato per caso, chiacchierando di letteratura la domenica mattina nella sua bella casa romana a un passo da Fontana di Trevi. Quanto a Nuovi cieli, nuove carte ho pensato anche di recente di tornarci sopra. Ma un libro è quasi come una fotografia, e ci vuole molto coraggio a ritoccarla. Allora è venuta fuori questa nuova edizione, Nuovi cieli, nuovissime carte, dove compare un racconto nuovo e una postfazione in cui (impudentemente) torno sui miei passi, riconsidero "a posteriori" la strada percorsa in mezzo alle parole.

D. Una nuova edizione? Sempre con lo stesso editore? C'è in progetto di fare di Nuovi cieli, nuove carte una specie di “opera aperta", un libro da prendere in mano saltuariamente per aggiungere, limare, togliere...?

Una nuova edizione, con lo stesso editore. Perché "nuovissime carte"? Perché, passati due anni dall'esordio, mi è venuta voglia di tornare sui miei passi. Riconsiderare quella partenza. I racconti della prima edizione sono rimasti tali, a parte qualche virgola. Ma c'è una sezione tutta nuova, che comprende alcune "dimenticanze", con un lungo racconto sul crescere e un'ampia postfazione. Forse i libri, una volta pubblicati, bisognerebbe lasciarli così come sono: fotografie. Ritoccarli, anche appena, è un tradimento? Affascinante, però, come tutti i tradimenti! Pensi ad Arbasino e a come è cambiato, di volta in volta, il suo Fratelli d'Italia. A me non è bastato il cuore per una operazione simile. Né la pazienza.

Tra lei e Dacia Maraini esiste una lunga conoscenza e una lunga collaborazione. Come è cominciata?

È cominciata con quella sana, spontanea voglia di incontrare gli scrittori che ammiriamo (ne parla il buon vecchio Holden. Ricorda?). Ho scritto a Dacia Maraini una lettera, nel '99 o nel 2000, non ricordo. Le ho raccontato le emozioni provate leggendo i suoi libri. Ha preso forma così una piccola corrispondenza, prima pubblica (sul Forum online della Rizzoli), poi privata. Abbiamo parlato di molte cose: di libri, di viaggi, di un avventuroso volo da Seul a Mosca, di Stendhal e delle mani del pretore Camaleo ne La lunga vita di Marianna Ucrìa. Poi nel 2001 ci è capitato di scrivere uno spettacolo teatrale insieme, Il respiro leggero dell'Abruzzo: e a farci trovare è stata in quel caso la comune passione per l'Abruzzo, dove trascorriamo (lei a Pescasseroli, io a venti minuti da lì) le vacanze estive. E infine il libro Ho sognato una stazione (Laterza) ci ha dato modo di ritrovare molti argomenti delle nostre chiacchierate e di fissarli su carta. Ho imparato molto da Dacia (è una persona che riesce a insegnare senza volere insegnare). 

D. Ho sognato una stazione. Come mai questo libro-intervista?

D. Maraini
Dacia Maraini
L'occasione è stata un incontro con alcuni studenti di Brescia e dintorni, organizzato dalla Fondazione Lucchini. I ragazzi hanno tempestato di domande Dacia Maraini, in due giorni pieni, allegri (e stranamente assolati) di novembre 2004 a Clusane sul Lago d'Iseo. L'editore Laterza ha pensato che potesse essere una buona traccia per un libro sui valori e le passioni della scrittrice (così com'è stato per Margherita Hack prima e per Gino Paoli dopo, nella collana curata da Mariantonietta Schiavina, «I valori di una vita»). Ho sbobinato il nastro - e su quelle pagine ricche di ricordi e riflessioni abbiamo costruito la conversazione, spesso attingendo - anche per rendere le risposte più circostanziate - a interventi scritti di Dacia, pubblicati su quotidiani e periodici. Ho sognato una stazione è un “libro in viaggio”, per molte ragioni. Perché si parla parecchio di viaggi (esistono scrittori italiani che viaggiano e hanno viaggiato quanto Dacia Maraini? Ne conosco pochi); e perché è stato redatto praticamente in viaggio (o nelle pause tra un viaggio e l'altro). Io ho seguito Dacia in alcuni suoi spostamenti, con registratore e taccuino in mano - e questo, credo, ha fatto entrare nelle pagine aria di valigie e fischi di capotreno. Non so più in che posto del mondo Dacia abbia corretto le bozze. Mi piacerebbe ricordarlo.

In questi anni di attività letteraria, lei ha stretto delle relazioni con diversi scrittori, che ha intervistato, per noi o per altri o che ha incontrato ai premi e agli eventi letterari. Ce ne parli.

Da giovani bisogna scegliere a chi telefonare - ma soprattutto a chi NON telefonare, ha scritto una volta Giuseppe Pontiggia. All'ultimo anno di liceo, ho cominciato a cercare gli scrittori che stimavo per invitarli a fare un salto a scuola. Molti hanno accettato con entusiasmo, da Consolo a De Luca, da Vassalli a Rosetta Loy, da Melania Mazzucco a Elisabetta Rasy. Poi sì, ci sono state le interviste per i giornali e per ItaliaLibri. Rapide o lunghissime, accorate o distratte. Ricordo su tutte una telefonata a Andrea Zanzotto: mi parlò dell'ape che, entrando dalla finestra, gli aveva punto un dito - impedendogli di seguitare a scrivere la sua prefazione a Holderlin (avevo diciott'anni e la polmonite addosso). Ricordo, più recente, una passeggiata con Rossana Campo per Parigi, lungo rue Monge sotto la pioggia, dopo avere sorseggiato un tè verde bollente, al caffè della moschea. L'unica scuola vera per chi vuole scrivere, più di ogni istituzionale “seminario di scrittura”, è secondo me questo dialogo con chi ha già attraversato qualche soglia nella complicata carriera letteraria. Devi capire e carpire, sorprendere in un gesto una verità - e leggere, certo, leggere tantissimo, non smettendo di fare e farti domande. Dopo di che, anche una telefonata all'apparenza insignificante, inutile, può dirti e darti molto. Come, che so, la voce allegra e ventosa di Aldo Busi nel tuo telefono cellulare, mentre corri verso il binario diciotto (stai perdendo il treno) e tra fischi di capostazione, il vento, e lo sferragliare attorno, fai fatica a credere che Busi stia parlando proprio con te, e che ti stia dicendo in quei pochi minuti e con tutto quel caos attorno qualcosa di bello, e di assolutamente sorprendente.

D. In occasione della pubblicazione di libri che coinvolgono nomi di scrittori importanti – mi riferisco alla Maraini e Debenedetti, dei veri colossi – immagino che avrà affrontato un programma di presentazioni e di interviste piuttosto impegnativo, ma anche lusinghiero. Quali sono le sue impressioni di questo road-show?

È stato divertente e faticoso. Ma di là dalle tappe nelle grandi città, la parte più interessante è stata in provincia. Nelle scuole, in piccole librerie, nei circoli di lettura. Lì incontri persone appassionate e piene di entusiasmo. Così, attraversare pezzi d'Italia (a me prima ignoti) per parlare di libri, è stata un'avventura dello sguardo e del cuore.

D. Durante una delle vostre interviste, Dacia Maraini ha detto di lei «Lui è più letterato di me». Che cosa intendeva dire? Qual è la sua concezione della letteratura?

Non so di preciso. La frase mi ha colpito - e lusingato. Dacia Maraini è una lettrice instancabile e legge ovunque. Ho viaggiato con lei spesso e so come riesca a ritagliare continuamente momenti per la lettura. Mi stupisce anche la sua conoscenza di letterature solo apparentemente 'periferiche', come che so, quella africana o coreana. Perciò non saprei cosa intendesse dire con la frase "è più letterato di me". Forse si riferiva a quanto emerge anche dai miei primi racconti, cioè una specie di immersione nella "letterarietà". Che non è la letteratura tout court. È una sfumatura, uno spazio di quell'universo: avvolgente, un poco mistico. È quel modo di "sentire i libri" che tiene insieme Keats e Pietro Citati, Henry James e De Sanctis. Per un lungo periodo mi ha affascinato, anzi direi fagocitato. Vengo da lì, insomma. Ma confesso che in questo momento mi sembra di osservare quell'universo come dalla riva opposta: con una certa sottile nostalgia, con una larga distanza acquosa da impedimento.

D. Cosa ci può dire dei gusti letterari del pubblico? Qual è il segmento di pubblico con il quale pensa di poter stringere un rapporto?

Il Pubblico! Forse il Pubblico, il vero Pubblico, è solo quello dell'Isola dei Famosi - come dice il mio amico scrittore Peppe Fiore. Quel pubblico lì ci riassume, ci comprende, ci rispecchia. Ma il pubblico dei libri è invece ben più strano e complicato. È uno e tanti pubblici insieme. Piccoli come isole o giganteschi come pianure continentali. I piccoli pubblici dei lettori cosiddetti forti: quelli che leggono tutto, comprese le pagine culturali (spesso illeggibili) dei giornali. Poi il pubblico delle guide di cucina, quello dei gialli, quello dei romanzi hard, quello dei manuali pseudo-psicologici, quello degli aficionados dei santoni. Poi ancora: il pubblico di Camilleri e quello di Baricco. Il pubblico di Sveva Casati Modignani, quello di Coelho e via così. E poi il gigantesco sconfinato pubblico, che so, di Dan Brown, che forse assomiglia al mondo. E forse assomiglia al Pubblico dell'Isola dei Famosi, o lo comprende. Quanto a me, mi piacerebbe stringere un rapporto con piccole o grandi fette di ciascun pubblico. Scrivo più per incontrare che per incontrarmi.

D. Si è laureato con una tesi sull'immagine del corpo nella narrativa italiana contemporanea. Perchè il corpo?

Col corpo capisco. Mi verrebbe da rispondere così, citando il titolo italiano di un romanzo di David Grossman. E per procedere con le citazioni, mi ha sempre molto convinto quella espressione di Pasolini: noi non abbiamo un corpo, noi siamo un corpo. Ci sono perciò molte ragioni per parlare del corpo (in effetti l'unica cosa che davvero possediamo). Nello specifico, ho avuto l'impressione che nell'ultimo decennio di narrativa non solo il corpo si sia preso molto spazio (scoperta dell'acqua calda), ma che abbia perfino modificato lo statuto dei personaggi romanzeschi. Non più personaggi-uomini (quelli da cui si congedò, provvisoriamente, Giacomo Debenedetti), non più insomma personaggi con la testa scoperchiata (i discendenti di Zeno ecc.), ma personaggi-corpo: personaggi/persone che parlano con la pelle, le macchie sulla pelle, con lo stomaco, con il sesso. Pensi solo a Stelzer, a Scarpa, a Simona Vinci.

D. Posso chiederle qual è il suo progetto di vita di massima?

Navigo a vista in quello che Sandro Veronesi chiama perfettamente "caos calmo".

D. Quale ruolo pensa che abbia, o che dovrebbe avere la letteratura nella società?

Raffaele La Capria
(foto © Luciano D'Alessandro)
Preferisco dire che ruolo hanno per me i libri, e che cosa cerco in essi. Sentimenti veri, prima di tutto - e non di carta. Non snobbo i libri di intrattenimento (thrilleroni, polpettoni, ecc.) ma quelli in cui niente riscalda la pagina, dove non senti neanche una scintilla di ansia conoscitiva, neanche un tremore. E aggiungerò alcune parole che, in una intervista, mi ha affidato Raffaele La Capria. Nei libri che scrivo e in quelli che amo leggere, dice La Capria, cerco uno sguardo che scenda a fondo nell'interiorità: «e invece spesso di quel 'mistero' di cui parlano, che so, Cechov, Dostoevskij, i grandi scrittori classici, del mondo interiore che si ramifica nella coscienza, e di tutti i labirinti, le zone dolenti, le contorsioni di questo mondo, si parla poco. Forse perché l'esteriorità ha leggi talmente forti e prepotenti che è difficile opporle resistenza; come pure è difficile resistere alla tendenza all'astrazione, tanto di moda, che neutralizza il potere di incidenza delle cose. Ma così la realtà diventa rarefatta, si traduce in idee, e le idee sono altra cosa dal morso dei sentimenti». Sottoscrivo. Quanto al ruolo nella società, non so: basterebbe che i libri fossero per molti esseri umani uno spazio di riflessione, basterebbe che aiutassero a capire che il mondo comincia fuori dalla porta di casa; basterebbe che spingessero a fare quella cosa che non si fa mai: i conti con sé stessi.

D. Progetti?

Sto lavorando a un racconto-saggio sulle tracce di Lalla Romano e a un volumetto su letteratura e viaggio.

D. Lo "scandalo del calcio", a cui assistiamo in questi giorni, è apparentemente uno specchio della condizione morale, ma anche culturale in cui versa questo Paese, in cui i comparti più scottanti vengono dati in gestione agli “stallieri”, a Villar Perosa come ad Arcore, perché «lo stalliere del Re è quello che conosce i ladri di cavalli», secondo una celebre affermazione di Giovanni Agnelli. Mi sembra una frase non priva di suggestione, che fotografa la realtà feudale in cui viviamo. Da giovane intellettuale, quale indicazione devono trarre da queste parole i giovani che stanno per lasciare la scuola e lanciarsi nell'attività produttiva?

Mi sento completamente inadeguato a dare consigli o indicazioni. Quello che mostra lo specchio mi spaventa e mi amareggia. Ma non vorrei che, a forza di indicare e denunciare gli orrori riflessi con lo strepito dell'indignazione, finissimo col non accorgerci che qualche ombra, piccola o gigantesca, riguarda anche noi: e la nostra ipocrisia ruffiana, la nostra adesione più o meno conscia al metodo-Moggi, applicato magari alla nostra molto meno influente vita quotidiana.

D. Insieme con ItaliaLibri ha in programma di organizzare un calendario di incontri da tenersi probabilmente al Teatro Filodrammatici di Milano. Che cosa possiamo anticipare ai lettori?

Ci piacerebbe creare un'occasione di dialogo con gli scrittori italiani un po' alternativa alla formula delle presentazioni. Come una conversazione in pubblico, partendo dai libri e arrivando alla vita, o viceversa. In questo senso il teatro (luogo per eccellenza in cui la parola e l'immaginazione prendono corpo) potrebbe essere la cornice perfetta.

Milano, 19 maggio 2006
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