Raffaele La Capria indaga un aspetto dell’esistenza umana oggi abbastanza trascurato: l’interiorità.

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Raffaele La Capria

(che ogni scrittore dovrebbe sentire)
di Paolo Di Paolo


Raffaele La Capria
(foto © Luciano D'Alessandro)
el primo romanzo, Un giorno d’impazienza (1952), già c’era, tutto di Raffaele La Capria, il respiro di un «absolute beginner», di uno che ricomincia sempre da capo. Una delle sue preoccupazioni è stata, sin da allora, quella di tenersi alla larga dai sentieri dell’astrazione. Cercare di essere fedeli alla consistenza del reale - questo uno degli imperativi: ma come applicarne l'assunto con mezzi di carta e inchiostro? Tema: sbriciolare la distanza tra due identità (quella di un uomo e una donna, quella di un padre e di sua figlia, quella di un figlio e di suo padre). Svolgimento, a più di cinquant'anni dall'esordio: L'amorosa inchiesta. Romanzo epistolare e autobiografico, «commistione di generi diversi» (Mondadori 2006), dove a essere indagate non sono le teorie o i concetti (sulla vita), ma respiri, batticuori, luci e fatti in cui la vita rapidamente si rivela e si è rivelata alla coscienza, senza tuttavia farsi afferrare. Un tentativo di conoscere la realtà attraverso l’io dei sentimenti, contrapposto a quello delle idee. Non conta sapere se ieri o l’altroieri è accaduto quell’evento; conta il peso che ha acquisito in noi: conta il senso che il tempo gli ha attribuito. Perché le cose non vanno mai come dovrebbero...


D. Questo nuovo libro sembra nato dal desiderio di mettere a fuoco alcuni dettagli che già ne L’estro quotidiano, il suo libro precedente, si erano proposti alla sua riflessione. È così?

Sì, è vero, in questo libro lo sguardo si ferma su alcuni particolari, come una lente di ingrandimento. Cerco di scendere ancora più a fondo dentro quell’aspetto dell’esistenza umana che oggi è forse abbastanza trascurato dai narratori, cioè l’interiorità. Si tende a privilegiare ciò che sta fuori, ciò che si vede, facendone una cronaca; mentre dell’interiorità, di quel «mistero» di cui parlano, che so, Cechov, Dostoevskij, i grandi scrittori classici, del mondo interiore che si ramifica nella coscienza, e di tutti i labirinti, le zone dolenti, le contorsioni di questo mondo, si parla poco. Forse perché l’esteriorità ha leggi talmente forti e prepotenti che è difficile opporle resistenza; come pure è difficile resistere alla tendenza all’astrazione, tanto di moda, che neutralizza il potere di incidenza delle cose. Ma così la realtà diventa rarefatta, si traduce in idee, e le idee sono altra cosa dal morso dei sentimenti.

D. L’estro quotidiano e L’amorosa inchiesta diventano insomma come i due nuovi capitoli del Meridiano, che raccoglie anche i suoi saggi, sempre molto personali e quindi, con una definizione un po’ facile, «autobiografici». Anche qui il passo del saggista e quello del narratore si sovrappongono.

Credo che la vita non si possa raccontare soltanto attraverso fatti, eventi, persone, ma vada indagata anche attraverso gli incontri che abbiamo fatto con i libri e i pensieri degli altri. In questo senso i miei saggi fanno parte di questa idea di autobiografia: una autobiografia che non finisce mai, riflessa nel tentativo (disperato, a volte – ma necessario) di conoscere la realtà attraverso l’io. Così anche le tre lettere di L’amorosa inchiesta rispondono a un approccio autobiografico inteso come commistione di generi diversi.

D. Le esperienze raccontate nel suo libro non sembrano raffreddate dal tempo trascorso, anzi scottano ancora, come accade nel racconto del primo amore. Come è stato possibile recuperare questa «vicinanza»?

Ma io sono ancora giovane, nonostante i miei ottantaquattro anni! Poi, come dicevo prima, con una lente di ingrandimento ho riavvicinato i fatti di una volta, e considerato che anche adesso, a quest’età, io sono un po’ immaturo, non c’è voluto molto a recuperare l’immaturità della mia adolescenza. Sono rimasto in fondo un adolescente, capace di quelle percezioni e intuizioni che gli adulti non hanno. Per quanto riguarda la genesi di L’amorosa inchiesta, l’idea mi è venuta sfogliando un album di fotografie. Riconsiderando tutti i momenti ridenti che le fotografie mi mostravano, mi sono detto: ma la tua vita non è stata soltanto la felicità che queste fotografie ti mostrano; c’è pure una parte «nera», scandalosa, una parte che rifiuti. E uno scrittore ha il dovere di far vedere sia le ombre sia le luci; e forse io nelle mie opere ho insistito un po’ troppo con queste ultime, quasi dovessi scagionarmi. Così ne L’amorosa inchiesta, per fare i conti con l’ombra, sono ripartito dall’adolescenza.

D. Proprio nelle pagine dedicate all’adolescenza, si scopre il senso di inadeguatezza o perfino di esclusione che le provocavano la sua vocazione e sensibilità letteraria. Ma lei non ha mai amato vestire i panni di «letterato»; perché?

Ho sempre avuto una istintiva avversione per le persone che fanno mostra, in letteratura, della loro abilità e intelligenza: fanno credere che per loro la letteratura sia una scienza a parte di cui conoscono ogni meccanismo. Dentro di me li chiamo gli «eterni letterati italiani»: sono una genia che viene fuori da lontano e da cui ho sempre preso le distanze. Penso che l’unica possibilità di riscatto per un «letterato» sia quella di diventare poeta: e infatti nella nostra storia abbiamo avuto letterati come Leopardi, o come Manzoni, in cui la vocazione di poeta in un caso, e quella di narratore nell’altro, erano tanto forti e incontenibili da avere la meglio sul letterato che era in loro.

D. La sua saggezza sorridente dà oggi l’impressione che lei sia riconciliato con le inquietudini e le ombre che emergono da L’amorosa inchiesta. Sbaglio?

Riconciliato? Fino a un certo punto. Con le parole certamente sì. Ma appunto bisogna tenere presente l’irriducibile differenza tra le parole e il mondo, che sono due sistemi di cognizione diversa. Se, quando scrivo, uso la parola «primavera», so che devo metterla attentamente in relazione con le altre, cominciando con l’escludere quelle più convenzionali (per esempio fiori, azzurro, sole): devo insomma attivare un processo che rappresenti lo splendore della primavera seguendo il sistema delle parole. Un sistema che però non ha nessuna relazione con la primavera «vera», quella che splende fuori dalla finestra. Perché della primavera «vera», del rapporto che c’è tra un’ape e il suo fiore, per esempio, non potrò mai sapere niente di niente. Ecco perché nel rapporto con il mondo vero, con la realtà, resta sempre aperta la ferita di Ferito a morte. Quella ferita di cui ogni scrittore dovrebbe sentire il dolore; e soltanto se sai che cos’è il dolore di quella ferita, puoi sperare di mettere un po’ di vita in quello che scrivi.

22 luglio 2006
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