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INTERVISTE
Clara Sereni

Vissuto da pelle femminile

Intervista con Clara Sereni

(Paolo Di Paolo)

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«Penso che politica e amore restino parole, emozioni, sentimenti legati ancora strettissimamente, non foss’altro perché non mi immagino una forma di amore, o anche soltanto di relazione, di rapporto anche amicale, che prescinda dalla visione del mondo di cui ciascuno è portatore». Per provare a raccontare la storia di una generazione, Clara Sereni doveva raccontarne le sfaccettature, mettendolo in conto di non doversene imbarazzare.

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hiara sembra di vederla, che resta a poltrire nel suo letto: «esplorandosi, qualche volta accarezzandosi»; e sembra di vedere come si muove, poi. Come va incontro al tempo e allo spazio. Chiara che cammina in fretta, per sfuggire alle richieste inopportune e brutali di un corpo maschile: «Come una cicatrice, resterà dentro di lei l’avversione per le camicie brutte, e per il sudore acido dei maschi».

C’è una folla di giovani donne, ne Il lupo mercante di Clara Sereni: ognuna, come Chiara, con il suo corpo e con il suo sguardo, con quel preciso golfino addosso, con quella precisa pioggia nella memoria, con lo strazio del cambiamento, e i segni che lascia negli occhi. Con economia di mezzi espressivi – la lingua è limpida, essenziale anche quando si fa più lirica: un bellissimo italiano, verrebbe da dire, come si trova di rado –, Sereni dà consistenza a un’atmosfera intensamente femminile, che si precisa racconto dopo racconto. E forse, però, non si tratta di racconti, ma di tappe, di cartoni per un romanzo: storico, anche, ma non vincolato alla cronologia. Perché contano, prima di tutto, l’aria e il dolore e le ombre dell’adolescenza; lo stupore (lo sgomento) di fronte al corpo che cambia, che chiede. Tutto visto, vissuto da pelle femminile: ed è curioso come Alice, Stefania, Barbara, Paola – le protagoniste dei diversi episodi – intensifichino l’una l’esperienza dell’altra, offrendo a chi legge, infine, una somma di percezioni, anche violente, che lasciano in gola un nodo di tenerezza e struggimento. Che cosa abbiamo perso, crescendo? E che cosa, invece, acquistato? Le bambine del racconto Glicine, per esempio, quanta serenità perdono, superando la fatale soglia, compiendo quel salto di corda rappresentato suggestivamente nella foto di copertina?

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Sono questi alcuni dei quasi impercettibili interrogativi che si affollano nelle pagine de Il lupo mercante. A leggerlo con occhi di uomo, diventa una avventurosa immersione nella sensibilità femminile (il che era possibile pure, va da sé, nell’ormai mitologico Casalinghitudine, o nelle Merendanze). A tratti, un’immersione perfino spaesante (per un uomo; finisce col chiedersi, un uomo, se questo mondo, questo modo di sentire potrà mai farlo suo fino in fondo: qualcosa gli sfugge, resta incompresa e distante). E però c’è un racconto, “Rischi”, in cui Sereni dà voce a un ragazzo, ferito a morte appunto da un’ansia di possesso. Si attiva così un cortocircuito inatteso, e si attiva giusto a metà del libro: sparigliando le carte e mettendo in discussione i complicati confini tra femminile e maschile. Che si ricongiungono, fino quasi a coincidere, a scomparire, nel bellissimo finale, Uomo. Il calendario che scandisce i tempi di questo libro sta sospeso tra i Sessanta e i Settanta. Il paesaggio è italiano: e a segnalarlo, quasi a ogni passo, è una moltitudine di oggetti, di canzoni, di dettagli. Che definiscono un passaggio di stato della materia sentimentale e politica. Clara Sereni ne affronta gli approdi senza nostalgie, con l’intento di misurare lucidamente la distanza che ci separa da quell’epoca di passioni arroventate. Per chiedersi che cosa resta. E da dove partono, o ripartono, gli adolescenti di oggi. Con i medesimi tormenti – fisici, affettivi – di ieri e di sempre, con diverse paure; ma con la stessa possibile speranza-pazienza (Sereni non pare pessimista) di cambiare – del mondo attorno – «piccole cose, senza fermarsi mai».

D. Il lupo mercante è una raccolta di racconti ma ha un’architettura particolare, una scansione temporale e per certi aspetti anche tematica, che rende il testo molto compatto, con un respiro quasi romanzesco. È così che, scrivendo, ispirata dai versi di Maxine Kumin da cui è tratto il titolo, ha pensato questo libro? come un romanzo della giovinezza per tappe?

Senza entrare nell’annoso dibattito su cosa sia il romanzo oggi, mi limito a dire che il romanzo nella classica forma ottocentesca è certamente finito, e che altrettanto certamente non da oggi è possibile definire «romanzo» qualcosa che, pur nella sua unitarietà, utilizzi forme anche molto diverse di narrazione. A partire da qui, questo per me è un romanzo, e come tale l’ho pensato. Attraverso molte e diverse stesure, come mai mi era capitato prima. Perché per provare - come io volevo provare - a raccontare la storia di una generazione, dovevo raccontarne sfaccettature diverse, coerenti fra di loro in un disegno complessivo ma non necessariamente conseguenti l’una con l’altra.

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D. I piccoli testi poetici che aprono i quattro tempi del libro lasciano il lettore incuriosito e pensoso. Che valore hanno qui, per una narratrice, quegli snodi lirici?

Qualche giorno fa, nel corso di una presentazione del libro, Niva Lorenzini ha letto quei frammenti ad alta voce, e ho provato qualche buffa sensazione. Vede, io normalmente non penso mai al famoso lettore immaginario o ideale, perché altrimenti quell'ipotetico sguardo esterno mi condiziona e mi censura. Così, quando poi mi capita di sentir leggere qualcosa di mio ad alta voce, ho regolarmente una sorta di imbarazzo, come se mi trovassi ogni volta alle prese con un disvelamento non previsto. Giochi che si fanno con sé stessi, naturalmente, e anche un po' ridicoli, però per tutti gli altri libri è sempre stato così. Per questo libro, invece, a lettori e lettrici ho pensato molto. A lettori e lettrici giovani, sopratutto. Ne ho avuto qualcuno che mi ha accompagnato nel percorso, commentando e criticando quello che andavo scrivendo. Perché stavolta volevo essere ben certa che non venisse fuori una sorta di «come eravamo», interessante soltanto per chi ha vissuto certe cose e dunque poteva ritrovarle nel libro. E dunque il libro è pensato e scritto, in qualche modo, sotto uno sguardo esterno, mettendolo in conto e raccontando le cose in modo di non dovermene imbarazzare. Quelli che lei definisce snodi lirici - messi a piè di pagina, in caratteri piuttosto piccoli - li ho pensati come una sorta di filo capace di rafforzare la coesione interna del libro, di cucire meglio fra loro le quattro parti che lo compongono. Dunque qualcosa di sostanzialmente strumentale, utilitaristico. Soltanto che poi, quando li ho sentiti leggere, mi sono resa conto che, quelli sì, erano - e quanto - disvelamento. Come se fossero sfuggiti alla mia stessa occhiuta attenzione. Sorprendendo, in qualche modo, anche me.

D. L'amore e la politica, nelle pagine del Lupo mercante, si stringono a definire una diversa forma dello stare nel mondo, dell’abitare. L'uno si annoda all'altra: c'è come una contaminazione/infiltrazione reciproca. Lei riesce a cogliere qualche ragione che spieghi perché oggi, a quarant'anni dal fatidico '68, le due cose - politica e amore - si siano sciolte, vadano perlopiù in direzioni opposte?

Non credo che, alla fine dei conti, ci sia poi tanta differenza. Ho l'impressione che le parole siano cambiate, ma i sentimenti non poi così tanto. Voglio dire che mentre «politica» è diventata una parola abusata, percepita come qualcosa di scollegato dal vivere quotidiano delle persone, e in molti casi anche come qualcosa di nemico, non credo sia affatto scomparsa la voglia di cambiare il mondo, di impegnarsi per renderlo più vivibile e giusto, e questo, per me, significa desiderio di politica e fare politica, nel senso più alto della parola. Diversamente da quarant'anni fa oggi, se si occupa una scuola, è per ragioni spesso non nobili. Ma, ad esempio, le centinaia di migliaia di persone che fanno volontariato portano nella loro azione quella voglia lì, la voglia di partecipare ai movimenti, alle trasformazioni, all'abbassamento del tasso di ingiustizia e di ineguaglianza che appare tanto più evidente, anzi accecante, nel mondo della globalizzazione. Ecco, per tutte le persone che si impegnano nei vari settori e nelle diverse forme di volontariato, penso che politica e amore restino parole, emozioni, sentimenti legati ancora strettissimamente, non foss’altro perché non mi immagino una forma di amore, o anche soltanto di relazione, di rapporto anche amicale, che prescinda dalla visione del mondo di cui ciascuno è portatore.

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D. Questo libro non sembra nostalgico. C'è anzi una volontà di recupero dell'esperienza vissuta per consegnarla, per testimoniarla a chi non c'era. Per riattivare - laddove ce ne fosse bisogno (forse ce n'è) - un dialogo tra madri e figlie, tra padri e figli. Una Alice di oggi prova le stesse sensazioni di una Alice di allora, e attraversa gli stessi turbamenti, gli stessi inquieti interrogativi dell'adolescenza. È cambiato il contesto attorno, è venuta fuori qualche paura differente. Ma un terreno comune c'è, e là cresce la condivisione - sembra affermare il suo libro. È così?

Penso proprio di sì. Se poi sono riuscita a comunicarlo anche con il libro, ne sono molto contenta. Rischio di ripetermi, ma è che la questione è sempre la stessa. Abitiamo tutti lo stesso mondo. Malgrado i ghiacciai che si sciolgono, la ionosfera che va in malora e le stagioni che non esistono più, il modo che hanno gli umani di abitarlo non subisce poi modificazioni così sostanziali. Ogni generazione pensa che la successiva e la precedente siano completamente diverse dalla propria, ma quando poi si va a vedere i fondamentali restano ovviamente gli stessi, anche attraverso tempi molto lunghi. Magari, se ci si mette un po' più di buona volontà di quanto (per stanchezza, per impazienza, per distrazione) non accada quotidianamente, capirsi può diventare un po' meno difficile, evitando così qualche perdita di tempo e - sopratutto - un po' di sofferenza.

D. Lei come li vive, nella scrittura, i confini tra maschile e femminile? Come li attraversa?

Non li attraverso spesso. Perché mettermi nei panni di un uomo, provare a ragionare con la sua testa, mi pare un'invasione, un'appropriazione indebita. Poi, ogni tanto, mi viene in mente che a noi donne gli uomini ci hanno sempre raccontate, senza chiedere permesso o farsi scrupoli di sorta. Con risultati anche sublimi, ma imponendo sempre il loro punto di vista sulle donne, e lasciando alle donne poco o nessuno spazio per raccontarsi. Da alcuni anni le cose sono cambiate, ma - anche qui - non così tanto come talvolta si dice. Siccome non mi interessa la guerra dei sessi, mentre mi interessa molto la presa di coscienza, la conoscenza che ciascuno e ciascuna hanno del proprio sé, mi sembra che indagare il proprio sesso sia tendenzialmente più interessante, più appropriato, più onesto. Ecco, mi piacerebbe che anche i maschi fossero un po' meno onnivori, un po' meno preda del delirio di onnipotenza, e facessero uno sforzo in più per raccontare sé stessi, con più onestà e profondità di quanto generalmente accada. Si parla di «genere» quasi esclusivamente quando si parla delle donne, ma se anche i maschi lo facessero, per sé stessi, credo che si farebbero molti passi avanti. Di conoscenza, e - conseguentemente - di normale, tranquilla, costruttiva dialettica.


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NOTE



BIBLIOGRAFIA
Clara Sereni Il lupo mercante
Rizzoli, 2007
Scala italiani
184 p., € 16,50

Milano, 2007-09-10 18:35:31

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