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INTERVISTE
Claudio Magris

Fragilità dell'identità nazionale

(Ma l'universale umano è un valore superiore)

(Sergio Sozi)

*
Claudio Magris parla della natura che riveste un confine a lui prossimo e di quell'altra, la natura degli esseri umani. Parla di alcune opere che la sua penna felice ci ha donato, parla della letteratura e dei suoi guasti e parla del proprio rapporto con il lettore. Parla della lingua, dell'identità e della cultura nazionali come opportunità di conoscenza ma anche di disconoscimento. Parla della globalizzazione, della competitività e della crescente difficoltà che uno scrittore incontra oggi se vuole coprire fino in fondo il proprio ruolo d'intellettuale.

    «La parola "lirismo" non la sento molto congeniale... Credo che ci sia una forte differenza tra le mie opere saggistiche o anche narrative, come Illazioni su una sciabola o Danubio - in cui la prospettiva diurna rende piú facile la lettura - e la scrittura notturna, come in Alla cieca e La mostra, in cui c'è la violenza, qualche volta tenebrosa, durissima, dell'istante... Io credo sempre che il lettore sia un pari, un pari grado... Che un lettore divorzi, cioè abbandoni la lettura di un tuo libro, è un suo diritto ed un rischio che va corso... Anche uno Stato abbastanza compatto e omogeneo ha le sue minoranze ed è impossibile fare un confine che mettesse, per esempio, tutti gli italiani di qua e tutti gli sloveni di là, anche perché il confine dovrebbe passare nella camera da letto... Il vero modo di vivere correttamente l'identità sarebbe quello di viverla spontaneamente e poi dimenticarla... I letterati sono quelli che oggi leggono meno, perché lo sforzo di apparizione mediatica, l'andare quattro volte al giorno in televisione, vuol dire non leggere: manca il tempo per farlo...»

    [Claudio Magris]

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deguatamente stuzzicato da Sergio Sozi, in questa intervista per il giornale sloveno «Dnevnik», rilasciata nel novembre del 2006 a Lubiana presso la sede della casa editrice Študentska Založba lo scrittore triestino ha chiarito alcuni argomenti nell'ambito della sua scrittura e al di fuori di essa.

D. Nel parlare del Monte Nevoso (Snežnik) in Microcosmi (1997), lei cosí riflette sulla foresta che lo ricopre: «(…) Dapprima austriaca, poi italiana, jugoslava e infine slovena, irrideva quel mutare di nomi e di confini, non apparteneva a nessuno; semmai erano gli altri che le appartenevano, almeno per quel poco che si può appartenere a qualcuno o a qualcosa (…)». Piú avanti, precisa ulteriormente il pensiero: «Il bosco è insieme esaltazione e cancellazione di confini. Una pluralità di mondi differenti e contrapposti, pur nella grande unità che li abbraccia e dissolve.». Dunque l'uomo, in questa situazione ambientale-esistenziale, è un animale estraneo, un viaggiatore o proprio uno degli alberi, una molecola pensante di questa polimorfica folla vegetale?

Sono lieto di parlare del Monte Nevoso, che è un luogo fondante, mitico della mia vita, della mia esistenza, proprio dei tempi della mia vita: è come se quegli alberi, quelle stratificazioni di terra contenessero tante cose essenziali della mia vita e della mia vita condivisa. C'è forse in Microcosmi una pagina, nel capitolo sullo Snežnik, con quella figura femminile che sparisce dietro la nebbia e poi ritorna, che credo sia l'essenziale di quel libro e anche di tante cose che ho scritto; e credo che in questo caso proprio questa pienezza e questa epicità della foresta, che ho cercato di descrivere, aumenti il rapporto contraddittorio di sempre fra l'uomo e la "cosiddetta" natura. L'uomo che si sente inserito nella natura e contemporaneamente, nella sua riflessione, in qualche modo quasi estromesso, quasi che abbia tagliato il cordone ombelicale. Io non credo che questo significhi essere estromessi dalla natura, perché dell'infinita varietà di forme della natura fa parte anche quella sua specie, quella sua breve apparizione che siamo noi e in cui naturalmente fa parte del nostro pensiero anche il riflettere sulla natura, cosí come fa parte di una rosa aprirsi quando viene la luce e chiudersi quando viene il buio. Ho sentito molto, anche, nello Snežnik, una certa continuità fra Storia e Natura ed ho sentito tanta Storia depositata lí: non Storia illustre (lo Snežnik non è la Cappella Sistina) ma proprio Storia umana, mista, di confini. Confini che non sono solo quelli fra le realtà politiche ma anche quelli del bosco, fra l'appassire e il fiorire, fra il nascere e il morire. In questo senso.

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D. Il suo personale stile, soprattutto nelle opere saggistiche, facilita la fluidità della scrittura intrecciando sapientemente suggestioni e citazioni letterarie di varie provenienza ed epoca con cenni storici e ponderate riflessioni etiche ed esistenziali in genere (e di ciò non è esente neanche il romanzo Alla cieca del 2005, dove la condizione umana odierna si confronta spesso con le tracce del passato: «Gli antichi avevano capito che mettersi per mare è un'empietà, una violazione dei sacri confini e dell'ordine dell'universo.» a pag. 288; «Vivere è credere; è la fede che fa la vita…» a pag. 109). Ciò detto, vorrei sciogliere un mio personale dubbio: lei considera presenti nella sua scrittura anche degli sprazzi di vero e proprio lirismo, di poesia in forma di prosa?

La parola "lirismo" non la sento molto congeniale perché, forse in una mia sbagliata accezione, qui non si tratta di qualcosa di poetizzante, come di qualche cosa che improvvisamente voglia avere degli effetti poetici. Certamente io credo che ci sia nella nostra vita la continua mescolanza anche di epifanie, dell'Essenziale, del Sacro, e quindi anche del poetico. Naturalmente il grosso problema è questo: credo che ci sia una forte differenza tra le mie opere saggistiche o anche narrative, come Illazioni su una sciabola o Danubio - in cui la prospettiva diurna rende piú facile la lettura perché ogni particolare, anche il particolare piú tragico, oscuro, buio, viene collocato nella totalità del tutto e allora acquista un suo senso - e la scrittura notturna, come in Alla cieca e La mostra, in cui c'è la violenza, qualche volta tenebrosa, durissima, dell'istante: se in questo momento qualcuno mi scottasse con un oggetto rovente, io potrei solo urlare e non potrei in questo momento interessarmi della sanità, della democrazia, eccetera. Allora io credo che la letteratura, contemporaneamente, debba esser capace di situare anche questo dolore nell'àmbito del tutto ma anche di rendergli testimonianza e giustizia in questa assolutezza. Allora lí c'è la difficoltà. Difatti credo di aver scritto delle cose piuttosto ardue, dure: credo che Alla cieca non sia un libro facile, proprio per via di questi tanti che parlano di uno, di questa voce che dice «io» anche quando parla di cose successe ad altri. E qua si arriva al punto: io detesto le difficoltà inutili, fasulle, però anche credo che un vero scrittore non debba rendere né inutilmente difficili né falsamente facili le cose. È come in un incontro: certo uno spera di essere simpatico, ma sarebbe ridicolo cominciare a dire «Adesso come faccio per essere simpatico»; io in questo momento cerco di dare il meglio e do quello che in questo momento posso dare; poi sono contento se questo va bene e se no è una sconfitta (...Quanti incontri sentimentali o di amicizia falliscono!). Io credo sempre che il lettore sia un pari, un pari grado; allora lo scrittore non è un cicerone che prende il lettore per mano e lo porta ad ammirare i tesori della sua interiorità volendoglieli spiegare. Io racconto una storia e spero che questa storia entri nella sua sensibilità… e può entrarvi o meno, per mia o sua incapacità, o chi sa, per molte altre ragioni. Che un lettore divorzi, cioè abbandoni la lettura di un tuo libro, è un suo diritto ed un rischio che va corso. Ai traduttori (questi "coautori") dico sempre: «Non rendete le cose piú facili».

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D. Le lingue italiana e slovena, fra la Venezia Giulia, il Carso e l'Istria slovena, entrano spesso di pari grado nelle famiglie ed inoltre si accavallano ed intrecciano tradizionalmente nei dialetti locali, assieme ad altri, minori apporti principalmente croati e tedeschi. È facile ivi trovare, dunque, dei cittadini bilingui che addizionino un dialetto molto ibridato all'italiano e allo sloveno già in loro possesso. Le zone confinarie fra gli Stati, quindi, non sono caratterizzate da confini linguistici altrettanto netti. La fragile identità dei cittadini che vivono in tali aree è, a suo avviso, confrontabile con la situazione che, mettiamo, potevano vivere un milanese o un siciliano del 1800, entrambi scissi fra il dialetto quotidiano e la lingua nazionale italiana, allora ben gestita soprattutto dai letterati, dalla borghesia imprenditoriale e dai politici?

Qui si tratta di due cose. Anzitutto bisogna distinguere. Questa situazione di frontiera e di rapporto fra mondo italiano e mondo sloveno qui mi sembra descritta troppo ottimisticamente; nel senso che è verissima la contiguità, come anche il passaggio di parole e di termini, però è altrettanto vero che, soprattutto in epoche di scontro storico e ancor di piú di scontro storico e sociale, la frontiera diventa non un luogo di incontro, un ponte, ma un muro e difatti è diventata spesso un muro fra mondo italiano e slavo. A Trieste la conoscenza dello sloveno è scarsissimamente diffusa tra gli italiani. Nel goriziano, per ragioni storiche e sociali, era diffusa di piú, credo già molto tempo prima c'era una borghesia slovena e quindi c'erano analoghi problemi nazionali ma non problemi sociali. Questo è un gap che andrebbe risolto. È verissimo che i confini linguistici non sono netti: è impossibile tracciare un confine linguistico e per questo bisogna liberarsi dall'idea delirante che uno Stato debba essere identico ad una Nazione: ci sono Stati che sono piú nazionali di altri (la Francia lo è, la Slovenia anche, sostanzialmente; la Svizzera invece no) ma anche uno Stato abbastanza compatto ed omogeneo ha le sue minoranze ed è impossibile fare un confine che mettesse, per esempio, tutti gli italiani di qua e tutti gli sloveni di là, anche perché il confine dovrebbe passare nella camera da letto.

L'altra cosa: la fragile identità. Ecco: l'identità certamente è fragile e questa fragilità porta qualcuno nelle nostre terre ad accentuarla, ad esaltarla, ad una continua messa in scena che io trovo molto pericolosa: quando si dubita un po' della propria identità nazionale, ecco che improvvisamente c'è l'idea come se gli italiani di Trieste fossero gli unici veri italiani (e poi l'italianità diventa una sorta di "purezza"). Questo è estremamente pericoloso: intanto perché la nostra identità è sempre fragile e noi dobbiamo accettare questa fragilità, poiché mutiamo nel tempo. Secondo: noi abbiamo tante identità, non solo l'identità nazionale; abbiamo l'identità culturale, politica (io, tanto per dire, sono assai piú vicino ad un liberale dell'Uruguay che ad un fascista di Trieste), sessuale, religiosa. Insomma il vero modo di vivere correttamente l'identità sarebbe quello di viverla spontaneamente e poi dimenticarla. Io sono un uomo e non una donna, ma non vado in giro col distintivo del macho. Ed anche, dunque, sono italiano, parlo e scrivo in italiano ma me ne dimentico. Naturalmente, è chiaro che, quando una delle nostre identità viene oppressa, allora c'è la concentrazione ossessiva, negativa, idolatrica, sbagliata sulla propria identità. Quando, poniamo, a Trieste uno, solo in quanto sloveno, si senta perseguitato, impossibilitato a parlare la sua lingua, ostacolato, è chiaro che diventa facilissimo che il suo pensiero dominante diventi la sua slovenità. E questo è un terribile danno. Certo: facile dirlo adesso, che nessuno mi perseguita, però tendenzialmente bisognerebbe sapere quel che ha detto il grande scrittore Miłosz, che ricordava sempre che un suo zio gli disse, in un momento difficile in cui la Nazione polacca era conculcata: «Ricordati che tu hai, in questo momento, il dovere di difendere la nostra Nazione e i nostri diritti, ma guai se permettiamo che questo valore divenga il primo. Può essere il secondo, forse.» Perché l'universale umano è superiore.

Per quanto concerne il confronto fra la lingua nazionale e i dialetti, credo che il problema sia diverso, perché la mescolanza nella zona di frontiera è essenzialmente slava e italiana (pur con altre componenti) e quindi qui non c'è il problema di formare una coscienza nazionale; semmai il problema è quello di formare una coscienza statale in cui una persona, slovena a Trieste o italiana a Capodistria, si senta tranquillissimamente slovena e cittadina italiana a Trieste e viceversa. Il problema che si poneva il Risorgimento italiano, invece, era se questa varietà di culture potesse portare non alla costituzione di uno Stato (che è una cosa diversa) ma di una Nazione. Io certamente mi sento italiano, parlo il mio dialetto triestino e non lo sento affatto in collisione col mio italiano, indipendentemente dalla mia appartenenza ad uno Stato. Il problema è diverso: dalle nostre parti sono successi problemi di conculcamento, di negazione, di identità cancellate, di ritorsioni, ma il problema non è la creazione di una Nazione.

*

D. Le unioni affettive bilingui, nelle Nazioni Europee, sono in aumento, come anche il numero delle famiglie in crisi (divorzi e separazioni, convivenze difficili). Be': questi adulti che oggi non vogliono cedere all'integrazione linguistica del Paese ove vivono, creeranno dei figli piú labili psicologicamente o solo dei futuri uomini che opteranno per una lingua del cuore da accoppiare ad una lingua strumentale? Altrimenti…?

L'attuale globalizzazione, che è sempre esisitita ma che oggi esiste su scala mondiale e a ritmi frenetici, comporta chiaramente delle grandi chances e anche dei maggiori rischi. Difatti, tutte quelle odiose, orrende chiusure localiste, quei micronazionalismi, sono peggiori dei grandi nazionalismi (io non sono nazionalista, però meglio la France di De Gaulle che non pensare che il Mondo inizi a Trieste e finisca a Muggia). È chiaro che i rischi della globalizzazione sono reali, perché un figlio che magari ha due genitori di nazionalità diverse e, poniamo, prima vive in Italia, poi viene trasferito in Belgio, trova un ulteriore disagio con i compagni di classe francofoni. È ciò che ha conosciuto il Mondo antico (come ha detto Andreatta) nel quinto secolo a.C., quando tramontavano le unità immediate (le comunità, la famiglia, i clan) e sorgeva la polis: questo ha creato davvero una grande inquietudine. A quell'aspetto ha risposto la tragedia greca: Oreste viene assolto per aver ucciso la madre.

D. Una parola molto rappresentativa dell'odierno spirito del tempo è certamente "competitività". Questa comporta, nel mondo della letteratura come in ogni altro àmbito, l'iperindaffaramento degli addetti, ovvero in questo caso degli intellettuali, generalmente timorosi di essere tagliati fuori dall'esclusivo ed impietoso mondo dell'editoria. Quali sono le ricadute di questa situazione sui prodotti del pensiero?

La competitività è sempre esistita nel mondo letterario (Dumas aumentava le righe perché lo pagavano di piú). Le cose gravi, secondo me, sono due: la prima è che la competitività sia una realtà di fatto inevitabile, cioè un "peccato originale" per cui se io ho un posto significa che l'ho portato via ad un altro, pur essendo io innocente, poiché si tratta di una colpa oggettiva, non personale. La seconda è quel che succede oggi: la competitività diventa una sorta di valore, di religione, cosí acquistando, falsamente secondo me, una dignità culturale come se non fosse solo una necessità. E questo è deleterio.

Quando sui giornali si fanno le classifiche dei libri piú venduti, non è semplicemente un fatto di informazione, ma diventa quasi una specie di giudizio di valore, quasi un dovere, quasi una vergogna non esserci e questo un tempo non esisteva. Questo è anche il motivo per cui oggi i letterati sono quelli che leggono meno, perché lo sforzo di apparizione mediatica, l'andare quattro volte al giorno in televisione, vuol dire non leggere: manca il tempo per farlo.

D. Generalizzando, quali sono a Suo avviso i maggiori difetti della letteratura contemporanea?

Non credo che ci siano oggi dei difetti costituzionali letterari. Lei potrà magari dire che questa tendenza regressiva al romanzo tradizionale ben fatto, consolatorio, che vada bene per tutti e però abbia anche un po' di problematica difficile per soddisfare gli intellettuali, crea tanti prodotti scadenti. Però se pensiamo a quante porcherie si scrivevano nei secoli passati… è chiaro che a noi è arrivata solo la scrematura migliore. E poi, nei secoli passati, scrivendo meno si scrivevano anche meno porcherie. Probabilmente c'erano anche meno ambizioni. Probabilmente, adesso tutti pensano di essere scrittori, a differenza di prima. Poi forse c'è questa falsa aura della letteratura: io non credo affatto di essere piú creativo di chi sappia mettere su un negozio. Però non è che questi problemi abbiano prodotto un "difetto".

D. Patriottismo, fedeltà, coerenza, umiltà, intimità, gioia, sincerità, amore, dolore, silenzio, verità, unione, armonia; ed anche un concetto piú definito: "compenetrazione fra la lingua parlata e la propria intimità": sono parole ormai vuote, queste? L'uomo di oggi è immerso in una dimensione di straniamento, di perenne viaggio rettilineo privo di profonda quiete, che lo tiene distante da una qualsiasi definizione che abbia lunga durata – un viaggio senza ritorno in cui le parole descrivono solo il suo disorientamento?

La ridondanza, il rumore di notizie da cui siamo bombardati, per cui oggi potremmo sapere in tempo reale cosa sta accadendo in Australia o in Afghanistan, non tolgono il dato di fatto spaventoso che oggi noi di quel che succede in Afghanistan ne sappiamo meno di quanto se ne sapesse ai tempi di Kipling: chi di noi sa chi comanda veramente in Afghanistan, o cosa avviene nel suo Parlamento? In realtà la verità si conosce solo quando non serve piú, quando non può piú essere politicamente usata. Oggi la verità, oltre ad esser taciuta, come sempre è stato, viene anche detta ma in un rumore di fondo costituito di messaggi talmente forti che la fanno sparire. È come se adesso io andassi fuori, in una piazza dove stanno cento persone che gridano ed una di queste gridasse «Tre piú tre fa sei»: il suo messaggio si perderebbe tra i canti e le grida degli altri novantanove. Quindi, per venire alla domanda, non è che i valori da lei elencati abbiano perso senso (ci sono milioni di persone che vivono ispirandosene): è che rischiano di esser talmente messe indietro da non arrivare o arrivare sfocate. Non si tratta di "parole vuote", ma di parole che sono divenute piú difficilmente ricevibili perché adesso le persone che le emettono e le ricevono sono masse incomparabilmente piú grandi di quelle di una volta (e questo naturalmente è un progresso, anche se sappiamo che non basta che queste siano delle masse piú grandi: a volte dei regimi aristocratici duramente selettivi sono stati piú umani e aperti dei regimi democratici ma non per questo possiamo rimpiangere i regimi aristocratici).


Per esprimere la tua opinione e partecipare al dibattito aperto innescato su questo autore:



NOTE
Intervista rilasciata dal professor Claudio Magris a Lubiana e raccolta per conto del giornale «Dnevnik» presso la sede della casa editrice Študentska Založba il 3 novembre 2006

Dall'alto: a Nord del vasto comprensorio del Nevoso e ai margini della sua foresta vergine, una delle più grandi d'Europa; Trieste, Piazza Grande; culture diverse, una stessa bandiera; case sul canale a Lubiana.



BIBLIOGRAFIA

Milano, 2007-07-06 17:58:40

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