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IL GRAFICO DELLA FEBBRE – IN LETTERATURA LA MALATTIA RIEVOCA IL RICORDO DI UNA CONDIZIONE DI FELICITA' ORIGINARIA

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Giugno-Luglio 2002

Attraverso la celebrazione della malattia,
si rievoca la memoria di una leggendaria condizione felice.


«Le categorie dell'attuale psichiatria sono troppo rudimentali per poter analizzare la poesia di Hölderlin dei primi anni della schizofrenia. Sarà invece la psichiatria a trarre insegnamenti da casi unici come il suo o quello di Van Gogh.» [...]

« La schizofrenia non è creativa in sé: infatti ci sono pochi schizofrenici come Hölderling o Van Gogh. La personalità e il talento preesistono alla malattia, ma non hanno la stessa potenza. In queste personalità la schizofrenia è la condizione, la causa possibile perché si aprano queste profondità.»

(Karl Jaspers, Genio e follia, Raffaello Cortina Editore)
a sua era una tenebra impenetrabile. E io lo guardavo così come si potrebbe guardare, giù, un uomo che giace sul fondo di un precipizio dove non brilla mai il sole». Così Joseph Conrad (Cuore di tenebra) dipinge la malattia totale, che intacca il corpo, la mente, l’anima. Un buio assoluto in cui l’individuo sprofonda, «giù», appunto, oltre quell’imprecisato punto di non ritorno. Lentamente, ineluttabilmente. Si spegne.

Gli scrittori si lasciano spesso condurre dal tema della malattia. Affrontandolo da diverse angolature, portano alla luce e rendono tangibile lo scostamento che esiste tra uno stato di benessere e una condizione di malessere. E' un liquido di coltura in cui proliferano drammi, conflitti, incomprensioni, ingiustizie, crimini, sopprusi... La vita, insomma, nelle sue coloriture più drammatiche.

A causa della qualità effimera del benessere, per la discontinuità endemica di qualsiasi condizione favorevole, in virtù dell’instabile equilibrio omeostatico in cui versa il sistema di viscere, organi, nervi – e sopprattutto, litri e litri di sangue, da affogarci dentro – di cui è costituito l’essere umano, la malattia rappresenta uno stato fisiologico permanente. Ma è proprio questo aspetto che ci permette di prendere coscienza della nostra umanità.

La malattia ci presenta l’evidenza oggettiva del nostro esistere. E attraverso la celebrazione del malessere, implicitamente ci appare anche la possibilità di una perduta, leggendaria condizione felice.

«La dimostrazione che sono malato sta nel fatto che non sono guarito» sentenzierà ironicamente Zeno Cosini (La coscienza di Zeno) nell'ultimo, grandissimo romanzo di Italo Svevo. Una malattia immaginata con lucidità, più forte della vita, al punto di prenderne il posto.

Diversamente da Svevo, la malattia di Bufalino si conclude con una guarigione. In luogo «di una parte di prim'attore [...] le batturte di una comparsa». Diceria dell'untore è il cammino, lento e inglorioso verso una salute ritrovata.

Tobino ci propone la prospettiva del medico. Ieri, la figura romantica, del medico-missionario, rinchiuso con i matti in manicomio, quindi una lunga transizione che porta a un mondo senza manicomi. Per le antiche scale è anche il dramma di uno psichiatra che vede il mondo che ruota intorno al disagio, nel quale è cresciuo professionalmente, sgretolarsi e scomparire.

Per Gadda (La cognizione del dolore) la malattia è un sentimento di frustrazione, una diffuso senso paralizzante di depressione. È un atroce rancore di figlio dalla natura «difettiva», del suo tetro odio verso l'ipocrita «imbecillagine generale del mondo».

Nel Memoriale, di Paolo Volponi, il malessere scaturisce dal conflitto tra natura e civiltà delle macchine. La fabbrica si realizza unicamente nelle proprie funzioni: chi non è in grado di partecipare a questa logica, viene rifiutato ed espulso.

Milano, 15 giugno 2002
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Parlai lungamente della vecchiaia incombente su di me. Non potevo stare un momento tranquillo senza invecchiare. Ad ogni giro del mio sangue qualche cosa s’aggiungeva alle mie ossa e alle mie vene che significava vecchiaia. Ogni mattina, quando mi destavo, il mondo appariva più grigio ed io non me ne accorgevo perché tutto restava intonato; non v’era in quel giorno neppure una pennellata del colore del giorno prima, altrimenti l’avrei scorta ed il rimpianto m’avrebbe fatto disperare
Italo Svevo

La coscienza di Zeno
Attraverso la finzione narrativa di un memoriale scritto a scopo terapeutico, Zeno Cosini, protagonista dell’ultimo e più importante romanzo di Svevo, parla delle esperienze che ne hanno segnato maggiormente la vita. Il suo racconto, non sempre attendibile, rivela una personalità da inetto che Svevo non ha mai abbandonato, seppure il protagonista de “La coscienza di Zeno” appaia più maturo e riflessivo rispetto ai primi due disadattati usciti dalla fantasia dello scrittore. Partendo dall’idea d’essere malato e costantemente teso nello sforzo di raggiungere le certezze che sembrano sorreggere gli altri personaggi del romanzo, Zeno si ritroverà infine sano, denunciando così l’inesistenza di un confine netto tra salute e malattia.



Certo, fossi stato sicuro di non lasciarmi dietro a ogni passo le mie lumacature e polluzioni d'untore, non sarei rimasto a covare nel pagliericcio la febbre come una cimice, ma sarei sceso a consumarmi fra la gente, in fretta, ero troppo vigliacco per morire a rate. Questo nei primi mesi, poi alla esistenza smozzicata degli altri finii per assuefarmi, e dal loro consorzio non volli più disertare. Con essi ho spartito, all'ombra della stessa bandiera gialla, ogni elemosina dell'ora, tutti gli inganni e i disinganni delle loro carriere, benché non la fine repentina che le concluse. Ma se di tanti io solo, premio o pena che sia, sono scampato e respiro ancora, è maggiore il rimorso che non il sollievo, d'aver tradito a loro insaputa il silenzioso patto di non sopravviverci.
Gesualdo Bufalino

Diceria dell'untore
Cinquanta parole accuratamente scelte «per timbro, colore, carica espressiva». Il ricordo di una esperienza autobiografica. La trama di un film degli anni '40. Da questi ingredienti nasce il romanzo che ambienta, in una Sicilia dell'immediato dopoguerra, colorata di sole e profumata di aromi, il dramma che si consuma in un sanatorio per malati cronici. Se tra il medico e il giovane reduce si stabilisce subito un relazione cordiale, giocata sul filo di partite di scacchi filologicamente accurate e conversazioni profonde condotte amabilmente, complice una bottiglia di Porto che immaginiamo ottimo, tra i due personaggi si insinua presto l'ombra fragile e affusolata della ballerina, un essere spericolato, giunto al suo terzo appuntamento con la Grande Mietitrice. In questo teatro Bufalino misura la propria virtuosità letteraria, rivelandosi al mondo scrittore di grande talento, che si spinge al di là del melodrammatico intreccio di sentimenti con una riflessione profonda sulla sottile distinzione che corre tra sopravvivenza e vita.



«Dottore, dottore» egli benevolmente cantilenò giungendo le mani, consapevole della pazienza che gli necessitava. Dottore, lei è bene a conoscenza di tutti i perché...» E sorridendo, sorridendo con la condiscendenza che solo i re hanno per i sudditi:

«A lei, proprio a lei debbo ripetere che io sono – a vita –. Non mi curo delle meschinerie, dei partiti, della plebe elettorale, il mio dialogo è superiore, è con gli alti, i supremi. Io sono senatore a vita.»

Nel volto gli correva una luce gioiosa, sembrava che i suoi delirii gli sfilassero davanti, un corteo trionfale, un lampeggiare di armi, un esplodere fragoroso di ottoni.

«Senatore a vita» ribadì «come il poeta Montale.»

Anche Anselmo a quella notizia ebbe un moto di allegria, e si sentì pago quasi il senatore gli avesse illustrato ogni meandro della storia.
Mario Tobino

Per le antiche scale
In questo romanzo Mario Tobino affronta la malattia dal punto di vista del medico. Un giovane psichiatra all'inizio della carriera ricostruisce, attraverso accurate indagini, interrogando il personale più anziano dell'ospedale, la figura leggendaria di un primario che lo ha preceduto. Ne nasce il ritratto di un uomo d'altri tempi, un modello romantico, da fare proprio, anche se adeguato a un età che ha cessato di essere. Il dottor Anselmo svilupperà la propria carriera sulla base di questo esempio, ma si troverà alla fine a confrontarsi con i movimenti innovatori dell'anti-psichiatria, che proponendo con sempre maggior vigore la reintegrazione dei malati psichici nella società, di fatto decretano la scomparsa anche della comunità di persone che gravitano intorno all'ospedale e la chiusura dei manicomi. Per il dottor Anselmo (e per Tobino) il rifiuto del fermento innovatore è dettato, alla fine, più da ragioni sentimentali e poetiche che da un razionale orientamento scientifico.



«Un sogno?…. e che le fa un sogno?…. È uno smarrimento dell'anima ….il fantasma di un momento….».
«Non so, dottore: badi…. Forse è dimenticare, è risolversi! È rifiutare le sclerotiche figurazioni della dialettica, le cose vedute secondo forza….».

«Secondo forza?….che forza?….».

«La forza sistematrice del carattere….questa gloriosa lampada a petrolio che ci fuma di dentro,….e fa il filo, e ci fa neri di bugie, di dentro,….di bugie meritorie, grasse, bugiardosissime….e ha la buona opinione per sé, per sé sola….. Ma sognare è fiume profondo, che precipita a una lontana sorgiva, ripullula nel mattino di verità».
Carlo Emilio Gadda

La cognizione del dolore
In quella che è stata definita la più bella e terribile delle sue opere (prima edizione in volume 1963, edizione accresciuta 1970), Carlo Emilio Gadda indaga impietosamente, fino a giungere alla «cognizione del dolore», le ingarbugliate cause dell'invisibile «male oscuro» che porta dentro di sé il suo alter ego, l'hidalgo - ingegnere Gonzalo Pirobutirro d'Eltino, il «figlio». Nel 1924, alla fine di un'atroce guerra, in una delle tante ville e villette che costellano l'immaginaria Brianza sudamericana dello Stato del Maradagàl, si consuma il suo rabbioso e irreparabile odio, il suo inespresso e disperato amore nei confronti della «Signora», la madre...



Adesso posso dire che a forza di pensare a me e alla fabbrica ho fatto molte riflessioni che mi sembrano giuste, anche per tutti gli altri che lavorano con me. Solo ora capisco che i problemi della paga oraria, del cottimo, del posto qui o là, contano relativamente poco e non sono quelli che dispongono della nostra vita nella fabbrica. L’importante è che le fabbriche, così come sono fatte oggi, annullano piano piano per tutti quelli che vi sono il sentimento di essere su questa terra, da solo e insieme agli altri e a tutte le cose della terra. Così si dimentica qual è il destino degli uomini e subentra un orgoglio sempre più profondo per l’organizzazione nella quale si è, per le macchine e per tutto l’ingranaggio che riesce a fare cose mai viste e pensate da un uomo.
Paolo Volponi

Memoriale
Memoriale è la storia di un fallimento storico rispecchiato in una vicenda personale. Saluggia Albino fu Ernesto, classe 1919, è un ex combattente della seconda guerra mondiale. Tornato al suo paese in provincia di Torino, senza prospettive e con la salute minata dalla prigionia in Germania, viene assegnato al lavoro in fabbrica dal neonato Ufficio di Collocamento. Comincia così il suo calvario esistenziale, una lotta estenuante con la dirigenza e i medici della fabbrica, che diagnosticano il suo stato di tubercolotico: ma Albino rifiuta la malattia, cerca di sfuggirne in ogni modo, fino ai limiti della paranoia, anche rovinandosi dietro a maghi e fattucchiere di dubbia moralità. Non ha ancora capito (e sarà la triste morale con cui si concluderà questo romanzo scritto in prima persona) che per l’uomo moderno la sconfitta è inevitabile, perché la nuova civiltà delle macchine lo ha strappato dall’abbraccio materno della natura, scagliandolo in un mondo freddo e crudele, dove lui non potrà che essere sempre uno straniero.


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http://www.italialibri.net - email: - Ultima revisione Ven, 27 mag 2005

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