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CINQUANTESIMO ANNIVERSARIO DELLA CONQUISTA ITALIANA DEL K2 DELLA SCUADRA DI ARDITO DESIO. LETTERATURA DI MONTAGNA

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1954-2004

Uno storico anniversario ravviva una vocazione che viene da lontano...

Cade quest'anno a luglio il cinquantesimo anniversario della conquista italiana del K2.

Sulle orme della spedizione guidata nel 1954 da Ardito Desio (1897-2001), che portò Achille Compagnoni e Lino Lacedelli sulla vetta della seconda montagna più alta del mondo (8.611 metri "circa", ma la più difficile in assoluto), l'Italia organizza ben tre spedizioni, per un totale di centinaia di alpinisti, più un seguito di accompagnatori, sherpa, giornalisti... Qualcuno si sarà domandato quale sarà l'impatto umano e ambientale su di un area, di solito, pochissimo frequentata.
Una spedizione, in realtà, partirà prima e andrà sull'Everest. Una, capitanata ad honorem da un ministro della Repubblica, radunerà «i più forti alpinisti italiani», circa ottanta. Una terza, la più numerosa, organizata dal Cai, radunerà accademici e appassionati (qualche centinaio).
Nel 1954 la storica impresa lasciò uno strascico di polemiche che stenta ancor oggi ad assopirsi (vedi l'articolo a lato). A distanza di cinquant'anni, c'è chi asserisce che anche questa volta la celebrazione fornirà alle italiche genti l'occasione per manifestare, nell'aria rarefatta dei 5-8000, tutto il savoir faire e la sportmanship e il rispetto per l'ambiente per cui il nostro paese è conosciuto nel mondo.
Severe maestre di vita, da sempre le montagne hanno ispirato artisti, scrittori, scienziati e filosofi, ammaliati dalla loro maestosità quanto dai pericoli e dalle difficili condizioni che impongono ai fragili esseri umani. Per molti secoli, le montagne furono guardate da lontano. I primi insediamenti nelle terre alte sono infatti del 12° secolo e i primi scritti in lingua volgare sono più che altro descrizioni di luoghi o di viaggi o meditazioni sulla pochezza dell’uomo al confronto della natura. L’andare per montagne, scalando una parete di sesto grado (ma anche semplicemente traversando un comprensorio da rifugio a rifugio), è spesso una discesa dentro se stessi, una sfida alle proprie capacità umane, fisiche, psichiche e morali, una ricerca del limite che, impresa dopo impresa, si sposta impercettibilmente verso l'impossibile...

l pigro Francesco Petrarca racconta in una lettera a Dionigi da Borgo San Sepolcro di un’ascensione al Monte Ventoso intrapresa con il fratello. Mentre il fratello e altri compagni salgono spediti, il poeta si perde alla ricerca di una via più facile. Così commenta: «Volevo differire la fatica del salire, ma la natura non cede alla volontà umana, né può accadere che qualcosa di corporeo raggiunga l’altezza discendendo». Petrarca continua le sue riflessioni arrivando a chiedersi infine se cio che in un batter d’occhio può realizzare l’anima, di sua natura eterna e immortale, debba essere più facile di quello che si deve invece compiere in una successione di tempo, con il concorso di un corpo destinato a morire e sotto il peso grave delle membra. Le montagne colpiscono dunque subito per le difficoltà e le durezze che impongono a coloro che vogliano avvicinarsi ad esse, diventando immediata metafora della stretta e difficile via spirituale.

Dobbiamo aspettare il Rinascimento per cambiare prospettiva. L’uomo è ora al centro dell’universo, e la Natura, e dunque anche la montagna, oggetto di studio e osservazione. Leonardo da Vinci (1452-1519) con una descrizione del Monte Rosa si fa voce del novello spirito scientifico osservando che «questa si leva in grande altura, che quasi passa tutti li nuvoli, e rare volte vi cade neve, ma sol grandine di state, quando li nuvoli sono nella maggiore altezza; e questa grandine vi si conserva in modo che se non fosse la rarità del cadervi e del montarvi nuvoli…egli vi sarebbe altissima quantità di diaccio, innalzato dalli gradi della grandine. Il quale in mezzo Luglio vi trovai grossissimo». Un punto d’osservazione diverso, più attento alle condizioni morali e sociali delle popolazioni di montagna nel Cinquecento è quello dei resoconti delle visite pastorali di Carlo Borromeo (1538-1584), arcivescovo di Milano, che riesce a spingersi fino alle più distanti valli lombarde e ticinesi.

Per il ‘600 letterario, la montagna è spesso ispiratrice di immagini poetiche e sfondo bucolico, ma i pochi che sono obbligati ad avvicinarle nella realtà, come testimonia una lettera di Giambattista Marino (1569-1625), letterato napoletano alla corte di Carlo Emanuele Savoia, ne colgono soprattutto l’asprezza e il senso d’incombente pericolo: «…Le balze del monte eran sì canute che parevano cariche di latte rappreso, e il verno, divenut anch’egli accademico imbiancatore, le aveva tutte quante ingessate e sparse di biacca. Que’ pochi alberi che non erano del tutto sepolti sotto la neve si vedevano pur sì bianchi, che ciascuno avrebbe detto essersi rispogliati in camicia e che perciò tremassero più del freddo che del vento.. I passeggeri parevano tanti monachetti di Monteoliveto che andassero cantando…» Fino a Ugo Foscolo che, un secolo dopo, osserva: «Alfine eccomi in pace! – Che pace? Stanchezza, sopore di sepoltura. Ho vagato per queste montagne. Non v’è albero, non tugurio, non erba. Tutto è tronchi: aspri e lividi macigni; qua e là molte croci che segnalano il sito de’ viandanti assassinati… La Natura siede qui solitaria e minacciosa, e caccia via da questo suo regno tutti i viventi.»

Siamo oltre la metà del ‘700 quando, con lo svizzero Horace de Saussure (1740-1799) inizia la stagione dell’alpinismo. Instancabile esploratore, sappiamo da un suo zio che si allenava prima di intraprendere un viaggio, salendo più volte al giorno le scale di casa. Dice di sé: «Ho traversato quattordici volte la catena intera delle Alpi per otto passaggi diversi;ho intrapreso sedici escursioni al centro di esse; ho traversato il Jura, i Vosgi, le montagne svizzere, una parte di quelle tedesche, inglesi, italiane, siciliane e delle isole adiacenti;…Tutti questi viaggi con la piccozza da minatore in mano, senz’altro fine che lo studio della Storia Naturale, scalando tutte le vette accessibili che promettessero qualche osservazione interessante e riportando campioni da miniere e montagne, soprattutto da quelle che mi avevano presentato fatti importanti per la Teoria.» (da Voyages dans les Alpes ).

Quintino Sella
Durante il Romanticismo, la montagna diviene teatro perfetto dell’eroe romantico, solo in cammino verso la vetta, come lui ora cupa e scossa da tempestosi furori, ora solare e ridente. Ma, rotto l’incantesimo che teneva lontano l’uomo dalle ripide pareti e dagli strapiombi a picco, le montagne diventano una meta favorita e si moltiplicano i racconti di viaggi ed escursioni, di itinerari naturalistici e d’ascensioni. Dalla seconda metà dell’800 ai giorni nostri, le montagne attraggono, la loro maestà incute meraviglia e paura e porta sempre più spesso l’uomo ad interrogarsi sulla propria fragilità. La scalata diventa mezzo d’introspezione; ricerca del proprio limite, fisico o mentale che sia; ricerca del sacro.

Nell’agosto del 1863, Quintino Sella e alcuni amici scalano il Monviso. E’ in questa occasione che lo scienziato e statista biellese esprime l’idea di radunare gli italiani appassionati d’alpinismo in un club. Nasce nell’ottobre dello stesso anno il Club Alpino Italiano (Cai), che sarà da allora la maggiore associazione di amanti della montagna e che vedrà tra i propri associati alcuni tra i più forti scalatori al mondo. Tra i meriti del Cai non si può dimenticare quello di aver incoraggiato e pubblicato molti tra gli autori di letteratura di montagna.

Emilio Comici
Arriviamo ora al ‘900, secolo in cui la letteratura di montagna si divide in più generi: da quello puramente informativo (vengono pubblicati studi etno-storico-antropologici, guide, itinerari escursionistici, manuali); a quello narrativo in cui la montagna è teatro dell’azione e a volte anche protagonista; a quello autobiografico, con provetti scalatori, ma anche semplici alpini, che s’improvvisano scrittori (a volte con splendidi risultati) per raccontare le proprie esperienze. Gli anni Trenta, Quaranta e Cinquanta sono anni d’oro per l’alpinismo italiano e per la letteratura che si occupa delle loro gesta. Le imprese sono esaltanti, gli appassionati sono ormai numerosi e le vette ancora vergini moltissime. Gli alpinisti si sfidano a vicenda, con la sola piccozza e, una dopo l’altra, conquistano le cime dei monti. E’ un periodo esaltante, di grandi racconti intorno al fuoco, con tutti gli ingredienti del mozzafiato. E’ la stagione delle guide alpine e dei pochi outsider che osano seguirle e ancor più raramente precederle. Sono gli anni di Emilio Comici (1901-1940) detto “Ali d’angelo”, guida alpina e scrittore, morto per un banale incidente; di Ettore Zapparoli (1899-1951) scalatore, musicista e autore di numerosi libri, il più famoso Blu Nord; Andrea Oggioni (1931-1969) autore di innumerevoli “prime” e di Le mani sulla roccia; Tita Piaz (1879-1948) detto “il Diavolo delle dolomiti”; Angelo Dibona (1879 – 1956) simbolo delle guide ampezzane. Tutti amici di Dino Buzzati (1906-1972) che ricorda loro e le loro imprese con tenerezza commovente in Le Montagne di vetro. Eroi, esseri umani non comuni, molto al di sopra della comune umanità che, come conclude Buzzati mestamente: «…guardandomi malinconicamente indietro, ora capisco come soltanto a loro, ai capicordata, alle guide, e soprattutto agli accademici e a quelli che, senza avere la formale laurea appartengono tuttavia alla loro intrepida famiglia, ora capisco come unicamente a loro la grande montagna abbia rivelato i suoi più gelosi e potenti segreti. E non ai poveretti come me, che hanno avuto paura».

Due di questi eroi ricorda anche Fosco Maraini nel suo autobiografico Case amori universi. Lo scrittore, diciannovenne, aveva base estiva sul lago di Misurina. «Tita aveva ormai risalito tre quarti della ributtante, truce muraglia nera e arancione [la parete Nord-Est della torre Winkler]. L'uomo era legato a due corde, una più nuova e più grossa, una più vecchia e più sottile. Con due corde poteva fare uso di più chiodi e moschettoni, senza il timore che gli attriti lo frenassero da dietro e gli rendessero difficile innalzarsi». «Emilio era piccolo, mingherlino. Nessuno incontrandolo per strada lo avrebbe giudicato un “alpinista d'eccezione”, un fortissimo della montagna. Bastava però vederlo seminudo (per esempio quando si tuffava nell'acqua gelida del lago di Misurina) per capire come stavano le cose: rispetto al peso del corpo possedeva una muscolatura assolutamente eroica; per questo, sollevandosi su due dita che facessero presa su di appigli minuscoli e sfuggenti, riusciva ad avanzare elegantemente in qualsiasi parete, dando l'impressione di volare, di possedere poteri magici.» Queste frequentazioni alpinistiche d'eccezione gioveranno allo scrittore che, laureatosi in Scienze Naturali, facendosi assumere come documentarista dal mitico Giuseppe Tucci, padre di tutti gli orientalisti moderni, affronterà nel 1937 la sua prima spedizione in Tibet, sul Tetto del Mondo, alla scoperta di una civiltà quasi perduta, e della sua vera vocazione.

Mario Rigoni Stern
Il ‘900 è anche il secolo delle due guerre mondiali, e la letteratura di montagna acquisisce uno dei suoi massimi narratori: Mario Rigoni Stern (1921) che racconterà nel corso del secolo, la vita della gente comune nelle terre alte con un’intento oltre che narrativo, anche di documentazione storico-sociale di modi e mondi in via d’estinzione. La sua trilogia, Il sergente nella neve, L’anno della vittoria e Le stagioni di Giacomo, inizia nell’ottocento e percorre tutto la prima metà del ventesimo secolo, terminando con la fine della seconda guerra mondiale. E’ un’affresco nitido e rigoroso della vita in montagna, della sua fatica quanto della sua poesia; della violenza della guerra e dell’involontaria comicità del fascismo; della fatica di essere uomini in un ambiente che la guerra ha reso solo più povero e pericoloso.

Ma Rigoni Stern è anche un’acuto osservatore di monti e boschi, e in Uomini, boschi e api risuona qualcosa d’inedito per la letteratura di montagna. E’ la commozione che ci prende quando pensiamo all’infanzia, un tempo passato per sempre. E’ la consapevolezza che un certo mondo se ne sta andando per sempre. Ed è lo stesso tono di un altro, più giovane, narratore di montagna: Mauro Corona (1950), scultore, scalatore e apritore di numerosissime nuove vie sulle dolomiti. Tono afflitto e ammonitore di un’uomo che ha visto il proprio paese distrutto dalla cecità e dalla criminale leggerezza di altri uomini (Le voci del bosco).

Reinhold Messner
La montagna, quando non è affrontata con il dovuto spirito, può anche generare fantasmi di cui è difficile liberarsi. Un giovanissimo Walter Bonatti, forse il più grande alpinista di tutti i tempi, rimarrà segnato a vita da quella che avrebbe dovuto costituire una splendida opportunità. Protagonista insieme ad Ardito Desio (comandante della spedizione), Lino Lacedelli e ad Achille Compagnoni, della storica conquista del K2 (1954), macchiata purtroppo dal comportamento dei compagni, superficiale al limite del tradimento, per cinquant'anni continuerà nei suoi libri splendidi a rievocare l'oscuro episodio, incapace di darsi pace di quella che ritiene un'inacettabile ingiustizia. K2, La verità, storia di un caso, è solo l'ultimo e il più completo di una serie di libri in cui l'alpinista intende ristabilire una verità scomoda ma irrinunciabile.

L’andare per montagne, scalando una parete di sesto grado (ma anche semplicemente seguendo un sentiero di rifugio in rifugio), è spesso una discesa dentro se stessi, una sfida alle proprie capacità umane, fisiche, psichiche e morali, una ricerca del limite che, impresa dopo impresa, si sposta impercettibilmente verso l'impossibile e a volte a grandi passi ci avvicina a quell’essenza che Reinhold Messner (1944) ha descritto efficacemente con queste parole: «In quelle ore d’azione, passo dopo passo, specialmente nei momenti di pericolo, io sono la risposta a tutte le domande. …anche oggi, quando m’inerpico o attraverso il bosco, avverto spesso l’impressione di “sapere tutto”. Allora sono, per così dire, il buon Dio. Anzi, non il buon Dio, ma tutto e nulla».

Milano, 24 Marzo 2004
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