DAL ROMANZO ANTISTORICO ALL'ANTISTORIA, TRE OPERE SULLO SPIRITO ARISTOCRATICO E UN NOIR

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Aprile 2006

Dal romanzo antistorico all'antistoria

n corrispondenza di una consultazione elettorale è naturale tornare a interrrogarsi sulle radici della propria insoddisfazione ed è comprensibile che si concentri il proprio atteggiamento critico sulla vicenda umana, riluttante a ogni sforzo, per quanto autorevole, di incanalarsi in un sistema equilibrato, che lasci spazio all'iniziativa dei più intraprendenti salvaguardando i diritti dei più deboli e il benessere di quanti, trovandosi nel mezzo, non si sentano né particolarmente intraprendenti né particolarmente deboli.

C'è chi, come lo scrittore Vincenzo Consolo, alla vigilia della passata consultazione dava la colpa alla «faziosità della nostra civiltà ancora comunale di guelfi e ghibellini e da questa continua crisi italiana [da cui] nascono i mestatori, i profittatori, gli opportunisti, i vili, i trasformisti, i delatori e tutto quanto di orrore c’è in questo paese.» (Intervista del marzo 2001).

E c'è chi, come l'economista Paolo Sylos-Labini, scomparso il 7 dicembre 2005, ha scientificamente indicato, già nel 1974, come fattore aggravante la burocratizzazione del proletariato agricolo del XX secolo, che ha permesso ad ampi strati di popolazione di elevarsi a una classe sociale superiore, ma che ha determinato, nel conseguente passaggio generazionale, la perdita dei valori e dei principî contadini, senza che venissero acquisiti, in sostituzione di questi, valori e principî della classe di destinazione (vedi Saggio sulle classi sociali).

Eba Remiré, Despertador
(© foto Aleph)
Certo è che la Repubblica sorta sulla scia dell'epopea risorgimentale ha sùbito mostrato i propri limiti, come si evince dalla rilettura di tre romanzi storici che si concentrano sulle contraddizioni di una classe dirigente che si è sistematicamente rifiutata di interpretare il proprio ruolo in senso innovativo e ha fatto del trasformismo il mezzo per perpetuare i propri anacronistici privilegi.

Il primo scrittore a orientare nel 1894 il proprio interesse verso questo tema fu Federico De Roberto, che ne I vicerè descrisse l’epopea d’una potente dinastia, gli Uzeda di Francalanza, umanità difettosa, piena di tic, di idiosincrasie e di tare, campioni di trasformismo negli anni a cavallo della campagna garibaldina dei Mille in Sicilia.

Un'opera faticosa per l'autore quanto difficile per il lettore, che nella accanita ironia di De Roberto, nel serraglio di personaggi paradossali, stenta a trovare una personalità un po' meno peggiore alla quale fare riferimento a cui accompagnarsi nella lettura.

Quali motivazioni indussero Luigi Pirandello a riprendere in mano un modello fallimentare per scrivere un romanzo che non trova collocazione nella sua opera, nella quale ogni prodotto è collegato a quel che precede e a quanto seguirà, lo possiamo solo ascrivere a un diretto interessamento dovuto alla vicenda autobiografica dell'autore.

Scritto nel 1899, ma pubblicato nel 1913, I vecchi e i giovani esplora le circostanze che hanno portato la promettente classe politica protagonista del Risorgimento, a invischiarsi nel primo di una lunga serie di scandali finanziari italiani (lo scandalo della Banca Romana) e a determinare poi la sollevazione e, contro i propri principî, la sanguinosa repressione dei moti dei fasci siciliani.

Pablo Cobo, Torre del tesoro
(© foto Aleph)
Quest'opera si distingue dalla precedente per una più precisa critica sociale che contrappone la vecchia leadership aristocratica, còlta ed evoluta, alla nuova classe dirigente borghese, di pochi principî e scrupoli ancor meno.

Neppure il più impegnato dei testi pirandelliani ebbe però molto successo. Forse perché nell'opera tutti risultano perdenti e la sottile distinzione, la regola non scritta nel gioco di contrapposizione tra gli aristocratici Laurentano e il borghese Salvo risulta essere un'arte sottile: la capacità di affrontare la sconfitta – che, comunque vada, indipendentemente da tutto, viene sempre – con un certo stile.

Ma per cogliere lo spirito, l'eleganza e il fascino di una classe sociale al tramonto e per esprimere la vanità degli sforzi di infondere nella società una più equa giustizia, occorreva la mano di un vero aristocratico: Giuseppe Tomasi di Lampedusa, alias il Principe di Salina, il personaggio che impersona Il Gattopardo (1958), il romanzo che determinò in Italia il primo caso letterario del dopoguerra.

Il segreto di Lampedusa sta nel raccontare una storia in cui protagonista non è un aristocratico, ma l'aristocraticità stessa, lo spirito aristocratico, così difficile da far proprio ma che tutti riconoscono come valore.

Luchino Visconti
(© www.ninocristiani.com)
L’ideologia politica di Tomasi di Lampedusa è riassunta e semplificata, come scriveva Pampaloni, nella terza parte de Il Gattopardo — «senza vento l’aria sarebbe stata uno stagno putrido, ma anche le ventate risanatrici trascinavano con sé tante porcherie» —, nel discorso di Tancredi e nella sua celebre frase che descrive la situazione storica della Sicilia del 1860: «Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi». Infine, in riferimento alla concezione di Lampedusa della storia umana, vale l’espressione di don Fabrizio: «e dopo sarà diverso, ma peggiore».

Com'è cambiato il paese, quali potenzialità sono scaturite dalla fine della seconda repubblica per farci sperare che «tutto» nella diversità non sia «peggiore», che queste contraddizioni siano ormai acqua passata e che il paese navighi finalmente in acque profonde?

Che ci fa a questo punto del discorso un romanzo noir su una banda di balordi, dopo tre opere “letterariamente blasonate” che parlano di aristocrazia?

Patrizia Mussa, Mattatoio
(© Moscow House of Photography)
Romanzo criminale (2002) è lo sguardo “dal basso” di una compagnia di amici destinati a costituire il fenomeno più sanguinario prodotto dal tessuto sociale romano del XX secolo: la banda della Magliana.

Inizia con il rapimento di un aristocratico: il barone Rossellini (alias Duca Massimiliano Grazioli Lante della Rovere). Qui l'aristocrazia entra e qui esce, perché sebbene il riscatto sia stato pagato, il corpo dell'ostaggio verrà trovato dopo qualche pagina, ormai privo di vita.

Da questo punto in poi Giancarlo De Cataldo, uno scrittore-giudice di Corte d'Assise, al di là dei fatti e dei personaggi, quasi tutti riscontrabili nella cronaca degli anni ‘70-‘90 – caratterizzata dagli scandali che coinvolgono il Vaticano, la mafia, i servizi deviati, banchieri, bancarottieri e palazzi del potere e dalle stragi – si concentra sulla descrizione della zona grigia tra rispettabilità e crimine che prospera all'ombra del tribunale dell'Urbe: quel “porto delle nebbie” in cui sono cresciuti “professionalmente” alcuni avvocati e giudici “aggiusta-processi” processati a loro volta ai giorni nostri.

27 aprile 1982. Il cadavere di Danilo Abbruciati, della banda della Magliana, dopo il fallito attentato al vice-presidente del Banco Ambrosiano Roberto Rosone
Per dipingere questo grande affresco l'autore ha combinato pigmenti che provengono da territori insolitamente distanti: la letteratura di genere, la cronaca nera, la narrazione epica contemporanea. (Wu Ming, «Repubblica», 28.10.2002).

Borghese perfetto
(© Contrasto)
Il risultato è un prodotto poco letterario, secondo i canoni del “romanzo del Novecento”, ma nel quale si respira tutto intero il pessimismo che circonda fin dalle origini la vicenda sociale e politica della Repubblica Italiana.

Quella sensazione di inadeguatezza, d'impotenza di fronte a un'impresa superiore alle proprie possibilità. Quel senso di sconfitta tutto italiano che è la sconfitta dell'indulgente a confronto con le proprie debolezze, dell'idealista di fronte al «senti a me, ma chi te lo fa fare», dello spirito aristocratico nei confronti dell'ambizione senzapudore...

E la storia continua...

Milano, 31 marzo 2006
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