A lungo ho creduto che quelle che sono state in collegio, come Fréderique e me, e un giorno ce ne ricorderemo, possano vivere di niente, quando saranno invecchiate e deluse. Suona la campanella, ci alziamo. Suona ancora la campanella, dormiamo. Ci ritiriamo nelle nostre stanze, la vita l’abbiamo vista passare dalle finestre, dai libri, dall’alternarsi delle stagioni, dalle passeggiate. Sempre il riflesso, un riflesso che sembra raggelato sui davanzali. E forse talvolta vediamo un’alta figura marmorea stagliarsi davanti ai nostri occhi: è Fréderique che è passata nella nostra vita…
Fleur Jaeggy

I beati anni del castigo
La voce di un ricordo che, come un Bolero di Ravel, torna sottovoce dalle mura del Collegio, narrando a ritmo lento e in costante ascesa le introspezioni di una giovane educanda. Pagine di diario con una scrittura meticolosa, fredda, quasi clinica, che sonda nella psiche delle compagne, indaga i metodi educativi e ricama, come una fitta rete, soprattutto sul rapporto con Frederique, un’educanda nuova, irresistibilmente carismatica, fatale, forse minacciosa.
Frederique è elegante, raffinata, “nichilista senza passione”, affascinante. Porta all’amica più giovane una visione delle cose già adulta e disincantata, diventando così per lei quella che sa come varcare la soglia dell’adolescenza, per fuggire dal limbo voluto per la sua educazione. Allo stesso tempo Frederique rappresenta il sentimento, un amore celato e muto, forse condiviso.
La scrittura di Fleur Jaeggy affascina per come intesse, con ritmo sorprendentemente musicale, la sua favola nordica. E’ un linguaggio ricco e nello stesso tempo sobrio che induce alla riflessione.