E troppe cose, in questa storia, sono un plagio grottesco di Eugenij Onegin: ciò che lì Puskin aveva sfiorato con lieve grazia, nella vita acquista una stolida, plumbea grevità; ciò che lì respirava il vuoto cielo della poesia, nella vita diventava gabbia, carcere, camera di tortura. Lo disse, egli stesso soffocando nella vecchia capitale del nuovo impero, Aleksandr Blok: «Non fu affatto la pallottola di d'Anthès a uccidere Puskin. Lo uccise la mancanza d'aria». A Puskin tolse il respiro il tanfo di chiuso che stagnava nella superba città di Pietro: nei luoghi di potere, nei salotti, nelle case amiche. Sempre gli stessi, sempre le stesse, – una chiusa provincia con comari, voyeur, avvoltoi. Con riti inflessibili e mortali a cui Puskin non faceva nulla per sottrarsi, a cui partecipava attivamente, con zelo. Non riusciamo a immaginare un modo più atroce per togliersi la vita: sprofondandoci.
Serena Vitale
Il bottone di Puskin
Il 27 gennaio 1837, in seguito alle ferite riportate durante un duello, spirava dopo una lunga agonia, il sommo poeta russo Aleksandr Sergeevic Puskin. La persona che aveva sfidato era l’uomo che aveva sposato la sorella di sua moglie. A innescare un processo che non potrà più essere interrotto che con la morte, nonostante i tentativi e gli uffici di amici e conoscenti del poeta, l’invio di alcune lettere anonime. Fu uno scandalo gigantesco, a causa dell'impressione che la disgrazia provocò nel pubblico, che amava Puskin al di là di qualsiasi previsione. Questo saggio, avvincente come un romanzo giallo, ricostruisce gli eventi basandosi sul vorticoso giro di corrispondenza conservatosi negli anni, più abbondante, man mano che la situazione precipita verso il suo tragico epilogo.