Penso ora che quello era un giorno felice. Ma purtroppo è raro riconoscere i momenti felici mentre li stiamo vivendo… La felicità era per me protestare per te frugare nei tuoi armadi. Ma devo anche dire che abbiamo perduto quel giorno un tempo prezioso. Avremmo potuto metterci seduti e interrogarci vicendevolmente su cose essenziali. Saremmo stati probabilmente meno felici, anzi saremmo stati infelicissimi. Però io adesso mi ricorderei quel giorno non come un vago giorno felice ma come un giorno veritiero e essenziale per me e per te, destinato a illuminare la tua e la mia persona, che sempre si sono scambiate parole di natura deteriore, non mai parole chiare e necessarie ma invece parole grigie, bonarie, fluttuanti e inutili. Ti abbraccio. Tua madre
Natalia Ginzburg
Caro Michele

Nelle grigie lettere a Michele, figlio sbandato, balordo, ed oramai fuggito lontano, Adriana scopre la sua spoglia incapacità di essere madre; e tutti gli altri personaggi, tutti esseri ugualmente orfani e appassiti, capaci di «respirare niente altro che la propria solitudine», rivelano quella zona di sé in cui «ognuno di noi è sbandato e balordo».

In Caro Michele (1973), romanzo metà epistolare e metà narrativo, Natalia Ginzburg ricompone così i giorni logori, desolati e senza meta di una famiglia sfasciata e dispersa, a cui non rimane niente altro che amare le proprie solitarie memorie.