Povera vita, meschina e buia, alla cui conservazione tutti tenevan tanto!
Tutti s’accontentavano: mio marito, il dottore, mio padre, i socialisti come i preti, le vergini come le meretrici: ognuno portava la sua menzogna rassegnatamente. Le rivolte individuali erano sterili o dannose, quelle collettive troppo deboli ancora, ridicole quasi, di fronte alla grandezza del mostro da atterrare.
Sibilla Aleramo

Una donna
La protagonista dopo un’infanzia serena e un’adolescenza vivace, trasferitasi con la famiglia in un paesino del meridione, si trova, suo malgrado, invischiata nella logica del matrimonio “obbligato”. Da questo matrimonio subito rivelatosi tragicamente sbagliato, nasce il figlio che per dieci anni sarà, a suo dire, l’unico vincolo che la tiene legata alla vita. I destini familiari la condurranno a Roma dove, giovane redattrice di una rivista velleitariamente femminista, inizierà il suo doloroso percorso di autocoscienza. Infine, la decisione della fuga verso il nord, sola, senza il figlio amato.
La scrittrice che scelse come pseudonimo l’anagramma di “Amorale” non si rassegna a nulla: non al matrimonio riparatore e fallimentare, non alla condizione di donna sottomessa e inutile, non a quella di oggetto d’amore. Ella vive, in perenne ribellione, un’esperienza vitale e artistica discussa e a volte tragica, eppure sempre ricca e appagante.