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OPERE A-Z
Niccolò Ammaniti

Come Dio comanda (2006)

Il punto di vista del criminale
(Redazione Virtuale)

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Vincitore del premio Strega 2007, Come Dio comanda, è un'opera epica che si svolge nell'interland di una megalopoli italiana e ha per protagonisti un gruppo di emarginati nel loro cammino attraverso il crimine e alla ricerca della verità , costantemente attratti e storditi dai richiami ambigui di una sirena enigmatica e irresponsabile di nome Dio.

    «Erano entrati il padre, la madre e il fratellino di Fabiana. La folla si aprì per farli passare. I Ponticelli si tenevano stretti l'uno all'altro e avanzavano smarriti in mezzo alla gente. C'era chi sollevava i telefonini per fotografarli e fare i video. Nella penombra della chiesa gli schermi dei cellulari s'illuminavano come ceri funebri.» [Niccolò Ammaniti]

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venti pagine dalla conclusione di Come Dio comanda tutti i giochi sono ancora aperti a qualsiasi potenziale sviluppo e malgrado le vite dei personaggi di questa storia orribile e così umana vengano sospinti dalla trama su traiettorie che convergono verso una destinazione focale, come in un presepe, il lettore non ha ancora la minima idea di dove l'autore voglia andare a parare.

Due pagine dalla fine la situazione è invariata, salvo la suggestione, matura, turgida, palpabile, materializzata nella senzazione tattile della cellulosa tra le dita. Tale è il grande climax letterario costruito da Niccolò Ammaniti in quest'opera che esce, attesa, cinque anni dopo la sua fatica più recente, Io non ho paura (2001).

Lo sanno tutti, se ne parla ormai apertamente: assegnato ai margini dell'estate lo Strega è un premio fatto apposta per vendere libri. I grandi editori si accordano ogni anno sul nome del vincitore. Saltuariamente capita che il fortunato autore sia anche artefice di un'opera considerevole, un libro scritto “come Dio comanda”.

Un titolo che non è solo un modo per dire a regola d'arte, ma un programma d'indagine sull'imperscrutabilità delle vie del Signore: uno spirito immaginario, un Calibano che si abbassa a suggerire a casaccio agli esseri umani più deboli comportamenti in contrasto con i dettami della coscienza e incompatibili con il senso comune.

«We are such stuff... – dice il bardo – Noi siamo / della stessa sostanza dei sogni e la nostra vita piccina / è circondata dal sonno» (1). In questo romanzo, l'autore romano spinge l'assioma shakespeariano alle sue estreme conseguenze.

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La storia è ambientata in una provincia italiana post-industriale, un panorama informe di campi, case, fabbriche, centri commerciali, attraversato da un fiume che, in un'altra stagione, immaginiamo occasionale meta di ragazzini e perdigiorno; sotto Natale esso è soltanto una presenza fangosa, dispensa oscura di umidità e di guai.

I personaggi principali sono, al primo impatto, scostanti: esseri irragionevoli, muscolosi, sottoculturati, istintivi, rissosi, violenti, tenuti ai margini del contesto civile e del mercato del lavoro. Nostalgici di ideologie che non hanno mai conosciuto – più che altro affascinati dagli inquietanti simboli che le rappresentano – sono condannati fin dalla nascita alla solitudine, convinti che l'emarginazione sia un'opportunità da soppesare e – perché no? – da cogliere. Bambini non cresciuti e orgogliosi di esserlo, sono legati l'uno all'altro da incomprensibili legami d'affetto e di solidarietà , in balia dei propri sentimenti distorti. Ma Ammaniti non è quasi mai caricaturale, con lo scorrere fluido della narrazione il lettore finisce con l'affezionarsi e ad accettare le stramberie come particolarità del carattere e i comportamenti indesiderabili, tanto quanto i fenomeni atmosferici. Tanto più che i personaggi di contorno, i cosidetti “normali” non sono mai un esempio di brillante razionalità . Non è casuale che la famiglia Ponticelli sia colpita simultaneamente, per uguale fatalità , dalla scomparsa della figlia e dalla quercia piombata sopra il garage, mentre la madre dorme con i tappi nelle orecchie e non si accorge né dell'una che dell'altra occorrenza.

Il topos letterario prescelto dall'autore è il più classico: quello della notte buia e tempestosa, in cui la tensione monta a dismisura e sfocia nella violenza.

Muore una ragazzina. All'inizio, all'infuori di tre persone, nessuno può saperlo. Essi sono: l'assassino, il figlio illegittimo e “svantaggiato” di un compianto professionista, che vive nel sotterraneo di un palazzo signorile – sede di un megastore mediatico – collezionando oggetti che colloca in un immenso, fantasmagorico plastico/presepe; un amico di questi, un naziskin irrascibile e poco educato che entra prontamente in coma, vittima di un aneurisma cerebrale; il figlio di quest'ultimo, Cristiano (nomen est omen), che però è condotto dagli eventi a credere – incredulo – che l'assassino della ragazza sia il proprio padre.

Intricato quanto basta, Come Dio comanda è un'opera epica i cui protagonisti procedono a tentoni alla ricerca della “verità “ (sia questa il modo di riconquistare una moglie perduta o trovare la sessualità mai provata, o conservare la tutela del proprio figliolo o, ancora, la conquista della considerazione e del rispetto del proprio padre, ecc), spesso facendo affidamento sui deboli e contraddittori suggerimenti di un Dio confuso, pasticcione e irresponsabile. La penna precisa e virtuosa dell'autore condurrà il lettore, per le strade meno frequentate e più impervie fino al naturale epilogo, sulle tracce di quell'afflato divino ispiratore delle umane vicende.

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Come Franz Biberkopf, il protagonista emarginato e leggermente disturbato del romanzo di Alfred Döblin, Berlin Alexanderplatz (1929) i personaggi di Niccolò Ammaniti si muovono in un ambiente frammentato e informe, in cui le regole di convivenza sembrano sovvertite almeno quanto il loro gusto estetico, che li porta a desiderare e ad accaparrarsi oggetti orribili, ancorché inutili. Come Döblin, che era psicologo, Ammaniti non proviene da una facoltà umanistica, essendosi «quasi» laureato in biologia. La città di Döblin è oggi in Ammaniti l'interland delle megalopoli, un tessuto di alienazione in cui il lavoro non specializzato è scarso e la sua assegnazione è soggetta a fenomeni arbitrari e incomprensibili, come i flussi demografici e le politiche sull'immigrazione. In questo contesto la fiducia delle persone viene meno e prende il sopravvento un fatalismo disfattista e superstizioso in cui il crimine (contro la proprietà o contro la persona) non è che una casualità dovuta al capriccio del fato.

L'assenza di una figura femminile stabile nella vita dei personaggi – conseguenza e concausa della loro alienazione – scatena reazioni di tipo paranoico, che sfociano nel delirio mistico e nell'ossessione religiosa, abbondantemente irrorata di coloratissimi e quanto mai tossici composti liquorosi («I liquori possono scadere?»). In queste condizioni capita così che Dio conduca a schiantarsi con l'auto contro il muro di una banca, o che autorizzi lo stupro di una minorenne, e capita che, al momento di saldare il conto, si maledica e si contesti il miracolo strenuamente mercanteggiato con Lui, che si rinneghi il voto, si dichiari la propria insolvenza e buona notte suonatori. Così come, quando Dio cessa di comunicare i suoi messaggi deliranti, in uno sprazzo di lucidità si può riconoscere il proprio disadattamento e condannarsi, negate anche le attenuanti generiche, al massimo della pena.

    Mi limiterò a dire che la professione di medico mi ha dato spesso la possibilità di avvicinare criminali. [...] E praticando questi uomini, e molti altri simili a loro, liberi, potei rilevare un aspetto caratteristico della società in cui viviamo: l'assenza di un confine nettamente definito fra criminali e non criminali, e il fatto che la società , o almeno la parte che potevo vedere, era minata dalla criminalità . E questa è già di per se una prospettiva singolare» [Alfred Döblin, 1932]

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Da allora le cose non sono molto cambiate. La criminalità di cui è infusa la società dipinta da Ammaniti, che è molto somigliante a quella in cui viviamo realmente, (specialmente in quei luoghi interstiziali – tra città e città , tra un quartiere e l'altro, così densamente popolati e “serviti” da centri commerciali e rivendite varie – che alimentano le statistiche sui crimini) è qui osservata dal punto di vista umano del criminale stesso, che è sempre criminale "potenziale", in attesa cioè di un'occasione, di un'imbeccata da Dio.

Questa potenzialità dovrebbe farci riflettere. Anche il soggetto più disgustoso e deforme, anche l'energumeno tattuato e violento è in fondo una persona confusa, alla ricerca, come e più di noi, del riconoscimento della propria umanità e di un po' d'amore. Non si può, sembra dirci Ammaniti, lasciare una "sostanza" così delicata esclusivamente nelle mani di Dio...

Alla fine, come Franz Biberkopf guadagna, insieme alla maturità , il secondo nome rituale Karl, così Cristiano, insieme alla consapevolezza del bene e del male, quelli veri e reali, recupera l'innocenza: la propria e quella del padre suo. Il suo epico viaggio all'indietro attraverso il sonno della coscienza è terminato.

Per esprimere la tua opinione e partecipare al dibattito aperto innescato da questo brano:



NOTE
«We are such stuff / As dreams are made on, and our little life / Is rounded with a sleep» (William Shakespeare, The Tempest).

Le immagini rappresentano (dall'alto):
Niccolò Ammaniti, foto © di Olivier Roller, Parigi 2001
Fascisti a Milano, foto «la Repubblica», 2006
Rainer Werner Fassbinder con Hanna Schygulla sul set del film Berlin Alexanderplatz, tratto da Döblin.
Skinheads, 1981 foto © di Derek Ridgers



BIBLIOGRAFIA
Niccolò Ammaniti, Come Dio comanda, Mondadori 2006

Milano, 2007-07-19 18:11:48

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(Franco Loi, L’arlìa)

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