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OPERE A-Z
Franz Krauspenhaar

Era mio padre (2008)

Viaggio nel passato di una famiglia molto mittel-europea
(Pasquale Vitagliano)

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Il libro di Franz Krauspenhaar, 'Era mio padre', è uno struggente viaggio della memoria, dove la grande storia si incrocia con i destini di una famiglia tedesco-italiana, nel segno della grande tradizione letteraria europea

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ranz Krauspenhaar è disceso con questo libro autobiografico nella cripta della propria anima. Qui non ha contemplato la fine di un impero e di una civiltà ma la scomparsa disperata e liberatoria del suo doppio.

Era mio padre è un’opera sui doppi: padre e figlio, vita e morte, passato e presente, gloria e caduta, presenza e assenza, luoghi e non-luoghi. Quella che in superficie appare una lotta crudele e in fondo scontata, in realtà è una danza tra figure che si attraggono irrimediabilmente; l’intreccio tra opposti riflessi della stessa realtà.

C’è molta letteratura in questo libro, originaria o innestata. Anche se la narrazione di Krauspenhaar scortica fino all’osso la scrittura. Gronda lacrime e sudore, batte frustate sulla pelle del lettore, eppure lo lascia con la struggente impressione di un abbraccio perduto, la straziante memoria di un abbandono. La biografia dei Krauspenhaar è fatta della stessa materia dei libri: il padre Carlo, tedesco ma della regione ceca dei Sudeti, nato in Italia da Ernst, direttore dell’Hotel des Anglais, uno degli alberghi più prestigiosi di Sanremo; il nonno soldato a Belgrado per l’Impero Austro-Ungarico; il padre soldato della Wehrmacht durante la seconda guerra mondiale e combattente in Russia nella cavalleria tedesca, insieme al suo ronzino Siegfried; più volte scampato alla morte si stabilisce a Milano dove diventa responsabile dell’ufficio esportazioni di una ditta locale. Franz tratta la storia della sua famiglia con lo stesso tono con cui il Trotta di Joseph Roth parla dei suoi nella Vienna di fine Impero. Senza alcun cedimento, priva di qualsiasi indulgenza, la biografia dei Krauspenhaar assume con lo scorrere delle pagine il peso di un’epica collettiva, oltre il profilo personale del viaggio nella propria memoria.

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La loro storia nasce lungo l’Elba, confine fisico e ideale tra Occidente e Oriente. La Milano di Franz è inedita, non più la città-da-bere degli anni ’80 e nemmeno la casbah metropolitana di oggi, piuttosto un’inattesa città finis terrae. La Milano dell’epigono dei Krauspenhaar acquista i contorni di una capitale di frontiera, di un’Elba dell’anima tra infinite possibilità e inesorabili fallimenti.

Negli intermezzi della narrazione, tra gli episodi che si intrecciano nei diversi livelli del racconto, non c’è solo letteratura, c’è anche il cinema. Travis Bickle, il Taxi driver di Scorsese, è diventato con tale naturalezza una delle figure di questo splendido Requiem, da dedurre facilmente che il titolo del libro non può non richiamare l’omonimo film di Sam Mendes. Allo stesso modo esplicito è il richiamo all’Heimat di Edgar Reitz. Il «viaggio centrale e finale della nostra vita insieme», Franz e Carlo lo fanno in Germania nel 1979. Qui Franz sente di essere tornato a casa, nella propria Heimat, non nella patria retorica ma nella terra dei padri, del proprio padre. Il luogo da cui, per quanto riguarda i Krauspenhaar, in un modo o nell’altro, tutto è partito. Un viaggio che sembra il prologo di quello luttuoso del padre in Svizzera, lontano dai luoghi più familiari, per togliersi la vita, per seguire il destino di Stefano, il figlio più delicato, il fratello amatissimo. «Sono andato via perché mio figlio non mi vedesse morire così», firmato C. K., Carlo Kraus, come dice Sullivan il protagonista del film di Sam Mendes. In questo dolore, in questo livido crepuscolo familiare ti resta il retrogusto di un’opera compiuta, di un tassello scovato in quella tela senza terra che è stata ed è ancora l’Italia nella sua letteratura recente.

E’ vero il romanzo di Kraus è a più livelli. Questa frammentarietà – che talvolta può apparire discontinuità di ispirazione – forse è il registro prescelto di un certo sincretismo. Forse un tocco di meta-letteratura. E’ lo stesso autore che infatti fornisce al lettore la misura del giudizio critico. «Ansimerai della mia stessa ansia». «Ti voglio far male (…). Ti voglio con me nel viaggio terreo, sentendo su di te tutto il peso degli anni difficili, delle occasioni perdute, la fame d’amore che ti dilania il petto per giungerti cancerosa fino al cuore spezzato». Prendo in prestito un’immagine offerta dallo stesso Franz. Il suo libro è una riuscita opera di “illusionismo”, come Houdini, anche Franz Krauspenhaar è entrato nella pagoda della sua memoria, incatenato dai suoi lutti inauditi, dai suoi soffocanti fallimenti e poi, alla fine della scrittura, ne è uscito fuori liberato. Dalla grande vasca colma d’acqua di questo suo romanzo Franz ne è uscito purificato. Compiendo una sorta di suicidio metafisico ha finalmente “ucciso” il suo doppio, ha reso comprensibili i lutti di Carlo e di Stefano, ha reso affrontabili i propri fallimenti.

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In questo Requiem della memoria, in questo racconto che sembra il viaggio di ritorno de La Strada di Cormac McCarthy, Franz pone a se stesso la domanda più crudele. Tra Carlo e il libro tu scrittore chi sceglieresti? La vita o la letteratura, è la domanda decisiva. Proprio per questo non può che rimanere senza risposta, come la domanda che Dio pone a Giona, invertendo ogni rapporto naturale e profetico. Perché tutta questa rabbia? Resta la verità che Franz come Giona è uscito indenne dal ventre buio della balena. E forse con un po’ di rabbia in meno. Nemmeno il lettore è in grado di rispondere a quella domanda. Il lettore partecipa, si identifica. Percorre insieme a Franz questo percorso di formazione che ha il mistero di un’iniziazione e la percussione di una discesa all’inferno. Al termine di questo viaggio nella notte di Franz, anche il lettore riaffiora sul pelo d’acqua di una speranza attiva, Andrò avanti, farò il meglio che potrò. Legge queste ultime parole e nelle tempie gli rimbomba ancora la voce di Franz. Magicamente identica alla mia voce. Alla voce di ciascuno di noi lettori.

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Per esprimere la tua opinione e partecipare al dibattito aperto innescato da questo brano:



NOTE
Le immagini (dall'alto):
Franz Krauspenhaar;
Joseph Roth;
Una veduta di Milano

Franz Krauspenhaar è nato a Milano nel 1960. Ha pubblicato i romanzi Avanzi di balera (Addictions, 2000), Le cose come stanno (Baldini & Castoldi, 2003), Cattivo sangue (Baldini Castoldi Dalai, 2005). È presente nell’antologia Best Off 2006 curata da Giulio Mozzi (Minimum Fax, 2006), e nell’antologia di racconti I persecutori (Transeuropa, 2007). Fa parte della redazione dei blog letterari Nazione Indiana e La poesia e lo spirito. Collabora con riviste e giornali scrivendo di letteratura.



BIBLIOGRAFIA
Franz Krauspenhaar, Era mio padre
Fazi 2008, Le vele
281 p., € 16,50

Milano, 2008-09-16 12:51:53

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Ugo


«Ci limiteremo dunque a ricordare che questo nostro tentativo di storia del romanzo cerca le sue ragioni di legittimità e di coerenza nel proporsi come una storia del personaggio narrativo, di quello che abbiamo convenuto di chiamare il personaggio-uomo, cioè il rappresentante di una particolare specie zoologica, non classificata né registrata dalla storia naturale, perché è reperibile solo in un folto, intricato continente, del quale non si trova cenno o figura in nessun atlante, o libro di geografia, dal momento che a formarlo concorrono unicamente le pagine dei romanzi e dei racconti.»

(Giacomo Debenedetti, Il romanzo del Novecento)

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