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OPERE A-Z
Roberto Caracci

Le radici del silenzio (2007)

La memoria delle cose
(Redazione Virtuale)

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L'osservazione degli esseri umani e dei rifiuti che essi producono in Le radici del silenzio, di Roberto Caracci, porta a una riflessione sul materiale di scarto con cui si è abituati a convivere e che, in tempi di raccolta differenziata, si è imparato a ri-conoscere, ma anche a conoscere nelle sua compiutezza e in quella tendenza di alcuni “articoli” a prender vita, fuori tempo massimo, sotto altre sembianze...

    «A mia discolpa non ebbi nulla da dire, tranne che mi pareva un sacrilegio mandare al macero oggetti riutilizzabili e che rubavo solo alle discariche in cui sarebbero finiti.» [Roberto Caracci, Le radici del silenzio, Atì editore 2007]

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i possono scorgere alcune affinità tra Le radici del silenzio di Roberto Caracci e Una solitudine molto rumorosa, di Bohumil Hrabal, per quanto, dai titoli le si potrebbe ritenere anche opere antitetiche. La letteratura le pervade entrambe, si spande, a volte, come una muffa, ora grigia, ora vellutata e verdastra, ora sgargiante, tendente a gradare verso i colori più inquietanti laddove le formazioni batteriche assumono il predominio delle zone più impervie e lontane dalla luce e dall’azione devastatrice della soda e della spugnetta.

Non si tratta soltanto di questa atmosfera espressionista, ma dell’attenzione che entrambi gli autori riservano a un aspetto che risulta, più che trascurato, rimosso dalle nostre esistenze, nonostante ora prema sempre di più per ottenere la nostra attenzione.

Hanta, il personaggio di Hrabal, «da trentacinque anni» pressa carta vecchia per una ditta che acquista intere biblioteche e archivi documentali per trasformarli in cascame pressato, le cui balle invia per ferrovia alle cartiere di mezza Europa.

Gli anonimi personaggi delle storie «eterobiografiche» di Caracci manifestano qualcosa di più di un pronunciato interesse per la spazzatura. Non, sia ben chiaro, un’insana passione, piuttosto un’equilibrata considerazione per qualcosa con cui si è abituati a convivere e che, in tempi di raccolta differenziata, si è imparato a ri-conoscere, ma anche a conoscere nelle sue manifestazioni di heideggeriana “compiutezza” e in quelle di una inaudita potenzialità : una capacità di certi “articoli” di "reincarnarsi", fuori tempo massimo, sotto altre sembianze...

Lo sguardo di Caracci va oltre. Si sofferma sugli aspetti che, nel manifestare una qualche forma di degrado, lasciano scorgere il progressivo decorso dell’oggetto osservato verso il suo naturale stato di esaurimento. Ecco allora che un amore giunto al capolinea emana un odore sgradevole di sudore, di forfora e di genitali non lavati, mentre gli esseri umani subiscono acciacchi invalidanti che ne preconizzano il futuro più prossimo di cadaveri. Anzi, spesso si comportano già come cadaveri che ancora mantengono una certa imprevedibile guizzante vitalità .

*

Frequentatore delle lunghe tratte dell’Eurostar, Caracci è uomo dai periodi brevi. Originario di Napoli – una città che ha mostrato aspetti inediti, nella loro drammaticità , seppur scontati, secondo alcuni, del capitolo “rifiuti” – chi lo conosce è abituato a vederlo a Milano, dove risiede, declamare testi, per lo più altrui, accompagnando con la mano destra (la sinistra è saldamente ancorata al libro da cui attinge, come a reggersi nella propria tempestosa veemenza) brevi, fulminee raffiche di parole che distribuisce generosamente a un uditorio affezionato e fedele che da anni gli invade la casa, un martedì sì e uno no. Cito:

    «Quando partii in direzione del pallone, col fiato di incoraggiamento dei miei compagni nelle orecchie, non avevo deciso in quale punto della porta calciare e infilare il mio avversario. Mossi i primi passi con grande lentezza, fissando solo l’erba che retrocedeva sotto i miei tacchetti, poi accellerai d’improvviso e in un baleno vidi in basso il mio piede destro, già eccessivamente inclinato, incuneato tra palla e terra, e in alto l’angolo dei pali, sopra la spalla sinistra del portiere. In quell’attimo pensai proprio che doveva esserci una perfetta corrispondenza, una equivalenza geometrica, indipendenti da me e dalla mia volontà , tra l’inclinazione del mio piede e l’angolo della porta.»

L’agonia di un ragazzo che sbaglia tre calci di rigore, uno appresso all’altro, è anticipatrice di un’esistenza lontana dai bagliori dell’affermazione e del successo. I due giovani adolescenti spiantati abbandonati al primo incontro galante da due benestanti coetanee in mezzo alla campagna umbra, ubertosa quanto assolata, non permettono di prevedere un futuro di grandi svolte. Il cuore d’agnello sanguinolento nel cassettone si confonde così con quello che batte nel petto dell’amante respinto. Un padre incestuoso e violento, a questo punto, sembra costituire il naturale prodotto di una vita costellata di frustrazioni e fallimenti, seppur non del tutto estranea a una forma primitiva e crudele di poesia e di arte, body-art. Lontano dal breve significativo ricordo che l’autore ci dona – incastonato al centro del libro – del proprio genitore, poeta di una parola sola, ma per lo più di silenzi, di emozioni ineffabili e di sentimenti inespressi.

Occorre giungere all’ultimo capitolo per scorgere la chiave di lettura che sostiene l'apparato narrativo. Di colpo il lettore realizza che i brani che ha fin qui divorato, passando dall’uno all’altro con crescente stupore e inquietudine, posseggono una coerenza e una coesione superiore a quella che si è soliti riscontrare in un'ordinaria raccolta di racconti.

Dalla spina dorsale del gatto morto ai margini della corsa podistica Stramilano, sepolto dal protagonista nel corso del primo brano in un vaso di terracotta, a sua volta interrato in un’aiuola della circonvallazione, nasce un albero, un acero bianco, una pianta capace delle più variopinte manifestazioni che colorano il solitamente grigio autunno milanese. Il legno di quell’albero verrà idealmente impiegato per alimentare a Marechiaro, al termine dell’ultimo brano, la pira funeraria su cui giace lo zio Armando, le cui ceneri verranno riposte nel vaso di terracotta conservato sul pianoforte che il protagonista suona, a suo dire, male come lo zio, «ma a due mani».

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Ecco così incontrarsi finalmente, al termine della propria parabola letteraria, il gatto, l’acero, lo zio Armando e la terracotta in rappresentanza di tutti: personaggi, animali e articoli inanimati, che hanno subito l'amorevole e pietosa osservazione dell'autore.

Quella che sembra la fine della storia e dei suoi personaggi in realtà non ne è che l’inizio. Da qui prende avvio un nuovo paragrafo: il lavoro del tipografo, la commedia del distributore, la via crucis del piccolo editore. Il tutto per il piacere di molti, ci auguriamo, inconsapevoli lettori che ridaranno vita, con la lettura, alla memoria dei personaggi e alla storia.

Per ultimo noi, umili recensori, poniamo come estremo tibuto, quello dell'omologo protagonista del libro di Hrabal, che «per trentacinque anni [ha] imballato carta vecchia», che a un punto confida:

    «Questa è sempre stata una cosa tipica mia, quando scorgevo nel mucchio della carta vecchia il dorso o la copertina di qualche libro prezioso, non andavo mai a prenderlo subito, ma prendevo una pezzetta e pulivo il rullo della pressa, soltanto dopo guardavo il mucchio di carta e verificavo se avevo forza sufficiente per prendere e aprire quel libro, e dopo che m’ero fatto la verifica, soltanto allora sollevavo il libro e quel libro mi tremava nelle mani come il mazzolino della sposa all’altare.»

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Per esprimere la tua opinione e partecipare al dibattito aperto innescato da questo brano:



NOTE
Jannis Kounellis, le cui opere appaiono in questa pagine, è uno dei padri fondatori del movimento artistico denominato "Arte povera", sorto in Italia durante il miracolo economico.



BIBLIOGRAFIA
Roberto Caracci, Le radici del silenzio, Atì editore 2007

Milano, 2007-06-15 19:13:55

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«Il soggiorno in questo piccolo paese, il contatto con la gente primitiva, l'incontro con questa ragazza mi riconducono a me stesso, quale ero quindici anni fa. In questa bellissima Cristina ritrovo molti tratti della mia adolescenza, quasi, direi, un ritratto di me stesso, certo un ritratto abbellito e idealizzato, una versione femminile, ma in sostanza, uno specchio di quello che allora anch'io sentivo e pensavo: la stessa infatuazione d'assoluto, lo stesso ripudio dei compromessi e delle finzioni della vita ordinaria, anche la stessa disponibilità al sacrificio.»

(Ignazio Silone, Vino e pane)

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