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OPERE A-Z
Eugenio Montale

Quaderno di quattro anni (1977)

Il poeta misurò la distanza tra il millennio e l’istante
(Biagio Carrubba)

*
In Quaderno di quattro anni, così come in generale nell’ultimo Montale si riconoscono i temi trattati in precedenza dal poeta, in relazione alla vita e alla morte, al tempo e alla memoria e ai ricordi personali, che proiettano un senso inquietante sulla vita, in modo particolare nelle composizioni: Vivere, Sul lago d’Orta, Ai tuoi piedi, In negativo, Fine di settembre, Dormiveglia, I Miraggi e Morgana.

    Si continua
    a pensare con teste umane quando si entra
    nel disumano

    [Eugenio Montale, Nel Disumano, in Quaderno di quattro anni]

*

ubblicato nel 1977 da Mondadori, Quaderno di quattro anni contiene 111 poesie composte da Eugenio Montale tra il '73 e il '77. Neppure questa silloge, che riprende la costruzione di Diario del ’71 e del ’72 è divisa in sezioni e le poesie si susseguono l’una di seguito all’altra senza un tema predefinito.

Ogni composizione ne propone uno, di tema, indipendente dai versi che la precedono e da quelli che la seguono. Una decina di liriche di quest’opera si distinguono per particolare incisività, costituendo in sé ciascuna un piccolo gioiello di significato.

Nell’ultimo Montale si riconoscono i temi trattati in precedenza dal poeta, in relazione alla vita e alla morte, al tempo e alla memoria e ai ricordi personali, che proiettano un senso inquietante sulla vita, in modo particolare nelle composizioni: Vivere, Sul lago d'Orta, Ai tuoi piedi, In negativo, Fine di settembre, Dormiveglia, I Miraggi e Morgana.

Nella lirica d'apertura, L'educazione intellettuale, l’autore ripercorre la sua esperienza poetica e cultuale, partendo dall’opera di Paul Valery Il cimitero marino, per arrivare ai filosofi razionalisti e agli irrazionalisti rappresentati da Nietzsche.

    L’EDUCAZIONE INTELLETTUALE

    Il grande tetto
    où picoraient des focs
    è un’immagine idillica del mare.
    Oggi la linea dell’orizzonte è scura
    e la proda ribolle come una pentola.
    Quando di qui passarono le grandi locomotive
    Bellerofonte, Orione i loro nomi,
    tutte le forme erano liquescenti
    per sovrappiù di giovinezza e il vento
    più violento era ancora una carezza.

    Un ragazzo col ciuffo si chiedeva
    se l’uomo fosse un caso o un’intenzione,
    se un lapsus o un trionfo..., ma di chi?
    Se il caso si presenta in un possibile
    non è intenzione se non in un cervello.
    E quale testa universale può
    fare a meno di noi? C’era un dilemma
    da decidere (non per gli innocenti).

    Dicevano i Garanti che il vecchio logos
    fosse tutt’uno coi muscoli dei fuochisti,
    con le grandi zaffate del carbone,
    con l’urlo dei motori, col tic tac
    quasi dattilografico dell’Oltranza.
    E il ragazzo col ciuffo non sapeva
    se buttarsi nel mare a grandi bracciate
    come se fose vero che non ci si bagna
    due volte nella stessa acqua.

    Il ragazzo col ciuffo non era poi
    un infante se accanto a lui sorgevano
    le Chimere, le larve di un premondo,
    le voci dei veggenti e degli insani,
    i volti dei sapienti, quelli ch’ebbero un nome
    e che l’hanno perduto, i Santi e il
    princeps
    dei folli, quello che ha baciato il muso
    di un cavallo da stanga e fu da allora l’ospite
    di un luminoso buio.

    E passò molto tempo.
    Tutto era poi mutato. Il mare stesso
    s’era fatto peggiore. No vedo ora
    crudeli assalti al molo, non s’infiocca
    più di vele, non è il tetto di nulla,
    neppure di se stesso.

*

Le poesie che seguono questa composizione esplorano temi diversi, e contengono giudizi personali su vari aspetti della vita, sulla natura, su una varietà di personaggi e sulla società che li ospita. Bisogna arrivare alla poesia numero 53 per provare un’emozione paragonabile a quella provocata dalla lirica d’apertura.

    VIVERE

    Vivere? Lo facciano per noi i nostri domestici.
    Villiers De L’Isle-Adam.

    I
    E’ il tema che mi fu dato
    quando mi presentai all’esame
    per l’ammissione alla vita.
    Folla di prenativi i candidati,
    molti per loro fortuna i rimandati.
    Scrissi su un foglio d’aria senza penna
    e pennino, il pensiero non c’era ancora.
    Mi fossi ricordato che Epittèto in catene
    era la libertà assoluta l’avrei detto,
    se avessi immaginato che la rinunzia
    era il fatto più nobile dell’uomo
    l’avrei scritto ma il foglio restò bianco.
    Il ricordo obiettai, non anticipa, segue.

    Si udì dopo un silenzio un parlottio tra i giudici.
    Poi uno di essi mi consegnò l’
    accessit
    e disse non ti invidio.

    II
    Una risposta
    da terza elementare. Me ne vergogno.
    Vivere non era per Villiers la vita
    né l’oltrevita ma la sfera occulta
    di un genio che non chiede la fanfara.
    Non era in lui disprezzo per il sottobosco.
    Lo ignorava, ignorava quasi tutto
    e anche se stesso. Respirava l’aria
    dell’Eccelso come io quella pestifera
    di qui.

Sensazioni, emozioni profonde e personali e una ricchezza di motivi esistenziali universali ma di una originalità straordinaria.

Il poeta incomincia a raccontare la propria vita dal momento della nascita in un mondo prenatale iperuranio come quello descritto da Platone. Poi parla della filosofia di Epittèto, che affermava il principio che anche uno schiavo potesse essere libero interiormente; parla da vecchio saggio quando confessa di non aver saputo che il rifiuto della vita fosse un fatto di nobiltà; la memoria segue la vita, non l'anticipa. I giudici lo promuovono ugualmente e uno di essi gli consegna l’accessit. E’ lo stesso Villiers che interviene per affermare di non sapere, di ignorare anche se stesso. Ecco il giudizio finale del poeta sul grande uomo: «Respirava l’aria/dell’Eccelso, come io quella pestifera/di qui». La sola vita che vale la pena vivere è quella dell’Eccelso, l’altra vita, quella giornaliera e insignificante degli uomini non è degna di essere vissuta. Emerge il disprezzo per un’esistenza banale e poco nobile.

La modulazione dei contenuti e delle immagini determina la particolarità di questi versi. Versi che risuonano come una prosa, in bilico tra il surrealista e il tragico, tra l’ironico e il sarcastico.

*

Sul lago d'orta è la poesia nr. 56. In questi versi, che dipingono una villa abbandonata, si respira una strana angoscia; su un terreno sabbioso, dove tutto è silenzio, vi sono Salici che piangono davvero. «Se il bandolo del puzzle più tormentoso/fosse più che un’ubbia/sarebbe strano trovarlo dove neppure un’anguilla tenta di sopravvivere» ; la consueta battuta chiude la composizione: «molti anni fa c’era qui/una famiglia inglese. Purtroppo manca il custode/ma forse quegli angeli (angli) non erano così pazzi/da essere custoditi». La vita è sorta in un luogo dove non poteva nascere, dove nemmeno un’anguilla, tenta di sopravvivere e dove i Salici piangono davvero. Non c’è bisogno di sbrogliare alcun bandolo, tutto rimarrà oscuro ed incomprensibile.

L'aria della decadenza aleggia nell'intermezzo che “ristagna” indeciso tra la vita e la morte e dai salici che piangono. Il clima surreale confonde il lettore, preso tra ironia e sarcasmo, tra incredulità e paradosso. Il senso di rassegnazione che il poeta prova in questi anni si riflette nei versi soffusi dal senso di solitudine e di desolazione. Forse è la rassegnazione di Montale, nella fase calante dell’esistenza a dominare Quaderno di quattro anni. Una poesia aperta, senza inizio e senza conclusione, incerta, fluente, senza tempo, “post moderna”.

Segue In negativo, al numero 63 della raccolta.

    È strano.
    Sono stati sparati colpi a raffica
    su di noi e il ventaglio non mi ha colpito.
    Tuttavia avrò presto il benservito
    forse in carta da bollo da presentare
    chissà a quale burocrate; ed è probabile
    che non occorra altro. Il peggio è già passato.
    Ora sono superflui i documenti, ora
    è superfluo anche il meglio. Non c’è stato
    nulla, assolutamente nulla dietro di noi,
    e nulla abbiamo disperatamente amato più di quel nulla.

C’è qui tutto il pessimismo del poeta ligure, un pessimismo che ricorda quello cosmico leopardiano, quando il recanatese parlava del «solido nulla».

È il trionfo del nichilismo: tutti gli uomini sanno che la vita è nulla e che non ci sarà altro che il nulla. Montale registra, però, che tutti gli uomini, compreso lui, amano, quel nulla, anche se disperatamente, perché l'amore per la vita è il bene supremo e il piacere unico che resta fino alla fine di ogni uomo. Quest'amore per la vita è disperato perché è pieno di dolore e di sofferenze, ma è l'unico amore che proviamo per quel “nulla disperatamente amato”. Alla fin fine la vita è tanto amata quanto odiata; perché è innegabile che amiamo una cosa che sappiamo essere nulla, che diventerà nulla, qualcosa che non esiste ma che per un breve attimo amiamo e abbiamo amato. La vita, non è altro, dunque, che un conquistarsi il biglietto da presentare a un burocrate qualunque per ricevere un salvacondotto per una altra vita di cui non si conosce nulla.

In negativo riflette ormai la poetica dell'ultima produzione montaliana: nella forma si tratta di una sintesi tra epigramma e riflessione metafisica. Il tono emotivo esprime un sentimento tra l'ironico, il sarcastico, la tragedia e la farsa. Il linguaggio poetico «apparentemente tende alla prosa e nello stesso tempo la rifiuta». Insomma, un miscuglio di reale e di surreale, di tono sarcastico e di riflessione esistenziale che nel complesso restituisce un risultato straordinario.

    AI TUOI PIEDI

    Mi sono inginocchiato ai tuoi piedi
    o forse è un’illusione perché non si vede
    nulla di te
    ed ho chiesto perdono per i miei peccati
    attendendo il verdetto con scarsa fiducia
    e debole speranza non sapendo
    che senso hanno quassù il prima e il poi
    il presente il passato l’avvenire
    e il fatto che io sia venuto al mondo
    senza essere consultato.
    Poi penserò alla vita di quaggiù
    non
    sub specie aeternitatis,
    non risalendo all’infanzia
    e agli ingloriosi fatti che l’hanno illustrata
    per poi accedere a un dopo
    di cui sarò all’anteporta.
    Attendendo il verdetto
    che sarà lungo o breve grato o ingrato
    ma sempre temporale e qui comincia
    l'imbroglio perché nulla di buono è mai pensabile
    nel tempo,
    ricorderò gli oggetti che ho lasciati
    al loro posto, un posto tanto studiato,
    agli uccelli impagliati, a qualche ritaglio
    di giornale, alle tre o quattro medaglie
    di cui sarò derubato e forse anche
    alle fotografie di qualche mia musa
    che mai seppe di esserlo,
    rifarò il censimento di quel nulla
    che fu vivente perché fu tangibile
    e mi dirò se non fossero
    queste solo e non altro la mia consistenza
    e non questo corpo ormai incorporeo
    che sta in attesa e quasi si addormenta.

Questa riflessione mistica imperniata su un equilibrio di sfumature ironiche e sarcastiche, su attese metafisiche e ritorni sulla terra, esprime un tono emotivo multiforme: dalla delusione all’illusione, dalla scarsa fiducia in un Dio-giudice all’attesa di un verdetto irrilevante – dato che sarà soggetto alle leggi del tempo e queste sono sempre relative – il poeta si chiede quale sia il senso dell’Aldilà, quale senso possegga una vita spesa, quando non si sia consultati prima di venire al mondo. Nell’attesa di questo verdetto, il poeta riflette sull’esistenza terrena – poche cose – e si domanda se tutta la sua esistenza non sia consistita proprio in queste sole sue poche cose, o se la sua essenza non sia rappresentata altro che da un corpo, diventato incorporeo, che in attesa dell'ultimo verdetto, tende ad appisolarsi, come succede ai vecchi, stanchi dell'attesa e deboli di mente. Il finale, che rispecchia uno schema che riconosciamo familiare, tra ironia e sarcasmo, esprime tutta la delusione provocata da una dimensione spirituale che elargisce verdetti più o meno favorevoli, l’insoddisfazione di una condizione umana rappresentata essenzialmente, e precariamente, da un corpo che diventa evanescente, debole e sonnacchioso.

*

Una breve ed epigrammatica poesia, dedicata alla moglie, Nel disumano, occupa la posizione nr. 72 della raccolta. In essa si scorge tutta l’incredulità di fronte alla morte di un’umanità limitata froprio nelle facoltà razionali. Ecco i versi finali: «Forse partendo in fretta hai creduto/che chi si muove in fretta trova il posto migliore./Ma quale posto e dove? Si continua/a pensare con teste umane quando si entra/nel disumano». Il logos razionale degli uomini non si presta a comprendere ciò che la morte significa. Dunque è inutile spremersi le meningi a immaginare ciò che verrà dopo. E qui per disumano potrebbe intendersi: un posto infernale, l’ade, il giardino divino dei greci, il profondo nulla o il Paradiso Cristiano o semplicemente la negazione della vita, la non-vita.

Alcune pagine avanti, col numero 76, compare Quel che resta (se resta), nella quale Montale riafferma le sue convinzioni etico-antropologiche (già illustrate nel famoso articolo Soliloquio): «la vecchia serva analfabeta e barbuta…della vita non sapendone nulla ne sapeva più di noi,/nella vita quello che si acquista/da una parte si perde dall’altra».

Col numero 80, ne Le prove generali, Montale combina salvezza eterna e sprofondamento nel nulla: «Le prove generali sono la parodia/dell’intero spettacolo se mai dovremo/ vederne alcuno prima di sparire/nel più profondo nulla».

Di fronte a questi versi, al lettore rimane il dubbio se Montale favorisca l’ipotesi della salvezza eterna per mano di Dio o se prediliga l’ipotesi del profondo nulla. La verità sfugge anche al poeta, che si limita ad elencare alcune possibili soluzioni – la via spirituale, la via religiosa, la via atea, la via agnostica, la via scettica, la via meccanicistica – senza preferirne alcuna.

Segue Fine di Settembre, in cui il poeta si scaglia contro i vacanzieri con la loro vita insignificante, che disprezza, in nome di un passato che non c’è più. Montale se la prende con il passare inesorabile del tempo che scorre «con un’orrenda indifferenza a volte/un po’ beffarda come ora il canto/del rigogolo il solo dei piumati/che sa farsi ascoltare in giorni come questi».

In Al mare (o quasi) Montale se la prende con il malessere del tempo, l’inquinamento e addita il male nella precarietà dei valori della società italiana e conclude: «Hic manebimus se vi piace non proprio/ottimamente ma il meglio sarebbe troppo simile/alla morte (e questa piace solo ai giovani)». La morte piace ai giovani, che non la temono, in quanto la vedono lontana, mentre i vecchi la sentono prossima.

In Dormiveglia, la poesia nr. 102, Montale, ancora una volta, esprime tutto lo scetticismo sulla vita, sulla realtà e la sua insofferenza per questa società costituita da gente di qualunque tipo. Leopardi nella Ginestra si domandava: «Non so se il riso o la pietà prevale». Montale gli risponde che «Stavolta la pietà vince sul riso».

    DORMIVEGLIA.

    Il sonno tarda a venire
    poi mi raggiungerà senza preavviso.
    Fuori deve accadere qualche cosa
    per dimostrarmi che il mondo esiste e che
    i sedicenti vivi non sono ancora tutti morti.
    Gli acculturati i poeti i pazzi
    le macchine gli affari le opinioni
    quale nauseabonda olla podrida!
    E io lì dentro incrostato fino ai capelli!
    Stavolta la pietà vince sul riso.

Ancora una volta Montale esprime la sua incapacità di capire la vita, nella penultima poesia, I Miraggi, poesia nr. 110 della raccolta. Ecco i versi finali:

    Ma ora
    se mi rileggo penso che solo l’inidentità
    regge il mondo, lo crea e lo distrugge
    per poi rifarlo sempre più spettrale
    e in conoscibile. Resta lo spiraglio
    del quasi fotografico pittore ad ammonirci
    che se qualcosa fu non c’è distanza
    tra il millennio e l’istante, tra chi apparve
    e non apparve, tra chi visse e chi
    non giunse al fuoco del suo cannocchiale. È poco
    e forse è tutto.

Segue Morgana, nella quale Montale confonde sacro e profano, fede e ragione, fantasia e realtà, racconto e storia, presente e passato. Ecco i versi che concludono la composizione:

    Hanno detto hanno scritto che ci mancò la fede.
    Forse ne abbiamo avuto un surrogato.
    La fede è un’altra. Così fu detto ma
    non è detto che il detto sia sicuro.
    Forse sarebbe bastata quella della Catastrofe, ma
    non per te che uscivi per ritornarvi
    dal grembo degli Dèi.

Montale non è poeta d’amore, né d’amicizia, né cerca di donare certezze ai lettori, ma esprime piuttosto il suo disorientamento, i suoi enigmi: tutto è dubbio, aleatorio, evanescente, irreale, inquietante, così come la vita è vissuta senza punti di riferimento. È questo caratteristico relativismo a collocare il poeta ligure tra gli antesignani della postmodernità letteraria.

Per esprimere la tua opinione e partecipare al dibattito aperto innescato da questo brano:



NOTE
Questo articolo è stato redatto dalla Redazione sulla base degli appunti forniti dall'autore

. Le immagini (dall'alto):
Eugenio Montale
Villiers De L’Isle-Adam
Eugenio Montale
Eugenio Montale tra le amiche



BIBLIOGRAFIA

Milano, 2008-01-18 18:28:44

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