In questo 'Raccontami la notte in cui sono nato', romanzo di formazione, romanzo autobiografico, lungo monologo-confessione, Paolo di Paolo rappresenta la generazione di chi non ha ancora trent’anni e vive, straniato e dubitoso, una perenne insoddisfatta adolescenza.
a un retrogusto vagamente gaddiano, Raccontami la notte in cui sono nato. Lucien, io-narrante, apre la prima pagina presentando sé stesso nell’istante in cui il castello di carte, barocco e cedevole, in cui aveva creduto di poter trovare riparo da una “vita pratica” per cui non si sente né adatto, né adattabile, rovina irrimediabilmente, mostrandogli, una volta di più, che «Qui l’unico problema sono io».
Lucien (e adesso Di Paolo usa le spezie di un illusionismo di ordine onirico), è allettato da un’idea: quella di cambiare vita e identità. Gliela suggerisce un annuncio trovato per caso su e-bay: un giovane surfista australiano vende la sua vita, non negando sé stesso all’esistenza, ma semplicemente passando di mano la sua realtà come un padrone di casa passa di mano la scatola dei ricordi al facchino durante il trasloco. Lucien fruga nel portale delle offerte per trovare il volume della sua infanzia, le favole di Richard Scarry; Lucien nel bel mezzo dei vent’anni alla ricerca di tessere perdute di una prima stagione della vita; Lucien anestetizzato dietro alla cortina opaca di carta velina che lui stesso oppone come scudo ad un mondo fatto di materialità, di consistenza, che percepisce incomprensibile ed esclusivo della sua ‘diversità’; Lucien in cerca di un espediente per slegarsi “in fretta da [una] vita da adolescente invecchiato, in preda agli sbalzi d’umore”: Lucien trova una via d’uscita. Il gioco che ogni generazione di bambini ha fatto e che farà, manifestazione di libera fantasia nell’infanzia, di disagio e frustrazione nella maturità: «Facciamo che io ero».
Come in uno scambio di parti dunque, sarà proprio quel venditore di favole infantili che Lucien cercava, ad essere scelto come custode della sua vita precedente. Lucien gli passa il testimone di un’esistenza faticosa come una salita per chi è «rimasto sempre indietro nelle passeggiate in montagna», per chi ha «giocato sempre in difesa, e sempre molto laterale, le poche volte che, controvoglia [ha] giocato».
E’ un romanzo di formazione questo testo che ci brucia le dita sfogliandolo, nel solco, che lascia la carta, di una ferita sottile. E’ un romanzo autobiografico, un romanzo d’amore, un romanzo di perdita, in cui si riflette una generazione. Quella di chi adesso non ha ancora trent’anni, spinta dalla contingenza storica ad una perenne adolescenza, sospensione dell’esistenza e di una razionalità, di cui, quando si prende coscienza al di là del limite dell’inconsapevole pubertà, ci si spaventa.
E’ spaventoso andare nel mondo e costruirsi la propria vita, camminare sulle proprie gambe, non sulle rassicuranti spalle paterne, cercarsi da soli un rifugio, non nel porto sicuro delle braccia di una madre. E’ spaventosa l’età che ci strappa dall’infanzia in cui per gioco tutto può succedere perché tanto poi, tutto torna com’era. Nella vita no. Nella vita Lucien perde il treno dell’amore, del ‘primo amore’. Perde gli anni della ‘prima volta’. Quegli anni svagati e spensierati dell’adolescenza che Max Pezzali canta nel brano omonimo. Perde le partite a calcetto, le vacanze con gli amici, perde il contatto con la realtà degli altri e resta volontariamente escluso. E cercarlo, e trovarlo di nuovo questo contatto, forse dopo, non è più possibile.
E’ la maternità di quel primo amore perduto, còlto e vissuto dal ‘custode’ della vita precedente, da colui al quale Lucien ha passato il suo ‘passato’, che spazza via davanti ai suoi occhi il castello di carta e inchiostro su cui il protagonista ha scritto la propria vita senza viverla veramente. E di nuovo è una suggestione musicale che risuona nella mente: una bella canzone del primo Vecchioni, Le lettere d’amore. Che, se questo romanzo fosse sceneggiato, potrebbe fare da motivo di fondo: «[…] e capì tardi che dentro quel negozio di tabaccheria / c’era più vita di quanta ce ne fosse / in tutta la sua poesia / e che invece di continuare a tormentarsi con un mondo assurdo / basterebbe toccare il corpo di una donna / rispondere a uno sguardo [….]».
Così anche la vita di quella ragazza che diventa madre senza volerlo, e che senza volerlo abbandonerà suo figlio, avrebbe potuto essere diversa. Si intuisce dalle pagine che raccontano di lei, se solo Lucien fosse stato capace di vivere senza nascondersi dietro una passione, un personaggio portato addosso come un’armatura da crociato, e come un crociato fedele solo alla difesa di un sacro oggetto (l’IO per Lucien) invisibile e sconosciuto.
Il narratore in questo lungo monologo, in questa confessione che quasi cerca un auditore amichevole, sfogo dolente sulla schermata di un blog antico, quale solo un libro può essere, non ci permette di interrompere la lettura, e lasciare che l’eco della voce di Lucien cada inascoltato. Non si può non ascoltare chi raccontando sé stesso ha da darci tanto. E questa è una dote che solo i veri poeti hanno. E questo è un dono che soltanto certa letteratura, quella che dalla finzione si rovescia come pioggia d’Aprile e disseta leggera rendendo fertile anche la nostra vita, sa dare.
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NOTE
Le immagini in questa pagina sono tratte dall'opera del fotografo cubano Anthony Goicolea
BIBLIOGRAFIA
Paolo di Paolo, Raccontami la notte in cui sono nato, Giulio Perrone Editore, Roma, 2008.
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