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OPERE A-Z
Bruno Tinti

Toghe rotte (2007)

La giustizia raccontata da chi la fa
(Pasquale Vitagliano)

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Toghe rotte. La giustizia raccontata da chi la fa è un opera al negativo, un Libro Nero in cui Bruno Tinti, procuratore aggiunto di Torino, accenna anche a qualche proposta di soluzione per l’Emergenza Giustizia in Italia

    «La giustizia è come una tela di ragno: trattiene gli insetti piccoli, mentre i grandi trafiggono la tela e restano liberi.» [Solone]

*

e la finestra è rotta, riparala. In questo modo difendiamo l’intero palazzo», potremmo sintetizzare così, con uno slogan, la teoria “tolleranza zero” fatta propria dall’allora Sindaco di New York, Rudolph Giuliani.

Abbattere il livello della criminalità metropolitana attraverso politiche di rigore contro le piccole irregolarità quotidiane, quelle micro-infrazioni, come salire in tram senza pagare il biglietto, che tuttavia erodono alle radici il sistema della legge.

Letto al positivo, Toghe rotte. La giustizia raccontata da chi la fa di Bruno Tinti, procuratore aggiunto di Torino, adotta e propone questa soluzione anche per l’Emergenza Giustizia in Italia. Uno dei capitoli di questo godibilissimo pamphlet è intitolato proprio, Teoria della finestra rotta. Anche se a rompersi all’improvviso non è un vetro ma l’apparato di fonoregistrazione, con il rischio di far saltare l’udienza. Il giudice invece si procura un giravite e decide di riparare da solo la sua “finestra rotta”. «Signori, tutti in piedi! L’udienza riprende». Solo così l’edificio della giustizia può essere difeso.

Di edificante e aperto alla speranza c’è solo questo capitolo. Per il resto, al contrario, si tratta di un opera al negativo, di un vero e proprio Libro Nero. «La magistratura è il potere dei senza potere», questa citazione di Vaclav Havel è l’altro asse di riferimento dentro il quale si dipanano queste cronache in un “interno” di giustizia. Ed il libro termina con un’invocazione rivoluzionaria, non meno drammatica perché presa da un fumetto. «No, Corto Maltese, non per niente; la rivoluzione può cominciare anche su un minareto». E perché no? Un minareto può essere un’aula di udienza.

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«Ci sarà un giudice a Berlino!» Tinti e i suoi “anonimi” autori ci offrono le cronache di un fallimento storico e di una caduta umana, senza paure apocalittiche rispetto al consorzio umano, anzi con quell’effetto di distanza che solo uno humor in tono, nero appunto, e perfettamente dosato può assicurare.

«Non c’è un filo di retorica nelle pagine benedettamene sintetiche di Toghe Rotte», scrive Travaglio nella sua prefazione. «C’è la vita quotidiana dei magistrati che, insieme a poliziotti, carabinieri, finanzieri, cancellieri e impiegati, tentano ogni giorno di amministrare la Giustizia a dispetto dei Santi». Sottoscriviamo anche noi. Eppure, certo nella prefazione un po’ di retorica c’è. A dispetto dei capitoli interni, dove si racconta che un giudice può avere anche le mestruazioni e questo impedimento, con rispetto parlando, qualche disagio finisce per provocarlo. E se si è sottoposti ai capricci della natura o non si ama il fai-da-te, far fronte al mostro della giustizia italiana diventa impresa mitologica. Il giudizio è senza appello: catastrofe.

E come non chiamarlo così lo stato di salute di un sistema dove se “ammazzi tua moglie” te la puoi cavare con cinque anni?; e se rubi miliardi te la cavi prima o poi con la prescrizione? Dove anche la legge e i suoi cavilli finiscono per favorire i Don Rodrigo e perseguitano i Renzo e Lucia, tanto che l’80% della popolazione carceraria è fatta da tossicodipendenti e immigrati? Cosa resta di fronte a tutto questo? La rivoluzione di Corto Maltese. Magari cominciando dall’interno. In questo atto di accusa verso la propria corporazione c’è l’atto di maggiore coraggio di tutto il libro. Non è facile per un magistrato scrivere oggi parole come queste: «I giudici e i loro organi costituzionali non sono immuni dal degrado del paese in cui vivono. E alla fine, all’interno della Magistratura è accaduto qualcosa di molto simile a ciò che è accaduto all’esterno, nei palazzi della politica. Sono nate le correnti e si sono col tempo trasformate in strumenti di gestione del potere corporativo. La giustizia, insomma, un po’ è stata schiacciata dalla politica e un po’ si è schiacciata da sola».

Il libro accenna anche a qualche proposta di soluzione: Il capitolo più difficile. Sospensione della prescrizione, riduzione dei gradi del giudizio, riorganizzazione dell’organo di autogoverno e superamento delle correnti. Soluzioni prevalentemente processuali o relative all’organizzazione interna ed alla vita professionale della magistratura. E la macchina giustizia? Si può pensare di far girare un computer concentrandosi solo sullo sviluppo del software e lasciando in dietro l’hardaware? Forse, al giudice elettricista fai-da-te sarebbe stato più facile sapere che se si rompe l’impianto di fonoregistrazione non bisogna rivolgersi al consegnatario, che non c’entra niente, ma al responsabile amministrativo.

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Si può scrivere di giustizia trascurando l’articolazione amministrativo-manageriale? Questa è infatti la linea lungo la quale, spogliata di ogni sacra ritualità della giurisidizione, la giustizia precipita in una sequenza di procedure, attività e comportamenti amministrativi che la pongono, in tutta la sua nudità burocratica, sullo stesso piano di un qualsiasi altro servizio al cittadino, dalla ricezione degli atti nell’ultima cancelleria di periferia per arrivare fin dentro il sancta santorum del ministero, dentro cui si gioca la partita dei grandi progetti, dei miliardi e delle lobby.

Le soluzioni prospettate finora sono state prevalentemente processuali e normative, monopolizzate da una cultura giuridica, poco attenta alle implicazioni pratiche, all’analisi empirica ed agli aspetti organizzativi. Anche quelle accennate da Tinti, anche se importanti, non sembrano sufficienti proprio perché ancora condizionate da questa egemonia culturale. Sarebbe interessante infatti leggere questo libro in coppia con un breve saggio specialistico, Amministrare la giustizia. Governance, organizzazione, sistemi informativi (Marco Fabri, Clueb, Bologna, 2006) per far cadere qualche luogo comune sulla giustizia italiana. Uno sguardo sulla distribuzione territoriale degli uffici (l’85% dei procedimenti sono concentrati i soli 5 Tribunali), sulla questione della dirigenza degli uffici, sui modelli europei di giustizia, con particolare riferimento alla durata dei procedimenti ed alle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione, offrono spunti per una visione più ampia dell’Emergenza Giustizia in Italia.

Le Toghe Rotte non sono solo quelle di Tinti. Il libro infatti è stato curato dall’autore, che lo ha anche firmato, ma è stato scritto a più voci, le quali però hanno mantenuto l’anonimato, nella formula riuscita, perché facilmente godibile del diario di bordo. Si segnalano infine per un’altra particolarità, la biografia informale del giudice, che «ama andare in bicicletta, sciare, arrampicare, giocare a tennis, viaggiare in camper; insomma gli piace godersi la vita», benché gli è riuscito poco, in quanto ha sempre lavorato sodo, e sempre nel campo penale. Il taglio cinico, distaccato e ironico ci rimanda un’immagine di magistrato senza ermellino, di “piccolo eroe borghese”, che solo una città con la storia laica di Torino poteva sfornare.

*

Resta alla fine del libro, però, un retrogusto amaro di difficile spiegazione. Come è possibile che la denuncia di una tale catastrofe – che ha pure ricevuto tutta la risonanza che meritava – resti appesa sulla nostra coscienza in vano, in attesa che qualcosa accada? E non accade nulla. Affiora una sproporzione tra questo brutale fallimento, tanto da giustificare un’invocazione rivoluzionaria, e l’inerzia che invece segue sempre a queste denunce, in un blob mediatico senza fine. Ed è forse troppo semplice e rassicurante sezionare un mondo in cui i cattivi si chiamano De Manigoldis e i buoni De Onestis. Anche su questo tema, in conclusione, si sente la mancanza di un lume, di un punto di riferimento certo e fuori del campo stesso dell’osservazione. Certo facciamo nostra la frase di Havel, ma non saremmo onesti se non ammettessimo che finita la lettura ci è venuto di parafrasare Sartre: le toghe rotte nel loro modo di avere ragione, forse hanno un po’ torto.

Per esprimere la tua opinione e partecipare al dibattito aperto innescato da questo brano:



NOTE
Le immagini (dall'alto):
C'è chi in galera ci finisce davvero (Cosimo Di Lauro, boss di Scampia)...
...chi non ci finirà mai... (Calciopoli)...
...né lui né chi ha approfittato di lui... (Bancopoli)
...e chi si suicida davanti al Palazzo di Giustizia di Torino: un uomo, titolare di due autosoccorsi ACI nei quali teneva in custodia giudiziaria circa 5.000 auto per la Prefettura, il Tribunale e la Procura. Si è ucciso per protestare contro il ritardo dei pagamenti che lo Stato gli doveva.



BIBLIOGRAFIA
Toghe rotte – La giustizia raccontata da chi la fa, A cura di Bruno Tinti, Prefazione di Marco Travaglio, Chiarelettere, Milano, € 12,00.

Milano, 2008-01-04 17:01:56

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Ugo


«Così, di silenzio in omissione, la menzogna ha assunto una sua dignità, è diventata ufficialmente un’arma di lotta politica: non solo tollerata, ma addirittura riconosciuta come indice di furbizia, di abilità, di savoir faire. [...] Il segreto, dunque, non è mentire un po’. Il segreto è mentire sempre, spudoratamente, ventiquattr’ore su ventiquattro. Le bugie, in questa italia, sono come i debiti: chi ne fa pochi è rovinato, chi ne fa tanti è salvo.»

(Marco Travaglio, La Scomparsa dei fatti).

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