In Nausicaa, poema drammatico in tre atti, il viaggio in Sicilia dello scrittore, poeta e drammaturgo Giuseppe Conte sulle orme di Johann Wolfgang Goethe si trasforma in tre giorni di composizione febbrile sul mito della principessa Nausicaa, sfortunata amante di Ulisse.
el mio primo anno universitario a Lettere, al primo esame di quella che diverrà poi la mia materia preferita, mi imbattei in un libriccino, un piccolo testo teatrale che riportava su di sé un nome antico quanto il mito, mai rappresentato: Nausicaa, principessa innamorata e mai ricambiata.
L’idea del dramma si fa luce nella mente del poeta Giuseppe Conte a seguito di un viaggio/sogno fisico/onirico sulle orme e attraverso il ricordo del poeta Johann Wolfgang Goethe nella Sicilia orientale, nel teatro greco di Taormina; lì, in quel luogo pieno di storia e poesia e arte e teatro Goethe avrebbe voluto narrare la storia della bella Nausicaa, ma poi non ne fece più nulla.
In quel luogo, duecento anni dopo, Conte raccoglie l’idea e l’anima dello scrittore tedesco, e in tre giorni febbrili e intensi come tre atti scriverà la sua Nausicaa.
L’opera narra dell’approdo di Ulisse nell’isola dei Feaci visto dalla prospettiva della giovane figlia di Alcinoo, e accompagnato dalle voci eterne e sempre presenti delle onde e delle stelle, testimoni della terra, del cielo e del tempo che fu.
Nausicaa, poema drammatico in tre atti, è introdotto e cadenzato dall’io narrante del poeta che per l’occasione si tramuta, appunto, in Goethe che, seduto su una sedia da regista, apre il poema e ne chiude ogni atto, dando vita ad un sogno.
Un sogno, per l’appunto, poiché della narrazione mitologica originale Conte/Goethe prende solo lo spunto: solo l’approdo di Odisseo può considerarsi parte del mito. Dopo il primo atto Conte diverge: da qui si dipana la vicenda drammatica e tragica della bella Nausicaa, follemente innamorata del prode ingannatore.
Un sogno. Poetico e tragico.
All’arrivo del naufrago sulla spiaggia, Nausicaa e le sue ancelle stanno giocando a palla, una palla di stracci, in un momento di riposo dal compito che Atena ha dato in sogno alla principessa: andare a lavare le tuniche e i mantelli in riva al mare per poi stenderli ad asciugare sui ciottoli; in un momento del gioco, la palla si perde in mare e nel mentre appare Odisseo, appena risvegliato dal naufragio. Segno degli dei: la dea Atena mette in collisione il suo protetto con una delle sue ancelle più devote: Nausicaa entra così in un tragico destino, dal quale sarà impossibile uscire.
Nel secondo atto la giovane scoprirà l’impeto amoroso non per mano di Afrodite, ma per quella di Atena, solo per essere ingannata dal re di Itaca: egli si introdurrà con l’inganno, aiutato dalla notte e dalle ancelle, nella stanza della principessa, e arriverà a coglierne il frutto, iniziandola all’amore.
Si entra, da qui in poi, in una spirale di passione folle, che porterà alla rovina: la seconda notte d’amore sarà sofferta, consumata sulla banchina del porto, già presagio della tragedia.
La fine sarà tragica, dunque: dopo due notti di passione, Odisseo partirà di nuovo, chiamato dalle onde e dalle stelle, lasciando Nausicaa con l’ultimo inganno, la promessa di portarla via con sé: ella tenterà in un ultimo abbraccio di passione e follia di raggiungere l’amato a piedi nel mare, annegando nei flutti. Odisseo se ne va’, nell’orizzonte, scomparendo con l’ultima immagine di un’ultima palla di stracci formata dagli abiti della giovane.
L’amore è qui tragedia, dunque, è rubato, vissuto intensamente, è passione, breve ed amara. E la notte, la notte è la cattiva consigliera, con la luna sua complice, complice di non aver dato ascolto alle invocazioni della giovane innamorata:
Come vorrei che la Luna
mi lasciasse dormire bene
questa notte e mi mandasse solo
bei sogni quieti, senza quei tormenti
pungenti e assurdi che nei sogni spesso
abitano come tanti spilli. Come vorrei…
E invece la Luna porterà il disfacimento della giovinezza nella figura dell’eroe greco, qui declassato a semplice imbroglione e farabutto, mai domo e innamorato solo del mare e delle stelle per viaggiare; è questo, per Conte, Odisseo, un uomo innamorato solo del viaggio, della conoscenza che questo porta: l’amore è solo una tappa, dovrà partire, partire non per tornare ad Itaca, ma solo per viaggiare:
Ripartire. Questa idea mi torna
e non mi lascia vivere. […]
Ripartirà, il viaggiatore, attraverso l’ultimo inganno, e lascerà a terra la sua “sposa di una notte” per prendere il mare verso, forse, non la sua Itaca, ma verso quel monte al di là delle colonne d’Ercole che rappresenteranno il suo ultimo viaggio.
Conte, attraverso la sua poesia, i suoi intermezzi sprezzanti nei confronti di Ulisse, attraverso le voci millenarie delle onde e delle stelle, ci porta con delicatezza e ritmo attraverso questo poema drammatico dolcemente tragico.
Per esprimere la tua opinione e partecipare al dibattito aperto innescato da questo brano:
NOTE
Le immagini (dall'alto):
Michele Desubleo (1602-1676), Ulisse e Nausicaa.
Frederick Leighton (1830-1896), Nausicaa
Giovanni Giovannetti, ritratto di Giuseppe Conte
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«Ci limiteremo dunque a ricordare che questo nostro tentativo di storia del romanzo cerca le sue ragioni di legittimità e di coerenza nel proporsi come una storia del personaggio narrativo, di quello che abbiamo convenuto di chiamare il personaggio-uomo, cioè il rappresentante di una particolare specie zoologica, non classificata né registrata dalla storia naturale, perché è reperibile solo in un folto, intricato continente, del quale non si trova cenno o figura in nessun atlante, o libro di geografia, dal momento che a formarlo concorrono unicamente le pagine dei romanzi e dei racconti.»
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