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OPERE A-Z
Gustavo Zagrebelsky

Contro l’etica della verità (2008)

Le viruperate qualità del relativismo etico
(Redazione Virtuale)

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Contro l’etica della verità, scrive Gustavo Zagrebelsky, significa a favore di un’etica del dubbio. Il rischio maggiore in cui lo spirito democratico può incorrere, di fronte a certi sconfinamenti da parte della Chiesa cattolica, sul terreno dell’autodeterminazione delle coscienze, è quello di scordare su quale concetto fondamentale si basi la democrazia moderna: la tolleranza che, nell’età dei lumi – dopo i secoli del terrore, delle stragi, delle inquisizioni, delle arbitrarie violenze, dell’oscurantismo scientifico – ha strappato dalle mani insanguinate degli uomini di Chiesa il monopolio della “verità”, ridimensionandolo, da valore assoluto di dogma a quello relativo di opinione.

    «Lo stato liberale secolarizzato vive di presupposti che esso stesso non può garantire. Questo è il grande rischio che si è assunto per amore della libertà.»
    [Ernst Wolfgang Böckenförde]

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u questa ambigua affermazione, tratta da un saggio del 1964 (1), si basa una lunga e articolata riflessione che ha visto impegnati, tra gli altri, il cardinale Joseph Ratzinger, oggi Papa Benedetto XVI, e il filosofo tedesco Jürgen Habermas.

Nessun entusiasmo anti-clericale nel recensire l’apprezzabile contributo che Gustavo Zagrebelsky (Contro l’etica della verità, Laterza 2008) ci fornisce, con le sue riflessioni (molte già apparse sul quotidiano «la Repubblica»), alla comprensione dei rapporti correnti tra il clero cattolico e lo Stato democratico. In questo momento particolare, certi argomenti etici (2) vengono agitati anche da una parte dello schieramento politico non credente (i cosidetti ateo-con) e usati come grimaldello per dividere e portare il confronto democratico lontano dal terreno delle tematiche reali che interessano il merito della gestione della cosa pubblica, e in definitiva, per dirottare il dibattito dai suoi binari istituzionali.

L’insofferenza accumulata potrebbe portare ad esprimere pregiudizi in contrasto con lo spirito democratico della tolleranza e del pluralismo. E’ un sospetto che l’equilibrata opera del costituzionalista Zagrebelsky non suggerisce, concentrata piuttosto a dirimere contraddizioni che rendono più faticosa la pratica della convivenza interreligiosa e civile.

Quando l’attenzione si concentra sulle provocatorie affermazioni di qualche prelato che, abbandonato il pulpito e inforcata la tribune della comunicazione di massa, chiama a raccolta i “suoi” (i politici cattolici, i medici cattolici, i giudici cattolici) per “fare muro” in nome della verità e ignorando le opinioni della maggioranza (che include anche milioni di cittadini cattolici) di fatto interferisce nel processo democratico, dobbiamo fare appello alle nostre più sottili capacità critiche per difendere il prezioso diritto all’autodeterminazione senza andare a scalfire quei principî che stanno alla base della nostra più importante conquista. Ma dobbiamo essere chiari.

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    «I temi di etica pubblica oggi in discussione, sui quali il mondo cattolico è particolarmente impegnato politicamente, appartengono all’area del non possumus ma anche dall’altra parte esiste un tacito ma reale non possumus, di fronte a posizioni considerate dogmatiche e prevaricatrici della libertà. E qui c’è poco da invocare il confronto, perché non ci può essere che lo scontro.»

La prima cosa da mettere a nudo è quale obiettivo una parte del clero cattolico che oggi occupa i vertici della Chiesa si prefigge quando esercita questa pressione destabilizzatrice sul sistema politico di cui, bene o male, fa parte, secondo le precise regole dettate dal Concordato.

La nostra società vivrebbe (il condizionale è d’obbligo) una crisi identitaria, una fase di post-secolarizzazione da cui sarebbe emersa la sua più importante contraddizione. Avendo ridotto tutti i valori a opinione, per amore di quell’unico valore che è la libertà, la società si troverebbe oggi a vivere in una condizione di deficit valoriale, non potendo contare su alcun valore aggregante che preceda tale libertà. (3)

Di più, la libertà stimolerebbe i cittadini a pretese di benessere sempre maggiori e solo la soddisfazione di tali pretese incrementerebbe la percezione della libertà dei cittadini, in una spirale perversa, fino alla disgregazione del sistema.

E’ chiaro che, di fronte a questo quadro catastrofico, l’elemento da ridimensionare è la libertà. La Chiesa cattolica, mentre propone di fornire il “suo” campionario di valori, si candida a occupare la posizione a monte della libertà, invertendo di fatto il livello gerarchico dei valori: da assoluto la libertà verrebbe ridimensionata a valore relativo e la Chiesa – il Papa, le gerarchie ecclesiali, i parroci – si troverebbe di nuovo, con i suoi dogmi, nella posizione di determinare quali sudditi e in che grado siano degni di fruire di tale libertà, quali regimi meritevoli di essere sostenuti.

Questa prospettiva non dispiace a una parte dello schieramento politico parlamentare, indifferente o addirittura «beffardo» nei confronti della devozione e della Fede, che intravede però l’opportunità di dirottare la società verso i modelli tradizionali in cui maggiormente si riconosce. Così come una parte del clero non disdegnerebbe di associarsi a questa imbarazzante combriccola, nella prospettiva di allargare, in cambio, la propria area d’influenza.

Di fronte a questi minacciosi scenari, lo Stato costituzionale democratico non è totalmente disarmato.

Prima di tutto, è proprio vero, scrive Zagrebelsky, che la nostra società sia priva di valori? Forse si dimenticano i valori ideali che si sono messi a fuoco nel lungo e tortuoso percorso della civiltà europea: «tolleranza nei confronti delle fedi di tutti, laicità, libertà e socialità, razionalismo, pluralismo, uguaglianza, diritti umani, costituzionalismo, democrazia. Alla base c’è la persona come tale e la sua dignità, in quanto appartenente al genere umano e indipendentemente dall’adesione a questa o quella fede, religione, stirpe, comunità politica.»

*

Di fronte a questi punti fermi, i teo-con, insieme ai loro improvvisati amici, i cosiddetti ateo-con o «atei clericali», fanno appello a una “nuova”, “sana” e “giusta” laicità che gratifica la religione dell’identità territoriale europea (il cristianesimo) con la legittimità di trattamenti speciali, e promette a tutti gli altri «la semplice tolleranza.»

Fino a che punto l’autonomia della Chiesa cattolica può legittimamente spingersi nell’indirizzare l’azione del Parlamento Italiano (composto anche di parlamentari cattolici) quando esso legifera su temi della sfera etica? Esistono argomenti su cui l’autorità della Chiesa vanti una legittima precedenza rispetto all’autonomia del Parlamento?

La questione è se la Chiesa, su qualsiasi argomento, quindi anche sui temi che interessano la morale cristiana, debba rivolgere le sue raccomandazioni alle coscienze individuali o ai poteri costituiti. La differenza è sostanziale e riguarda quattro secoli di Storia. La dottrina della potestas indirecta in temporibus del cardinale Roberto Bellarmino (1542-1621) autorizzava la Chiesa a ingerire nelle questioni dello Stato tutte le volte che venisse invocata una ragione religiosa. Quattro secoli più tardi, «il Concilio Vaticano II (1972) riconosce una società politica autonoma nella quale la Chiesa, come ogni altra autorità morale, può far sentire la sua voce nella libera e paritaria discussione».

Anche la Costituzione italiana pone dei vincoli impegnativi quando «proclama la pari dignità sociale di tutti i cittadini e l’uguaglianza di fronte alla legge senza distinzione di religione (art.3), il diritto di tutti di professare liberamente la propria fede religiosa (art. 19) e l’uguale libertà di tutte le confessioni religiose (art. 8)».

Se il Cattolicesimo-religione di Stato può apparire un’ipotesi percorribile e desiderabile per quegli uomini politici, tanto in difetto di una propria coscienza morale quanto esuberanti nella pretesa di controllare le coscienze altrui attraverso un set di regole in cui non si riconoscono, esso contraddice anche il messaggio di Gesù Cristo, quale esso appare affermato nel Vangelo, dove chiaramente e ripetutamente si stigmatizza ciò che pertiene a Cesare e ciò che è dovuto a Dio. Quindi un’idea del binomio Chiesa-Stato, quando troppo intimamente interlacciato, non tradisce solo la natura democratica della società, ma l’essenza stessa del Cristianesimo.

Quanto all’idea di identità, di cui si è inflazionato il dibattito europeo e non solo quello, per sostenere la candidatura del Cristianesimo a religione delle radici (e per tenere i cittadini immigrati fuori dalla porta), è un concetto di carattere “tribale” che riporta in causa il nazionalismo etico di tipo balcanico (o ruandese). E’ indubbio che l’odierna concezione democratica dello Stato, in particolar modo in tema di diritti umani, sia infarcita dei valori originariamente affermati nel Vangelo, ma...

*

    «Ma chi oserebbe negare che nei secoli la Chiesa abbia invece avversato piuttosto la democrazia e appoggiato ogni sorta di autocrazia, che abbia praticato più l’imposizione che il rispetto delle coscienze? Chi potrebbe dimenticare la violenza di cui è stata dispensatrice in nome della fede che custodiva? Chi può avere la memoria così breve da dimenticare che l’unica “libertà” riconosciuta è stata a lungo quella di aderire alla vera religione e che ogni rivendicazione di libertà diversamente indirizzata è stata oggetto di durissime condanne?»

Gli stessi diritti umani, non sono affatto patrimonio della Chiesa, che li ha ignorati, conformemente a una concezione oggettivista dello ius, fino al Concilio Vaticano II, ma sono stati maturati dai suoi “nemici”, atei, razionalisti, scientisti, monaci disubbidienti e farabutti di questa risma.

    «Secondo la tradizione cattolica, aristotelico-tomista, il diritto è l’ordine naturale oggettivo, al quale il singolo deve conformarsi. Per la tradizione moderna, che inizia col Rinascimento, la prospettiva si rovescia addirittura e il diritto diventa prerogativa dell’individuo che autonomamente agisce nella società.»

Non basta quindi appellarsi al contributo dei valori contenuti nel Vangelo per vantare un primato nella concezione democratica della società (e sostenere il cristianesimo come “religione civile”). Occorre ricordare l’imbarazzante curriculum “civile” accumulato dalla Chiesa durante i secoli. La «doppia natura» della Chiesa, di umanità e spiritualità, le ha permesso di passare indenne attraverso la Storia, nonostante le nefandezze. Ma affermare il primato del Cattolicesimo come “religione civile”, significa rinnegare questa dualità, non certo conservando la parte spirituale “buona”, “valoriale”. Paradossalmente, nella Società “post-secolarizzata”, questa volta sarebbe la Chiesa a secolarizzarsi.

Tutto è relativo, dunque, anche il relativismo etico, che è diventato un luogo comune, una parola d’ordine, un epiteto senza significato, ma che andrebbe riesaminato:

    «Sul piano della vita individuale, significa che le convenzioni, i valori, le fedi sono, per l’appunto, relativi a chi li professa e che nessuno può a priori imporli agli altri; sul piano della vita collettiva, relativismo significa che queste “relatività” devono poter entrare nel libero dibattito per cercare condivise soluzioni normative ai problemi del vivere comune, senza veti pregiudiziali.»

Appunto. Scrive Umberto Galimberti («Corriere della Sera», 3 marzo 2008): «Quando i cristiani e in generale tutti i detentori di una presunta verità assoluta riusciranno a convincersi che la politica e l'etica civile che ne deriva non sono la semplice applicazione delle proprie radicate fedi o convinzioni, ma mediazione tra fedi, convinzioni, opinioni, norme concrete, situazioni? Per accedere a questa, che è poi la condizione della vita democratica, non c'è altra via se non quella che Zagrebelsky chiama “etica del dubbio”, l'unica che fa onore alla verità, perché di epoca in epoca, la verità si trova sempre per via.»

Per esprimere la tua opinione e partecipare al dibattito aperto innescato da questo brano:



NOTE
(1) Ernst Wolfgang Böckenförde, La formazione dello Stato come processo di secolarizzazione, 1964, pubblicato in italiano da Morcelliana nel 2006.
(2) Citiamo qui, a puro titolo d'esempio: la fecondazione assistita, la ricerca sulle cellule staminali embrionali, la sorte degli embrioni congelati, il diritto all’adozione, la donazione degli organi, i rapporti sessuali, il divorzio, l’aborto, la ricerca scientifica e i suoi limiti, le forme della convivenza delle persone, il concepimento della vita e il controllo delle nascite, l’eutanasia e l’accanimento terapeutico ecc.
(3) Ernst Wolfgang Böckenförde, opera citata.

Le immagini (dall'alto):
Conferenza Episcopale Italiana: Orazio Bagnasco.
Il Presidente Giorgio Napolitano con Benedetto XVI.
Una seduta del Concilio Vaticano II.
Uomo di provata fede ateo-cristiana.



BIBLIOGRAFIA
Gustavo Zagrebelsky Contro l’etica della verità, Laterza, 2008

Milano, 2008-03-21 13:18:28

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«Io agisco regolarmente su due piani: "il piano umano", cioè la vita quotidiana; e il "piano disumano", cioè la finzione letteraria, le rappresentazioni della fantasia, più ≠ e qui viene la fiction ≠ quella parte ("arrangiata") di vita quotidiana che io volgo a profitto della letteratura, sfruttandone gli eventi come contenuti ai fini narrativi»

( Alberto Arbasino, L’Anonimo lombardo)

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