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OPERE A-Z
Paolo Ruffilli

Le stanze del cielo (2008)

Parole sulle labbra degli ultimi
(Mirko Servetti)

*
Le stanze del cielo sono, per Paolo Ruffilli, quelle che frazionano gli spazi già angusti del carcere e della tossicodipendenza, i cui abitatori sono segnati rispettivamente da una propria claustrofobica costrizione fisica e morale, rassegnati tutti alla perdita della libertà

    E poi chissà
    quante altre cose
    cambiate o già
    finite per sempre
    là di fuori...
    Non sei più vivo,
    eppure ti stupisci
    che non muori.
    [Paolo Ruffilli]

*

a nuova raccolta persegue e riplasma la struttura poematica che caratterizzò il libro precedente in una consonanza tematica bene evidenziata da Alfredo Giuliani in prefazione. «Quella stessa inclinazione a oggettivare i dati soggettivi… rende capace Ruffilli di calarsi nella soggettività degli altri, da poeta che è anche narratore.»

«Quello che accade con le molteplici voci di La gioia e il lutto, accade anche con la mutevole voce recitante di Le stanze del cielo e con quella esaltata e sconfitta di La sete, il desiderio, l’altra sezione del nuovo libro che conduce il lettore in due territori a dir poco inconsueti per la poesia: lo spazio concentrazionario “esterno” della prigione e quello “interno” della tossicodipendenza, in entrambi i casi dietro all’ossessione della perdita della libertà.»

Pertanto Ruffilli, viene costruendo anche un percorso di decantazione della mitologia del linguaggio. L’universo si cangia in un’immagine ante-mitica dove l’Io si de-termina in una voluntas di introiettamento nelle plaghe del Desiderio. Lo ’strappo’ dall’idillio lascia il luogo del rimpianto alla formula paratattica che si può tradurre a sua volta in formula tri-logica: “Sogna, Desidera, Realizza”. Un percorso mai del tutto immune da pericoli e agguati poiché l’approccio al Desiderio produttivo comporta l’alto rischio dello smarrimento di un’identità composta di più codici strutturati nel corso della Storia, dell’Etica e della Morale. Non a caso tutto ciò che si offre come linea di fuga ai controlli dello storicismo e dei nuclei precostituiti desta e desterà sempre ragioni di sospetto («E’ qui che, dove niente/accade, il tempo/è senza essere/mai stato,/un’attesa senza luce/e senza fine./Solo chi sta/nel cuore dell’inferno/sa cosa sia/l’eternità presente,/dannato nell’oscurità/più fonda,/un guanto rovesciato/nel suo interno.» E’ qui - pag. 31).

*

Dice ancora Giuliani: «A Ruffilli poeta interessano tutti gli aspetti della vita e in particolare quelli segnati dalla sofferenza e dal male (il male fisico e il male di vivere)… E, per misurarsi con il Male, usa i suoi mezzi di sempre: il passo felpato e breve, un partecipe distacco, la cantabilità sommessa e antilirica dal ritmo sincopato. Soprattutto non si lascia condizionare dall’apparenza dei fatti, perché la realtà è sempre diversa da quello che appare, anche dentro le celle di un carcere…». In questi atti di ‘immobile erranza’, antitetici alla sublimazione del ‘ricordo’, Ruffilli proietta la ‘memoria’ con alternanza centrifuga privilegiando il dato magico originario e stigmatizzando il carattere evocativo della lingua. Desiderio e Fuga non sono da intendersi quale repentino di/stacco dall’oggetto vissuto in termini conflittuali (eternità - presente), ma sono da porre nella elaborazione antianalogica di cui Paolo si serve ai fini della dissipazione di un’architettura del Senso (nelle componenti espressive ed esistenziali): l’affrancamento dal possibile mythos si manifesta attraverso la rinuncia - rifiuto della metalinguistica sacrale configurata finalmente alla demitizzazione ‘linguistica’ in favore di una funzione di rapporto con la Realtà.

Ruffilli, più per aderenza alla memoria che non per analogia, adotta stilemi verbali evocati con la fisiologia dell’immaginazione.

Da Le stanze del cielo

    ORDINE

    Grate e cancelli da ogni
    parte, intorno, tetri cortili
    dalle altissime mura.
    Ovunque regna
    un ordine di cose
    che qui è del tutto inusuale,
    spazzato e ripulito
    eppure in abbandono,
    insieme ligio e duro.
    L’odore di una gabbia
    contro il muro:
    muffa e colla, dentro,
    umido e sudore.
    Detenuto scelto
    L’effetto è che
    mi sento addosso
    la fiacca del malato
    e sono incerto
    e lento, le giunture
    piene di piombo,
    stento pure a fare
    da spettatore, qua,
    dentro la gabbia.
    Un detenuto scelto
    (la sua condotta buona
    è, spesso, la facciata
    da marionetta
    di chi nasconde
    la sua disperazione)
    occhi di vetro e
    mani che si allungano
    a caso da una parte
    e dall’altra
    a riordinare carte
    di una improbabile
    cercata verità,
    nell’attesa che
    le cose scritte
    diventino realtà.
    Prigione
    Il tavolo e la sedia,
    il piccolo scaffale
    con pochi libri addosso
    e la finestra sul cortile
    dove è in corso
    già la passeggiata
    d’aria regolamentare:
    pochi per volta
    in marcia collettiva
    di mezz’ora.
    …che tu respiri
    e mordi, inghiotti
    e digerisci,
    per sopravvivere
    a te stesso
    sordo e muto
    a tutto il resto,
    allo stato attuale
    delle cose,
    confuso e arreso
    chiuso qua dentro
    rifattoti animale
    Evasione
    Che sogno è questo
    di fare un buco
    tanto largo che, se vuoi,
    ci puoi passare
    calarti giù
    da venti metri
    usando corde
    sottratte chissà dove
    poco alla volta…
    Da qui vedo una casa
    là di fronte
    sulla curva del paese
    e un albero fiorito
    che spicca per colore
    sulla facciata in ombra.
    Quel pesco in fiore
    e il suo tornante rifiorire
    che non avevo
    mai considerato
    mentre ero fuori
    è il simbolo
    di quello che mi manca
    e che ho perduto.

*

    LA SETE, IL DESIDERIO

    Vita tagliata
    Non fu curiosità
    e non fu noia
    la cosa che mi spinse
    e mi ha smarrito…
    fu anzi la coscienza
    minuziosa
    di me e del mondo
    a muovere e guidare
    i passi ignoti
    del mio precipitare.
    Il mondo ed io,
    corrispondenze esatte:
    pietra senza labbro
    e labbra senza verbo,
    per quanto inseguo
    e cerco.
    Più che fuggire
    gli sono andato
    incontro,
    ma niente ho mai
    subito o abbandonato.
    Ho sempre scelto,
    e ho attaccato,
    per ultimo me stesso…
    né rinunciato affatto.
    Ho scelto e amato,
    sbagliando, sì,
    e avendola aggredita,
    ho guardato in faccia,
    tagliata, la mia vita.
    Fuga
    Ma non perché
    incompreso
    e non amato,
    debole forse
    non vittima però
    , estraneo a tutto
    e di sicuro fuggitivo,
    uno che sente
    l’ebbrezza di scappare
    verso il vuoto,
    tra le braccia
    del suo niente.
    Per vivere da solo,
    per vivere di lei
    lasciando dietro a sé
    il deserto,
    l’anima in cambio
    della sua luce
    intermittente
    in campo aperto.
    Pallido evanescente
    come uno spettro,
    il buio negli occhi
    e il suono del silenzio
    dentro la mente.
    Notte
    O notte mia diversa
    da tutte le altre
    notti al mondo,
    notte eternamente
    luminosa
    nella sua chiusa
    fulminante assenza,
    canto e armonia
    che alita dentro
    il tuo silenzio,
    respiro che si tende
    e gonfia all’infinito:
    l’essere intero
    non più diminuito,
    l’abisso inabissato
    riempito dal suo crollo
    . Senza di lei
    la sete, il desiderio:
    un vuoto più profondo
    di tutto il pieno
    vomitato giù
    fuori dal mondo.
    Scavato con l’ago e
    penetrato in carne,
    dentro la vena
    a risucchiarne il sangue
    e poi di nuovo
    che scivoli leggero
    e che accarezzi i nervi
    navigando sopra
    col suo vapore lento
    verso il cervello:
    odore di un odore
    eterno,
    in piena fioritura
    su cui di colpo
    precipita l’inverno.

*

Non oggetto “letterario”, dunque, e non acquiescenza ideologico-canonica basata su manierismi laici o trascendenti, ma lotta fra opposizioni inconciliabili (il mito ’storicistico e il mito ‘Io’) in reciproco annullamento, e che non hanno conseguentemente possibilità di sintesi. Si delinea la morte del Tempo e del Ricordo senza timor panico di horror vacui, trascinando con sé il soggetto oltre le stantìe epigrafi sulla ‘Morte di Dio e del Padre’, oltre l’esaltazione del Rimpianto nel senso che Barthes attribuisce a Bataille, poiché il “referente” dell’Oblio, come punto assiomatico di un passato-terra di nessuno, si impone come pieno ontologico altrettanto esiziale ad un Io dissacrato ed esautorato della sua funzione di soggetto sovrano e perduto nelle sue teleologiche sovrabbondanze rappresentative. Non vi è visione più realistica, in Ruffilli, di questo suo costruire il Reale d’alterità, di questo suo immaginare, come suggerirebbe Wittgenstein, “forme di vita azzerando la storia”.

Per esprimere la tua opinione e partecipare al dibattito aperto innescato da questo brano:



NOTE
Foto realizzata nel corso del progetto Rewind 2005, laboratorio fotografico promossa dall'Associazione Art rock Cafè all'interno del Carcere Due Palazzi di Padova.
Immagine di Isabella Balena tratta dall'archivio fotografico della Fondazione Exodus
Carcere Due Palazzi a Padova
Maurits Cornelis Escher (1898-1972), Relatività.



BIBLIOGRAFIA
Paolo Ruffilli, Le stanze del cielo (Marsilio Editori - Venezia, 2008).

Milano, 2008-03-31 12:16:56

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PROGETTO U.G.O.
Ugo


«Ci limiteremo dunque a ricordare che questo nostro tentativo di storia del romanzo cerca le sue ragioni di legittimità e di coerenza nel proporsi come una storia del personaggio narrativo, di quello che abbiamo convenuto di chiamare il personaggio-uomo, cioè il rappresentante di una particolare specie zoologica, non classificata né registrata dalla storia naturale, perché è reperibile solo in un folto, intricato continente, del quale non si trova cenno o figura in nessun atlante, o libro di geografia, dal momento che a formarlo concorrono unicamente le pagine dei romanzi e dei racconti.»

(Giacomo Debenedetti, Il romanzo del Novecento)

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