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OPERE A-Z
Emilio Lussu

Un Anno sull' Altipiano (1937)

Un indispensabile compendio per la formazione di una coscienza civica.
(Ademario Lo Brano)

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Con 'Un anno sull’Altipiano' – non uno fra i tanti, ma il capostipite di tutti i libri ispirati alla Grande Guerra – Emilio Lussu ha colmato il divario intercorrente fra ciò che accadeva in realtà nelle trincee e quello che veniva propinato all'opinione pubblica.

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milio Lussu scrisse Un anno sull'Altipiano tra il 1936 e il 1937 quando era ricoverato nel sanatorio di Clavadel (Svizzera) dove era stato operato ai polmoni per una malattia contratta all'epoca della prigionia inflittagli per la sua vigorosa opposizione al regime fascista.

Come egli stesso scrive nella prefazione, questo libro non sarebbe mai stato scritto se non fosse stato per l'entusiasmo di Gaetano Salvemini, col quale, già dal ’21, l'autore rievocava i momenti più tristi della guerra. Da subito Salvemini aveva intuito la potenza di questi racconti, tanto che, nel sollecitare Lussu a raccoglierli in volume, ne parlava come di qualcosa di «unico...» «il libro», come lo definiva (Prefazione, p.7). All'epoca dei fatti, l'autore era tenente aiutante maggiore del 3° battaglione del 151° reggimento di fanteria della gloriosa Brigata Sassari (I Diavoli rossi, come vennero chiamati dagli Austriaci) che, a seguito della Strafexpedition organizzata dal Maresciallo Conrad (Capo di Stato Maggiore austro-ungarico), fu dislocata sull'Altipiano dei Sette Comuni, provenendo dal Carso, e, in particolare, nei campi di battaglia del Monte Zebio, della Val Frenzela, di Monte Fior. Da questa intensissima esperienza personale Lussu attinse puntigliosamente, ispirandosi alla sofferenza, sentimento dominante nella vita di trincea.

Un anno sull’Altipiano, non è uno fra i tanti, ma il “capostipite” di tutti i libri ispirati alla Grande Guerra. Non si tratta di un libro di storia e neppure di una cronaca degli eventi che sconvolsero l’Europa, segnando in maniera indelebile l’animo di coloro che vi parteciparono e che, miracolosamente, riuscirono a sopravvivere. E' un'opera da cui trarre, oggi soprattutto, innumerevoli insegnamenti sul significato della parola “guerra”, la crudeltà della guerra, un monito, «una finestra globale sull'assurdità del conflitto» (Paolo Pozzato, Un anno sull'Altipiano con i Diavoli Rossi, Paolo Gaspari Editore, Udine, 2006, p. 19). D'altra parte, dice Carlo Salsa nel suo Trincee-Confidenze di un fante, «...abbiamo visto che una guerra non si fa per ragioni idealistiche. Gli idealismi servono soprattutto a guadagnare delle alleanze e a cacciare innanzi i soldati» ( Trincee-Confidenze di un fante, Mursia, 1982, p. 16).

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Un anno sull’Altipiano è un documento unico che descrive l'irrazionalità della guerra e della esasperata disciplina, inutile, se applicata per di più a poveri pastori analfabeti che provenivano tutti dalla Sardegna. L'autore mise in evidenza la distanza che intercorre fra ciò che accadeva in realtà nelle trincee e quello che veniva propinato all'opinione pubblica. Il tema sociale affrontato da Lussu è trattato a forti tinte, mettendo in risalto la strumentalizzazione ai danni della classe contadina sarda. La partecipazione in massa dei contadini sardi alla Guerra permise almeno di considerare sotto una luce diversa la “Questione Sarda”. Consideriamo che Lussu, prima della stesura del libro, era stato non solo interventista ma anche attivista politico, sempre a favore della sua terra. Era stato un deciso antifascista e fu membro del movimento clandestino Giustizia e Libertà.

Oggi il pubblico potrebbe contare soltanto sui notiziari diffusi dalle TV, “conditi” con spettacolari immagini. Attraverso le sue pagine, Lussu permette al lettore di trarre le proprie conclusioni, lo “aiuta” a riflettere. La frenetica vita di oggi, pur gravata dai suoi problemi, appare così lontana dagli innumerevoli, infiniti, penosi dettagli di una vita costellata dalle più piccole ansie, preoccupazioni, che i soldati impegnati nella Prima Guerra Mondiale furono costretti a sopportare. Con dettagliata crudezza ma anche semplicità, come semplici sono gli animi dei protagonisti, Lussu ci indica quanto ingrata potesse essere la vita in quel periodo: i disagi della trincea, l'annientamento umano e spirituale, lo sconvolgimento, l'orrore per un compagno appena colpito da un proiettile nemico («...io ho dimenticato molte cose della guerra, ma non dimenticherò mai quel momento» (p. 79). E che dire degli ordini assurdi impartiti da comandanti troppo sicuri di sé...«Qui comando io, disse il colonnello, e io non ho chiesto la sua opinione» (p. 87). Comandanti a volte non presenti nell'azione o, addirittura, ben lontano dalla linea del fronte. «Nessun alto ufficiale fu visto mai salire tra noi...» (Carlo Salsa, op.cit., p. 62). E ancora: «...si muore per l'imbecillità di certi ordini e la vigliaccheria di certi comandanti...» (Carlo Salsa, op.cit., p. 63). Come quel comandante di Corpo d'Armata... «imboscato ai piedi dell'Altipiano» (p. 186). Ma, continua Lussu, «i generali detestano le neve» (p. 186). Ufficiali «costretti» alla carriera militare per «tradizione» familiare, ma che nella guerra non hanno trovato alcuna soddisfazione, al contrario la cercano nel bicchiere: «io mi difendo bevendo... contro le scelleratezze del mondo, un uomo onesto si difende bevendo... il primo motore è l'alcol... uccidersi senza conoscersi, senza neppure vedersi!», è quello che dice al giovane tenente Lussu il tenente colonnello dell'osservatorio di Stoccaredo (p. 37). Ma c'è anche quel generale che sollecita dal giovane tenente una risposta «imbarazzante»: «Ama lei la guerra?» (p. 51). E ancora, quel generale che ordina l'assurda fucilazione di un soldato convinto che questi avesse manifestato un segno di stanchezza o di indisciplina e che, al contrario, aveva semplicemente eseguito quanto ordinatogli; l'ostinazione del generale prosegue: «lo faccia fucilare lo stesso... in guerra la disciplina è dolorosa ma necessaria» (pp. 59-60). E ancora, «...I comandanti non si sbagliano mai e non commettono errori. Comandare significa il diritto che ha il superiore gerarchico di dare un ordine... [l'ordine] è il diritto assoluto all'altrui obbedienza» (p. 172).

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Tutto questo, non del tutto imputabile all'uomo ma soprattutto alla brutalità della guerra, porta anche i comandanti, nell'esasperazione, a impartire non solo ordini assurdi ma anche a eseguirli da soli, nel caso di insubordinazione: come quando il maggiore Melchiorri, visto che nessuno voleva eseguire il “suo” ordine di fucilare dei soldati ingiustamente accusati di ammutinamento: «...ebbene, io stesso punisco i ribelli!» (p. 200). Ma il desiderio di ammutinamento era proprio forte, o, comunque, lo era quello di farla finita con lo strazio della guerra, :«...vogliamo il riposo! Abbasso la guerra! Basta con le trincee!» (p. 173). Questo stato di cose viene sottolineato anche da Salsa: «...bisognerebbe fare come la Sassari, che un bel giorno, picchia e ripicchia, s'è ammutinata» (Carlo Salsa, op. cit., p. 214).

Anche se spinto da amor di patria, l'istinto del soldato, dell'essere umano, è proprio quello di evitare la propria distruzione. Dice Lussu: «...io ricordo l'idea dominante di quei primi momenti. Più che un'idea, un'agitazione, una spinta istintiva: salvarsi» (p. 41).

«La vita di trincea è un'inezia di fronte ad un assalto. Il dramma della guerra è l'assalto. La morte è un avvenimento normale... nella normale vita di trincea nessuno prevede la morte... ed essa arriva senza farsi annunciare...» (p. 111).; e ritraendo quei rari, e pur sempre apparenti attimi di tranquillità, subito sconvolti anche dal lancio di una sola granata: «...e questo mentre leggevano cento volte le lettere ricevute da casa... si spulciavano beati e fumavano...» (p. 111), non fa che presentarci l'inevitabile drammaticità della vita di trincea.

Condurre i soldati a morte certa ed incrociare il loro sguardo e sforzarsi di dar loro coraggio: «..ma quegli occhi pieni di interrogazione e di angoscia, mi sgomentarono..» (p. 104). Lo sfociare, poi, nel terribile dramma dell'autodistruzione, come quell'ufficiale, professore di greco, che, depresso, disse: «...io ho paura di diventare pazzo. Un giorno o l'altro, io mi uccido. Bisogna uccidersi» (p. 110).

La descrizione degli eventi è talmente dettagliata che sembra quasi di essere affacciati ad una finestra, alla finestra aperta sulla Storia. Il lettore può cogliere le immagini delle tragedie vissute in prima persona e nell'istantaneità del loro avvenire: più preciso di una macchina fotografica o di una videocamera, nulla sfugge all’ “occhio fotografico” di Lussu, che riprende proprio quello che ”vede” e il lettore rivive insieme a lui quegli attimi tragici.

Il racconto di Lussu non è dissimile da quanto riferito da un altro “cronista” “di parte avversa”, vale a dire di parte austriaca; sì perché gli stessi disagi, le stesse ansie e le stesse paure sopportate dai soldati italiani furono vissuti anche dagli austriaci. Ce lo descrive Fritz Weber. Egli riferisce di sanguinosi combattimenti sostenuti dai soldati austriaci «in mezzo a sofferenze e difficoltà di ogni genere, che prima chiunque avrebbe ritenuto impossibile superare». «Implorazioni di aiuto… si mescolano agli altri clamori.... quando si scatena una improvvisa tempesta di fuoco... che inghiotte nelle sue fauci incandescenti le grida e i gemiti» (Fritz Weber, Guerra sulle Alpi (1915-1917), Mursia, 1979, p. 97 e p. 80).

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Un anno sull'Altipiano non è un libro di storia, nel senso letterale del termine, ma una esternazione delle intime riflessioni di uno scrittore... certo, ma anche, e soprattutto, di un giovane ufficiale della Brigata Sassari che ha rievocato le fasi della guerra così come l'aveva vissuta, con le «idee e i sentimenti di » (p. 9). Aggiunge Lussu, «non alla fantasia ho fatto appello, ma alla mia memoria» (p. 9)... «sono ricordi personali, riordinati alla meglio...» (p. 9). Potremmo, qui, citare ancora Fritz Weber quando dice «la guerra è una cosa intima, anche se come ovunque spietata» (Weber, op. cit., p.204).

Per Pozzato e Nicolli Un anno sull'Altipiano è una sorta di smitizzazione della Grande Guerra, delle convinzioni ideologiche dell'interventismo, «uno dei punti passaggio obbligati della distruzione del mito della Grande Guerra» (Pozzato-Nicolli, Prefazione a 1916-1917. Mito e antimito. Un anno sull'Altipiano con Emilio Lussu e la Brigata Sassari, Ghedina e Tassotti Editori, Bassano del Grappa (VI), 1991, p. 13). E non è da escludere che «il tono della narrazione di Un anno sull'Altipiano... intenda sottolineare il distacco dell'autore nei confronti di quell'esaltazione strumentale dell'eroismo e della dedizione della Brigata» (Pozzato, op.cit., p. 21). Del resto, sembra che Lussu ci presenti la guerra come qualcosa a cui, poi, ci si abitua: «...io facevo la guerra fin dall'inizio. Far la guerra, per anni, significa acquistare abitudini e mentalità di guerra...» (p. 136). «...io non vedevo un uomo. Vedevo il nemico...» (p. 136). Ma c'è anche una sorta di giustificazione per quello che sta portando allo sfacelo umano, spirituale ed esistenziale. Dice ancora Lussu,: «...facevo la guerra coscientemente e la giustificavo moralmente e politicamente. ...La guerra era, per me, una dura necessità, terribile certo, ma alla quale ubbidivo come ad una delle tante necessità, ingrate ma inevitabili...» (pp. 136-137). Ma allo stesso tempo, al momento di tirare contro un nemico, non poteva non fermarsi a riflettere, prima di annientare un altro essere umano: «..questa certezza che la sua [dell'ufficiale nemico ] vita dipendesse dalla mia volontà [di sparare], mi rese esitante. Avevo di fronte un uomo. Un uomo!...» (p. 137). «...in me si erano formate due coscienze, due individualità, una ostile all'altra. Dicevo a me stesso “eh! Non sarai tu che ucciderai un uomo così!» (p. 138): un uomo esattamente come lo erano loro: «...Uomini e soldati come noi, fatti come noi, in uniforme come noi, che ora si muovevano, parlavano e prendevano il caffè, proprio come stavano facendo... i nostri stessi compagni» (p. 135).

Come le opere di Mario Rigoni Stern, anche Un anno sull’Altipiano fa appello alla memoria. Un libro utile, dunque, una testimonianza per le giovani (e non più giovani) generazioni affinché non dimentichino. Simili argomenti non compaiono nei testi scolastici, proprio per questo Un anno sull'Altipiano dovrebbe essere adottato nelle scuole, non come testo di “narrativa” o di “storia”, ma come “manuale” di formazione “permanente”, facendo perno sull'assoluta necessità di “riferire” quanto vissuto, proprio “per non dimenticare”. (Francesca Garofoli, Raccontare, per non morire).

Nella sua Introduzione Rigoni Stern definisce Un anno sull'Altipiano «il più bello» tra i libri sulla Prima Guerra Mondiale. Dice ancora Rigoni Stern, «aveva scritto questo libro non come un diario, non come saggio storico,... ha solo solo segnato i fatti con parole come raccontasse ai suoi parenti, agli tziu suoi maestri di vita rusticana».

Se si considera con riprovazione qualsiasi forma di prevaricazione violenta nei confronti di esseri umani, non possiamo non elevare Un anno sull'Altipiano a simbolo e a precursore dei movimenti di opinione, politici e culturali apparsi successivamente alla denuncia di Lussu sul nonsenso della guerra.

Torna a sottolineare Rigoni Stern riferendosi ai giovani di oggi: «...in questo libro trovano quello che i testi scolastici non dicono, quello che i professori non insegnano, quello che la televisione non propone. E nemmeno il cinema. Nel 1970 il regista Francesco Rosi trasse da questo capolavoro di Lussu una riduzione cinematografica, intitolando il film Uomini contro, alla cui “prima” fu presente lo stesso Lussu, insieme a Mario Rigoni Stern, al quale, poi, confidò che «...in guerra qualche volta abbiamo cantato...» (Mario Rigoni Stern, Introduzione p. 3).

Per esprimere la tua opinione e partecipare al dibattito aperto innescato da questo brano:



NOTE
Introduzione e breve nota storica a cura di Mario Rigoni Stern



BIBLIOGRAFIA
Emilio Lussu, Un Anno sull'Altipiano, Introduzione di Mario Rigoni Stern, Einaudi Tascabili, 2000.
Paolo Pozzato, Un anno sull'Altipiano con i Diavoli Rossi, Paolo Gaspari Editore, Udine, 2006.
Paolo Pozzato-Giovanni Nicolli, 1916-1917 – Mito e Antimito. Un anno sull'Altipiano con Emilio Lussu e la Brigata Sassari, con saggio introduttivo di Gianni Pieropan, Ghedina e Tassotti Editori, Bassano del Grappa (VI), 1991.
Fritz Weber, Guerra sulle Alpi (1915-1917), Mursia Editore, 1979.
Centro Studi Emilio Lussu,
Alberto Asor Rosa, Nota introduttiva a Il cinghiale del diavolo di Emilio Lussu, Illisso Edizioni, 2004.
Emilio Lussu, Commento a Il cinghiale del diavolo, Illisso Edizioni, 2004.
www.bellasardegna.it
www.filologiasarda.eu
Emilio Lussu, La Brigata Sassari e il Partito Sardo d'Azione, ottobre 1951
Carlo Salsa, Trincea-Confidenze di un fante, prefazione di Luigi Santucci, Mursia, 1982.

Milano, 2008-09-22 20:07:58

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«Non dunque la fede come tale, ma la servitù al dogma religioso, che della fede è la degenerazione, crea problemi per la democrazia. Esattamente, però, come, dall’altra parte, il relativismo scettico dell’“una cosa vale l’altra”. Due dunque i pericoli, e opposti: presso il credente, l’eccesso nel dogma; presso il laico, l’eccesso nel dubbio.»

(Gustavo Zagrebelsky, Contro l’etica della verità, Later

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