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OPERE A-Z
Tommaso Landolfi

Racconto d'autunno (1947)

Nella vasta produzione landolfiana, la prova che ha riscosso maggior successo ed è particolarmente apprezzata all’estero
(Redazione Virtuale)

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Una dimora gentilizia sul limitare della boscaglia è teatro dell'azione di Racconto d'autunno, di Tommaso Landolfi. All'interno un anziano signore e i suoi cani, a guardia di un segreto. Un ritratto sul muro suggerisce la presenza di una enigmatica figura femminile, di cui, nell'oscurità della notte si percepisce il profumo e il respiro. Uno spirito affascinante e terribile che riporta il lettore ai turbamenti dell'infanzia

    «Ma troppe cose di costui e delle sue torbide passioni dovrei qui riferire, che mi porterebbero assai lontano;» (Tommaso Landolfi, Racconto d’autunno)

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i ritorno a Pico, nella dimora dei suoi avi, a pochi chilometri dall’abbazia di Montecassino, che l’ignoranza e la superficialità di un generale alleato condannò a un’inutile distruzione, Idolina Landolfi racconta che suo padre Tommaso Landolfi, di fronte all'edificio danneggiato, subì un ulteriore trauma, non riconoscendo più «l’odore» di quel luogo che lo aveva visto nascere.

Forse il dolore più cocente, dopo anni di patimenti e di lutti, Landolfi lo provò proprio in quel momento, di fronte alla casa, violata dagli uomini e dalla devastazione che essi, spesso nella loro fuga, portano con sé.

Racconto d’autunno è dunque la storia, il dramma di una casa che il protagonista incontra sulla sua strada. Stanco e affamato egli si aggira nella boscaglia sotto una pioggia insistente, nel tentativo di eludere le attenzioni delle pattuglie di un esercito invasore.

    «Essa era posta su una specie di minuscolo altipiano, sto per dire ballatoio, d’ogni parte circondato da groppe o colli, che la montagna formava in quel luogo, ove confluivano due o tre massicce pendici. Circondata da alcune dipendenze, appariva grande e di aspetto dignitoso, una residenza signorile o un maniero, piuttosto che una fattoria».

La casa offre in quel momento un rifugio per ripararsi, una postazione da cui potenzialmente resistere a un attacco e quindi rappresenta una posizione da conquistare.

La porta è sprangata e bussare non sortisce alcun esito, ma una finestra sul retro rivela, attraverso l’inferriata, un fuoco acceso e una mensa frugale, sorvegliata da una coppia di cani lupo che misurano con passi nervosi il pavimento.

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Risoluto a usare solo la violenza che non è possibile risparmiare, l’uomo forza i battenti ma i cani, inspiegabilmente, lungi dall’avventarsi all’esterno per difendere, con la loro agressione, il territorio e la proprietà di un padrone di cui si indovina la presenza, si ritirano, di stanza in stanza, sempre più all’interno e l’intruso infine si trova faccia-a-faccia con il vecchio proprietario che riluttantemente acconsente ad offrirgli ospitalità in casa propria.

E’ l’incontro tra due esseri civili che rappresentano in quel momento interessi opposti. Il vecchio si appella alla discrezione e all’urbanità dell’ospite e nell’ospitalità indica precisi paletti, che la curiosità dell’estraneo spinge a superare. Mentre i giorni trascorrono, incollato ai passi del protagonista, il lettore è attirato così negli intestini meandri della dimora, alla ricerca di una fantasmatica presenza femminile che rivelerà infine, drammaticamente, la propria natura extrasensoriale.

    «Era un ritratto a mezzo busto di giovane donna, che fissava il riguardante; un olio alquanto annerito, ma non tanto che non si distinguessero i particolari. La donna era vestita secondo la moda degli ultimi anni del secolo passato o dei primi di questo, con tutto il collo chiuso in un’alta benda di pizzo; di pizzo era anche la veste, dalle maniche sboffate; sul petto ella recava un grande e complicato pendentif o breloque (come allora si diceva) di topazi bruciati, soretto da nastri di seta marezzata; sulle spalle un amoerro, ricadente in larghe e convolte pieghe.»

Atmosfere gotiche e cupe penombre svelano così un interno che è molto più esteso e sviluppato di quanto «lo spessore delle vecchie muraglie» possa contenere e il lettore si scoprirà a esplorare, oltre i passaggi segreti, dietro a ogni porta che cede all’estraneo profanatore, quella zona di nebulosa incoscienza che ospita le più intime e segrete inquietudini.

Non è fuori luogo qui fare riferimento a Franz Kafka – sebbene gli ambienti della narrativa super-realista del polacco siano angusti e claustrofobici, mentre gli spazi metafisici di Landolfi sono, al contrario, spaventosi nella loro illimitata vastità – o ad Edgar Allan Poe. Ma gli edifici e, ancora di più, gli interni del bostoniano trasudano angoscia e pazzia fin dalla disposizione delle pietre una sull’altra, mentre la dimora di Landolfi esprime semmai equilibrio, normalità e sobria eleganza. C’è di certo, a legare i tre fuoriclasse del racconto, un’estrema precisione nel disegno, una assoluta originalità del racconto e una ricca e sofisticata raffinatezza nel linguaggio .

Progressivamente tra l’ospite e la casa si instaura una rapporto di familiarità, mentre il proprietario sempre di più si trasforma in una figura patetica, incapace di difendere ciò che gli appartiene, che egli serba, come un dolore, nelle profondità più intime del proprio cuore.

La relazione antagonista tra i due uomini, che in un’altra occasione sarebbero portati a un reciproco rispetto, come se fossero “fatti della stessa pasta”, si concentra su una presenza misteriosa verso la quale il primo sente un’irresistibile attrazione, sentimentale e “fisica”, di cui il secondo vorrebbe riservare a tutti i costi per sé l’esclusiva. La disputa acquista le caratteristiche del conflitto per il possesso della emblematica figura femminile, quale essa si manifesta sulla tela, competizione a cui la differenza di età imprime una decisa valenza edipica.

*

Il conflitto sfocia nel dramma, quando il genius loci si materializza in tutta la sua spaventosa potenza, provocando la sconfitta e la morte dell’infelice proprietario, senza peraltro che il vincitore, frastornato e atterrito, possa “consumare” il frutto della propria conquistata supremazia. Un nuovo, più feroce avversario avanza minacciose pretese sulla casa, che questa volta soccombe alla furia, perdendo integrità, facino e con questi anche lo spirito che l'ha abitata e animata.

Il tema dominante di Racconto d'autunno è l’incertezza, condizione stabile del tempo di guerra, che staglia un’ombra minacciosa e incombente su tutto: sugli animali, sugli uomini e sugli edifici in cui questi si rifugiano. Animali e uomini possono cercare di eludere il pericolo più immediato con la fuga, ma gli edifici, le case, che sono per loro stessa definizione immobili, sono più vulnerabili e sono destinati – spesso prestandosi essi stessi ad accogliere uomini e animali, transfughi e fuggiaschi – a subire le ingiurie della belligeranza e, sovente, a soccombere.

Melanconico fin dal titolo, Racconto d’autunno, che nella vasta produzione landolfiana è la prova che ha riscosso maggior successo ed è particolarmente apprezzato all’estero, incorpora apparentemente una parte cospiqua del vissuto più intimo dell’autore. Vi si può individuare la casa in cui è nato e che fu dei suoi antenati, dove egli “torna” al termine dei suoi soggiorni altrove, nelle città dove lavora o tenta la fortuna al tavolo da gioco. È la dimora in cui egli scrive tutte le sue opere.

Di questa casa, se egli perde pochissimo tempo a descrivere le forme esterne, si sofferma piuttosto a presentare al lettore favolosi percorsi interni, quali essi possono apparire agli occhi di un bimbo, che si perde nella vastità degli ambienti e finisce per costruire nella propria mente la carta topografica di un luogo immaginario. Le stanze si succedono così, accoglienti, con il loro conturbante profumo di lavanda e di oli cosmetici, agli antri polverosi, oscuri e vasti, dalla prospettiva “dal basso” di un infante. Il bimbo, non trovando il coraggio di esplorare davvero questi luoghi spaventosi, immagina, collocando poi integralmente il simulacro delle proprie creazioni nella sua mappa fantastica, come se esistessero davvero.

La scomparsa precoce della madre deve aver stimolato in Tommaso infinite avventurose immaginarie esplorazioni nelle viscere più profonde e oscure della casa, fino a un punto estremo nel sottosuolo, le cui pareti sono ricoperte di «mostruosi fiori di muffa», una prigione in cui non filtra un solo raggio di luce, in cui egli colloca l’ultima tappa del leggendario essere femminile raffigurato nel quadro, affascinante nel suo corpetto e nel vezzoso colletto di pizzo.

    «Quegli schifosi vegetali avevano distratta la mia attenzione al punto che solo quando lo zolfanello languì, e subito si spense, con un ultimo bagliore dello stecchino carbonizzato, affigurai l’oggetto più interessante di quel carcere. Dico che, alla mia sinistra contro la parete, vidi fuggevolmente un grosso anello di ferro da cui pendeva un pezzo di catena massiccia e rugginosa, e fin qui nulla di strano; Lo strano si era invece che poggiava qualcosa come un mazzolino di fiori, disposti approssimativamente a corona. Fiori lì dentro? E per colmo di sorpresa, a toccarli sembravano freschi.»

*

Un ulteriore aspetto dell’apparato simbolico del racconto e dell’ipotetica aderenza di questo con il vissuto infantile dell’autore è rappresentato dagli animali. Se le pernici entrano nel racconto frettolosamente, già quasi sotto forma di “natura morta”, gli onnipresenti, inquietanti cani sorprendono continuamente il lettore per la propria spaventosità, in contrasto con una inaspettata disponibilità a ritrarsi davanti ai passi dell’autore, come se egli fosse “uno di casa”, da difendere in primo luogo dalla propria ferocia. Questi lupi che si aggirano inqueti evocano la componente più intimamente terrificante e sconosciuta dell'animo umano: quella componente istintuale che si tende a ignorare e a reprimere e che si teme possa sorprendere nella sua sfrenata lussuriosa violenza e che qui aleggia tra ospitante e ospitato.

Anche questi esseri terribili sono destinati a soccombere, davanti a un nemico inarrestabile e senza riguardo.

La casa che si presenta nuovamente al protagonista, reduce da ulteriori peripezie e peregrinazioni, è ormai un rudere diroccato e muto, violato dai numerosi passaggi degli esseri sbandati o in fuga che la guerra produce, ormai incapace di parlare al cuore dell’autore e, verrebbe da aggiungere, “senza odore”.

Per esprimere la tua opinione e partecipare al dibattito aperto innescato da questo brano:



NOTE
Le immagini (dall'alto):
Una casa nella campagna toscana.
Diciannovesimo secolo, di Edmund Blair Leighton
L'Abbazia di Montecassino, come ci appare dopo la ricostruzione.
Montecassino, subito dopo il bombardamento alleato.



BIBLIOGRAFIA
Tommaso Landolfi, Racconto d’autunno, Adelphi, 1995

Milano, 2008-03-04 16:26:26

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