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OPERE A-Z
Gianni Vacchelli

Dagli abissi oscuri alla mirabile visione (2008)

Letture bibliche al crocevia: simbolo poesia e vita
(Roberto Caracci)

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Dagli abissi oscuri alla mirabile visione. Gianni Vacchelli presenta un libro sul Libro dei libri nel quale i racconti della Bibbia vengono letti come fiabe capaci di rappresentare simbolicamente percorsi di iniziazione che dimostrano che in embrione bussa già al cuore di Giobbe, Giona, Abramo un Dio diverso da quel Dittatore sanguinario che la vulgata biblica ha spesso lasciato immaginare. Come in un teatro, nell’anima di questi personaggi, si rappresenta il dramma della realizzazione del Sé.

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n libro sul Libro. Un ennesimo libro sul Libro dei Libri, sul più grande Libro, tanto grande da essere chiamato Bibbia, “Biblia”, ossia Libro al Plurale. Gianni Vacchelli ci offre una lettura della Bibbia, o meglio di alcune sue parti, che con umiltà ma al tempo stesso con una deciso marchio di originalità contribuisce ad ampliare quello che già sappiamo su capolavori come il Cantico dei Cantici, il Libro di Giona, Giobbe, la Genesi.

1. UN LIBRO SUL LIBRO DEI LIBRI

La sua lettura non è semplicemente religiosa, teologica, e neanche esclusivamente letteraria, linguistica, stilistica. E’ qualcosa di più, scava su un terreno psicologico e mistico, simbolico e iniziatico, figurale e narratologico. Ma scava anche nel terreno della parola, la parola ebraica di cui la Bibbia è composta, con tutto il fascino semantico, alchemico e simbolico di cui è intrisa, con tutte le sue ambivalenze e le sue ambiguità, le sue polivalenze di significato e i suoi legami cabalistici con la stessa sacralità del numero. Vacchelli è un letterato e legge queste parti della Bibbia come gioielli innanzitutto linguistici, redatti da geni della scrittura e della tessitura narrativa, oltre che sapienti conoscitori delle fibre più riposta della psiche umana.

2. PRENDERE LA CROCE DEL SE’ E SEGUIRLO

Accettato come ovvio che una lettura della Bibbia superficiale, basata sulla sola lettera e non sullo spirito, come è stato più volte detto, risulta ingenua e fuorviante, persino offensiva per chi ha redatto un simile capolavoro, Vacchelli va oltre e segue i percorsi narratologici ed esistenziali dei grandi protagonisti biblici, da Giobbe a Giona (YONAH), fino al vecchio Abramo alle prese con l’assassinio di suo figlio, come viaggi iniziatici, riti di passaggio, tappe di trasformazione, che vedono questi uomini diventare altro da sé e insieme realizzare se stessi, partire da una condizione di presente serenità e poi provocati ad attraversare l’inferno, gli abissi oscuri della disperazione, per guadagnare la salvezza e il riconoscimento di sé attraverso il mutamento di sé. Tutti muoiono in qualche modo a se stessi e risorgono. Tutti precipitano e risalgono. Per essi la morte dell’io, dell’io precedente, è una occasione di rinascita. La loro storia è passione e sacrificio, non lontani da quelle di Cristo, morte e resurrezione. La loro metamorfosi è un processo doloroso come un parto. In essi in fondo abita Dio come un germe di rinascita, che esige però le doglie della passione e della trasformazione, della disperazione e della metamorfosi. Nella Bibbia cambiare vuol dire soffrire, e viceversa. La sofferenza trasforma e purifica, muta e cauterizza. Giona, Giobbe e Abramo non sono davvero se stessi finché non lo diventano. E per diventare se stessi devono abbandonare il precedente io come una croce ( prendere la croce del proprio sé e seguire Cristo), per risorgere con un Sé che ha qualcosa di nuovo ma insieme di antico, perché non è altro che il germe ‘germogliato’ attraverso le doglie, il seme diventato albero.

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3. DIVENIRE SE STESSI ATTRAVERSO L’ABISSO

Certo, il diventare se stessi come trasformarsi è sacrificio: Giobbe, Giona e Abramo sono in partenza personaggi tanto tranquilli, sicuri di sé e del proprio Dio, da apparire statici. Una tempesta li travolge e li de-stabilizza, li fa ex-sistere oltre il con-sistere, li fa uscire fuori da sé, oltre sé. Giona, disobbediente a Dio, è divorato da un mostro marino per poi essere espulso, digerito e meta-bolizzato senza essere distrutto: solo trasformato. Giobbe, provocato da Dio e dallo stesso Satana, precipita in una condizione di indigenza, malattia e abiezione simmetricamente opposta alla sua condizione abituale di bravo proprietario terriero, ottimo padre di famiglia e pio timoroso di Dio: dall’inferno del dolore, sempre sull’orlo della bestemmia contro quel Dio che lo incalza e lo estenua, esce con un io nuovo e con un Dio nuovo. Abramo deve ‘sopportare’ il terribile decreto di Dio, che lo vuole assassino del suo unico figlio Isacco, ma questa sopportazione lungi da essere vigliaccheria – come vorrebbe una lettura letterale, né simbolica né allegorica – è il tunnel nero e disperante che egli deve attraversare per ricongiungersi a sé e a dio. Il sé e il Dio infatti appaiono sempre disgiunti all’inizio di queste storie. Il dualismo e la dicotomia sono sempre iniziali. Iniziale è sia la realtà dell’uomo pio, timoroso di dio e in fondo tranquillo al punto da vedere Dio come qualcosa di sicuro e di altro da sé, sia la realtà di un Dio sostanzialmente diverso dall’uomo, lontano, una sorta di Padre fermo nel suo Cielo e sazio della sua opera di creazione. Poi il viaggio degli abissi oscuri è la duplice perdita: del Sé antico, statico, fermo, e di quel Dio altrettanto statico rappresentato dal vecchio Sé.

4. IL DIO CHE PRO-VOCA, CHE E-VOCA, CHE IN-VOCA

La peripezia narratologica dei personaggi biblici vede una catabasi funzionale a una anabasi e a una trasformazione duplice: del Sé e del Dio rappresentato dal Sé. Le storie bibliche ci insegnano che il presunto Yaveh (YHWH) lontano e distaccato, padre padrone e giudice, implacabile e giustiziere, in fondo alberga sotto ben altra forma nell’anima di Giobbe, Giona e Abramo: la loro discesa degli antri oscuri della disperazione è la via della ricerca di questo germe di Dio consustanziale alla loro anima. Soffrire è la via del riconoscimento. Una sorta di anamnesi nel dolore. In fondo, questo personaggi sono come dei sonnambuli eraclitiani che solo a costo della sofferenza e della catabasi possono sperare nel risveglio. Quel Dio che appare loro implacabile è solo un pro-vocatore, nel senso letterale: si pone d’un tratto dinanzi (pro) a loro, per chiamarli, per ricordare loro chi sono e quale divinità alberga in essi, per e-vocarli. La pro-vocazione è in fondo una in-vocazione. Dio, in questo senso, si pone come strumento di realizzazione del sé, di Individuazione. Si tratta dunque di eroi in-compiuti che soffrono solo per la loro compiutezza, per raggiungerla: per divenire ciò che già sono senza saperlo da sempre. Dio è una occasione e solo in tal senso è una tentazione: il non indurre in tentazione del Padre Nostro qui assumerebbe il valore di uno sbagliato esorcismo contro un Dio che vorrebbe tutt’altro che tentarci, una sorta di reazione apotropaica mal diretta. La chiamata di YHWH non è dunque qui una imposizione, ma al limite una sup-posizione. Il Dio evocante e provocante – e in fondo invocante – è colui senza il Quale Giobbe, Giona, Abramo, non potrebbero svegliarsi dal loro sonnambulismo di uomini pii, devoti, soddisfatti di sé e del loro Padre. La chiamata è una scossa. E la scossa, come dice Vacchelli, si esprime sotto forma di tsunami.

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5. IL DESTINO NEL DNA DI UN NOME

Ma Dio può fare questo solo perché non è completamente altro dall’uomo: perché abita in lui. Dio è germe dentro l’uomo e chiede di germogliare. Chiede di farsi albero, albero umano-divino, attraverso l’uomo. Il germe divino che abita Giona, Giobbe, Isacco, e gli stessi duettanti del Cantico dei Cantici, è già nel loro Nome. Il Nome di Dio, letteralmente (ebraicamente), risuona già nel nome degli uomini che Dio pro-voca. Con una analisi filologicamente accurata e personalmente appassionata, Vacchelli individua le lettere (e i numeri correlati) del divino tetragramma YHWH che forma la parola Dio, Yaveh, in ebraico, già sparse, disseminate e diffuse negli stessi nomi dei protagonisti biblici, a partire dello Y (yod) che nutre sia il nome di Giona (YONAH) e che quello di Giobbe. Il Nome di Dio risuona dunque nel nome dei suoi prescelti, delle sue presunte vittime, e più precisamente dei suoi predestinati. Nel nome di Giona, Giobbe, Abramo, risuona – come in quello sacro di Dio – il loro stesso destino, quello che essi debbono realizzare- diventando se stessi. Il germe che deve germogliare è parte del Nome. E il nome deve essere Nominato. Dio chiama attraverso il nome e il nome può rispondere o non rispondere: ma se risponde si incammina sulla strada di se stesso, ossia sulla via della realizzazione di quel dna germinale, di quell’embrione divino, che già nel nome risuona. Il «diventa te stesso», assume qui il significato del «diventa il nome e il numen che sei, che attraverso Dio ti è stato dato». In Giobbe, ad esempio, non risuona solo lo yod di Yaveh (YHWH), ma anche il nome ebraico del pesce che lo inghiottirà: anche il pesce fa parte del destino di Giona (YONAH) e del suo nome, in un meccanismo di con-fusione affascinante ed economicamente essenziale che ricorda il principio di ‘condensazione’ della freudiana interpretazione dei sogni (dove un ostacolo come il pesce può fondersi figurativamente o verbalmente con il desiderio di raggiungere la salvezza dello stesso sognante).

6. LA FIABA COSMOTEANDRICA

I racconti della Bibbia vengono dunque letti da Vacchelli come fiabe capaci di rappresentare simbolicamente percorsi di iniziazione che culminano di una compresenza cosmoteandrica fra uomo e Dio, come se si realizzasse alla fine di un percorso drammaticamente accidentato il doppio processo della divinizzazione dell’uomo e della umanizzazione di Dio, al di là di qualsiasi dualismo manicheo e anche di qualunque ingenuo monismo capace di neutralizzare la trascendenza di dio. Dio è infatti qui il trascendente e l’immanente, colui che è capace di essere uomo e altro dall’uomo – principio un giorno concretizzato nella figura di Cristo.

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Del resto queste storie dimostrano, a prescindere da ogni canonica divisione tra vecchio testamento ebraico e nuovo testamento cristiano, che in embrione bussa già al cuore di Giobbe, Giona, Abramo – come fuori dal tempo – un Dio diverso da quel Dittatore sanguinario che la vulgata biblica ha spesso lasciato immaginare. Vacchelli ci porta su una strada esegetica diversa, quella di chi ritiene che il Dio implacabile e fustigatore, il Dio giudice e padrone chiamato Yaveh (YHWH), sia solo una proiezione dei protagonisti: una sorta di antico Dio della coscienza che in fondo non esiste più, che si identifica anzi con una parte del Sé da disincagliare, e che poco o nulla a che vedere con il Dio che alberga in loro ed è lo stesso che li pro-voca a cambiare rappresentazione del sé e di Lui. E dunque traluce qui, in questo Dio che non è quello che in partenza viene adorato e temuto dagli uomini, un Dio d’amore e di perdono non lontano da quello del Nuovo Testamento.

7. IL CREDENTE E LA SUA OMBRA

È comunque interessante, al di là del piano teologico e filosofico, questa parte del libro di Vacchelli che – lavorando in una dimensione psicologica vagamente jungiana – vede l’anima di questi personaggi biblici come un teatro in cui si realizza un dramma: il dramma della realizzazione del Sé, dell’Individuazione. Questo dramma ha degli atti, ma soprattutto delle scene, e di tale scenografia fa parte Dio, quando diventa ‘immagine’. Se è infatti ovvio che Dio è al di là di ogni immagine, e trascende ogni figurazione, è anche vero che Giobbe, Giona e Abramo dimorano inizialmente in una specifica immagine del divino che poi risulta non solo stravolta, ma falsa. Il passare dal falso al vero, quanto all’immagine di Dio, vuol dire passare da una rappresentazione soggettiva, individualistica, umano-troppo umana di Dio, a una in cui l’uomo come soggetto ego-centrico, centrato oltre che su sé su un rapporto stereotipato con il divino, si fa da parte. Ma che cos’è? L’uomo che passa da una rappresentazione di Dio falsa a una più vera, più vicina al trascendente che lo abita, oppure è Dio stesso che si manifesta attraverso varie forme, di cui nessuna è falsa, nell’uomo, come nelle tappe di una lunga gestazione?

8. IL CREDENTE E LA SUA ORMA (DIVINA)

A questa domanda è difficile rispondere, proprio perché il dramma che si sviluppa in Giona, Giobbe e Abramo, non è secondo Vacchelli solo umano o solo divino: è divino-umano. Ma certamente è il caso di porre per una volta l’accento sulla prima di queste figure, quella umana, per sottolineare come questi splendidi ed enigmatici romanzi di formazione che gli autori biblici hanno saputo tessere mettano sul palcoscenico delle fenomenologie del sé, oltre che della fede: drammaturgie della coscienza, viaggi di iniziazione, pellegrinaggi alla ricerca del cuore di quel mandala che tutti noi siamo.

Per esprimere la tua opinione e partecipare al dibattito aperto innescato da questo brano:



NOTE
Le immagini in questa pagina sono tratte dal Liber Chronicarum, attribuito a Hartmann Schedel (1440-1514) da Norimberga, e ritenuto uno dei più antichi libri mai stampati.



BIBLIOGRAFIA
Gianni Vacchelli, Dagli abissi oscuri alla mirabile visione. Letture bibliche al crocevia: simbolo poesia e vita, Marietti 2008

Milano, 2008-04-03 21:36:08

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«Non dunque la fede come tale, ma la servitù al dogma religioso, che della fede è la degenerazione, crea problemi per la democrazia. Esattamente, però, come, dall’altra parte, il relativismo scettico dell’“una cosa vale l’altra”. Due dunque i pericoli, e opposti: presso il credente, l’eccesso nel dogma; presso il laico, l’eccesso nel dubbio.»

(Gustavo Zagrebelsky, Contro l’etica della verità, Later

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