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OPERE A-Z
Erri De luca

Sulla traccia di Nives (2005)

Dialogo tra Erri De Luca e Nives Meroi
(Luca Gabriele)

*
È una tra le pochissime donne ad aver scalato le vette più alte del mondo, tra cui dieci Ottomila metri saliti dall'alpinista bergamasca insieme a Romano Benet: Nanga Parbat (8125 m - 1998), Shisha Pangma (8046 m - 1999), Cho-Oyu (8202 m- 1999), Gasherbrum II (8035 m - 2003), Gasherbrum I (8068 m - 2003), Broad Peak (8047 m - 2003), Lhotse (8516 m - 2004), Dhaulagiri (8164 m - 2006), K2 (8611 m - 2006), Everest (8850 m - 2007).

*

abisso è un volo senza fondo che si apre sotto i passi, dalla vetta abbasso. Raccontare è un lusso per chi, come Nives, sfida la gravità, per chi come lei valica il confine delle terre umane e scala il cielo con le braccia e con i piedi.

È «una tigre di montagna» Nives Meroi. Italiana, tra le pochissime ad aver scalato dieci dei quattordici giganti del mondo. Il Nanga Parbat, il K2, il Gasherbrum, il Dhaulagiri, il Lhotse. Una collezionista di cime. Una donna di arie aperte, con la testa di un uccello migratore che sa trovare la rotta anche alla cieca. Che lotta contro il maltempo in parete. Che annaspa in salita contro la zavorra della gravità, centellinando l’aria nei polmoni per i muscoli.

Scala con la piccola compagnia dei suoi amici e senza portatori di alta quota, senza togliere un grammo di peso dalle sue spalle. Si porta dietro tutta la sua casa come un animale da soma, dalla tenda al fiammifero, razionando la fatica. Ha per sprone la sola forza di volontà, l’amore per le montagne e la caparbietà che le fanno vincere l’affanno di respirare a ottomila metri. In un cammino in verticale di sola resistenza nervosa. Calpestando stelle. Contrastando i fulmini, la carica elettrica che l’aria scaglia sugli incursori delle cime. Colpi di luce che cercano l’anima della roccia, che s’apre in una ferita per accogliere il cielo. Un bombardamento su una città sotto assedio. Uno squarcio che la neve subito cancella, subito disinfetta e cicatrizza.

Nives si muove tra giganteschi blocchi di ghiaccio sospesa nel vuoto, senza bombole d’ossigeno. Ha per artigli i ramponi sotto le scarpe. Ha in mano la piccozza per addentare la roccia assiderata fino all’ultimo gradino, fin dove finisce il viaggio. Finché non c’è più nulla da salire. La vetta. La cima dei monti, dove i greci, i tibetani, i popoli d’ogni tempo hanno collocato le loro divinità. Dove, ricorda Erri de Luca, ormeggiò la cesta zoologica di Noè. Dove Mosè ricevette le sue leggi. Nives, la bipede con ramponi per piedi, è la tigre che valica il recinto degli dèi, che calpesta la terra sacra per dialogare col vento, attenta a non farsi spazzare via dalle sue raffiche prepotenti.

*

«Il vento è una persona. Gli parlo, racconto, penso che vuole pure un po’ ascoltare. Comincio a bisbigliare qualcosa, una preghiera, un filo di canzone, e pare che stia a sentire, che si fermi un poco. Oppure grida più forte in risposta, per raccontare lui. La sua furia è la voglia di essere ascoltato.»

Quel vento che spazza le testa del mondo, le pareti verticali dell’Everest. Che giunge dal Tibet e quando non vuole non permette a nessuno di fargli compagnia. Che corre a cento all’ora e pareggia la neve con la sua manata. Stacca valanghe dalle pareti a picco. Costruisce, con la sua architettura sconosciuta, statue di ghiaccio, dà volto agli déi. Quel vento che è il padrone del tempo.

In alta quota, la sola virtù è la pazienza. Saper patire l’inerzia quando il cielo s’addensa, s’abbassa per abbracciare la roccia. Quando nevica e non si può metter piede fuori dalla tenda. Chiusi nel sacco piuma come bachi da seta a poltrire. Colmando il tempo che si dilata con letture e pensieri. Compiendo lo sforzo di ricordare, salvare le memorie dal logorio dei neuroni che deperiscono a meno quaranta gradi. In attesa che la montagna si plachi e permetta ai suoi ospiti d’aprire nuove vie su un lenzuolo di neve fresca e inviolata.

La fatica dell’arrampicata è come quella della scrittura. Lo sforzo è il medesimo, di tracciare un solco su una distesa innevata, di lasciare un’orma su una pagina bianca, immacolata. Si scala con la stanchezza al culmine, col desiderio fisico di arrivare. Allungando un passo davanti all’altro per raggiungere il luogo più lontano e più elevato, per scrutare da lì il giro dell’orizzonte in cerca di quel punto cardinale da cui si proviene e dove si ritorna. Casa.

Un libro in forma di conversazione tra lo scrittore e la alpinista. Una conversazione che si interroga, dal tetto del mondo, sulla vita a valle, sulla fatica quotidiana di trascinare ordinari affanni dall’alba alla sera. Erri De Luca e Nives Meroi azzerano l’attesa parlando, riempiendo la mente di riflessioni sottili. In cerca di sempre nuove vette dove puntellare la propria casa. Con l’orecchio sempre teso alle storie che racconta il vento.

«Ecco, io non so quando smetterò di salire, con che risultati, quante cime raggiunte e ridiscese, ma alla fine dirò che ho fatto compagnia al vento. Noi lassù l’abbracciamo come nessun altro può fare.»

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Per esprimere la tua opinione e partecipare al dibattito aperto innescato da questo brano:



NOTE
Prececentemente apparso su «Romanticirottami»



BIBLIOGRAFIA
Erri De Luca, Sulla traccia di Nives, Mondadori, Milano, 2005.

Milano, 2008-05-14 18:49:00

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«Mai davvero felice e mai del tutto / infelice – oh, l’ho capito; e mi regolo. / Ma pensare la gioia, almeno quello: / pensarla! e qualche volta, senza farsi/ troppe idee, senza montarsi la testa, / annusarla, sfiorarla con le dita / come se fosse (non lo è?) l’avanzo / della vita di un santo, una reliquia...»

(Giovanni Raboni)

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