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OPERE A-Z
Eraldo Affinati

La città dei ragazzi (2008)

Un piccolo investimento in vista di un più importante profitto
(Luca Gabriele)

*
Un tempo, ci chiamavano sciuscià. Uscivamo da una guerra, dalle notti infinite di bombardamento continuo. Ora i nuovi reduci si chiamano Alì, Mohammed, Sharif, Shumon. Vengono dalla Nigeria, dal Marocco, dalla Romania, dall’Afghanistan. Approdano nelle nostre città e scalciano per accaparrarsi un cantuccio d’umanità. Eraldo Affinati, nel suo ultimo romanzo, 'La città dei ragazzi', insegna loro a esprimersi: scrivere e parlare italiano. Ma ha anche voglia di imparare, il maestro, di conoscere e vedere. Per questo segue i suoi allievi in un viaggio in Marocco, per ritrovare casa. Per costruire una tana, nel deserto della comunicazione. Per ritrovare volti e voci che il tempo ha spazzato via, come sabbia sotto il vento.

*

cartavo dal cellophane La città dei ragazzi, sotto la pensilina dell’autobus, a riparo dall’afa dell’estate anticipata. Un rassicurante cartellone, di una nota agenzia di viaggi, mi invitava a «visitare l’Africa: Casablanca, Tripoli, il Cairo, Sharm El Sheik».

E l’Africa l’ho vista, davvero, oltre le coste dorate e le oasi per turisti, con la mente. Mi guidavano Omar e Faris sulla loro Jeep nel deserto, mi mostravano il villaggio di case sottratte alla polvere, il pozzo dell’acqua, le donne con gli orci sulla testa. Ho seguito per un po’ le loro sorti, senza perdere lo sguardo rivolto verso casa. Ho dormito nei loro letti. Ho ascoltato storie e bevuto il tè all’ombra.

Il romanzo di Eraldo Affinati ha la sola, piccola, pretesa di esigere ascolto. E lo si concede, piacevolmente, un ritaglio della giornata da dedicare ai suoi allievi-amici. Si chiamano Khuda, Qambar, Nabi, Francisco, Musa, Lazar, Alì, Mohammed, Sharif, Shumon. Vengono da Capo Verde, dalla Nigeria, dal Marocco, dalla Romania, dalla Moldavia, dal Bangladesh, dall’Afghanistan. Sono arrivati in Italia come potevano, attraversando le sabbie equatoriali, a piedi, sui carri, per mare, per terra, valicando le frontiere appesi alle sospensioni dei camion. Hanno alle spalle famiglie sbranate dal nemico, amicizie potate dal mitra, i giocattoli rotti, le favole mai ascoltate nelle notti insonni sotto la pioggia dei bombardamenti. Si portano dietro i loro passati. Li riportano, nei temi infarciti di romanesco che lo scrittore registra, nella loro spontaneità.

Imparano la nostra la lingua, la lingua della speranza, con un eco dei loro dialetti, con l’intonazione dei pellegrini. Il maestro Eraldo insegna loro a leggere, a scrivere, a farsi largo nelle nostre città, a caricare i bagagli di coraggio e forza d’animo. Imparano la democrazia che non hanno avuto, con lo sforzo di dimenticare la faida, la lotta, il diritto del più forte. Conoscono il mondo occidentale attraverso i tratti della storia, varcando il Medioevo. Imparano il diritto romano, la Rivoluzione Francese che i loro paesi non hanno percepito. Si preparano alla loro rivoluzione.

*

La città dei ragazzi è una città nella città, dove si arroccano per un poco questi orfani scalzi. Eleggono i rappresentanti, il sindaco. Hanno una loro moneta, lo scudo, un bazaar, la scuola, i banchi dove si stancano per capire. Studiano la nostra realtà, quando dovremmo essere noi invece a compiere lo sforzo di comprendere chi ospitiamo. Padre John Carroll-Abbing, che fondò la comunità alle porte di Roma, nel secondo dopo guerra, li chiamava sciuscià. Un tempo erano gli italiani a reclamare una paternità, una appartenenza. Un tempo eravamo noi, questi orfani. Ora loro reclamano d’esser noi. Cambiano di nome, i reduci, ma l’esigenza di esistere rimane la stessa, in questi ragazzi che si conquistano l’autonomia dell’età adulta, senza mai aver apprezzato l’infanzia. Chiedono di crescere, con la forza d’una protesta a quel che gli è stato sottratto, senza aver mai percorso l’incoscienza di un gioco.

Restano impressi i loro racconti nelle orecchie, rimangono indimenticabili i loro sguardi acuti. Un tempo questi erano i nostri sguardi. Ma ora che vediamo, ora che conosciamo, ora che hanno un nome i nostri padri e un indirizzo le nostre case, abbiamo ancora occhi per vedere loro? E sembra ripensarli, dal fondo della memoria, l’intensità di questi molteplici Alì dagli occhi azzurri.

È un fiume di umanità scalciante, quella che approda, quella che calpesta i nostri asfalti di civiltà. Il maestro Eraldo vuole risalirlo, vuole vederne la foce, ripercorrerne il viaggio. Posare i piedi occidentali in terra straniera, per capire. Non osserva dall’alto, lo scrittore, ma dal mezzo dei suoi ragazzi, sullo stesso gradino. Non insegna, ha voglia di imparare, di avere indietro quanto dato e dare quanto ricevuto. Fa le valigie assieme a Omar e Faris, si fa accompagnare in Marocco, per provare la fatica di immergersi in una realtà straniera, di non poter comunicare là dove si parla un’altra lingua. Prende appunti, tenendo la mano alle sue giovani guide. Si fa allievo e si fa guidare.

Ma il viaggio si svolge anche nella sua memoria, a ritroso. A cercare un viso, una voce da un altrove. La voce di un padre lasciato indietro, negli anni. Ha voglia di riaprirlo, quel dialogo sottratto dal tempo, racchiuso in una scatola di frasi collezionate e non dette. Perché anche il maestro è stato figlio, lontano da casa. E allo stesso modo di Faris e di Omar che tornano per salutare i padri dimenticati, il maestro Eraldo va a bussare ad una porta. Si siede ad un tavolo di poco, cena assieme ai suoi ricordi. Ha bisogno di recuperare quella conversazione interrotta da una partenza annunciata. Ascolta e si fa ascoltare. Racconta, non solo perché il suo mestiere è quello di scrittore, ma perché la storia che ha incrociato, per volontà, per scelta, per miracolo del caso, ha ansia di farsi raccontare, di farsi scartare dal cellophane e parlare.

*

E quell’Africa che non rassicura, intravista sul fondo di un cartellone pubblicitario, ha l’apprensione di svelarsi. Ha desiderio di ospitare pellegrini al suo tavolo. Ha voglia di comunicare, anche solo con lo sguardo, nella sala dei tappeti. Perché, in fondo, la storia è comune. Questi di Amir, di Alì, di Mohammed, un tempo, erano i nostri stessi occhi che reclamavano pane al mondo.

*

Per esprimere la tua opinione e partecipare al dibattito aperto innescato da questo brano:



NOTE
Le immagini in questa pagina sono tratte da un servizio fotografico di Vittorio Colamussi sulla “Città dei Ragazzi” una missione che si occupa di adozione a distanza ad Asella nel cuore dell’Etiopia a 2500 metri di altezza.



BIBLIOGRAFIA
Eraldo Affinati, La città dei ragazzi, Mondadori, Milano, 2008

Milano, 2008-06-27 14:03:07

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«La fame di storia esprime nelle nostre società un bisogno analogo a quello per cui si ricorre sempre più spesso alle pratiche psicanalitiche per la ricostruzione della nostra personalità individuale: un recupero delle nostre identità collettive perdute, della cui coscienza abbiamo bisogno per sopravvivere e per poter confrontarci con altre identità»

(Paolo Prodi, «laRepubblica», 27-09-2004)

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