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OPERE A-Z
Marta Boneschi

Quel che il cuore sapeva, Giulia Beccaria, i Verri, i Manzoni (2004)

'Lessico familiare' e coscienza civile
(Pasquale Vitagliano)

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Dobbiamo a Marta Boneschi ('Quel che il cuore sapeva, Giulia Beccaria, i Verri, i Manzoni') una biografia di Giulia Beccaria e la ricostruzione di uno degli ambienti intellettuali che più ha contribuito alla formazione di una moderna coscienza civile e nazionale

    «Essa nacque dalla Teresa, figlia di Beccaria, di carattere bisbetico, calunniatrice del fratello, con tendenza a metter male intorno a sé, con costumi scorrettissimi in amore, fino a farsi, si può dire, mantenere. (…) Essa fu poco buona madre. (…) Sposa giovanissima ad un vecchio, si innamorò dell’Imbonati, che fece un testamento in suo favore. (…) All’Imobanti fece succedere e anzi associò nell’amore il Fauriel (…). All’amore univa il bigottismo. (…) Questi sono i caratteri più comuni alle famiglie degli alienati»

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ueste sono le parole scritte nel 1898 da Cesare Lombroso. I tratti biografici sono quelli di Giulia Beccaria. Di tutta la sua lunga vita sembra non essere rimasto che questo profilo “vergognoso”. Per tantissimo tempo questa donna è stata considerata degna di menzione soltanto in quanto figlia di Cesare Beccaria e madre di Alessandro Manzoni.

Giulia Beccaria meriterebbe delle scuse, dopo oltre cent’anni di giudizi sommari sulla sua persona. A riscattare il suo destino femminile ci è riuscita Marta Boneschi con il suo libro Quel che il cuore sapeva, Giulia Beccaria, i Verri, i Manzoni. Ne viene fuori un profilo più presentabile ed autentico, quello di “una grande donna della nostra storia, che fu artefice di una famiglia assolutamente moderna, fondata sull’affetto più che sull’interesse e sul lignaggio”.

Giulia nasce a Milano nel 1762. Suo padre è il giurista e filosofo illuminista Cesare Beccaria. Sua madre è Teresa de Blasco. I giovani sposi, lui ha ventiquattro anni, lei diciassette, per sposarsi sono fuggiti via. A quel colpo di testa li ha spinti un amico di lui, Pietro Verri, tanto energico, quanto incerto è Cesare. Quando Giulia nasce nella residenza dei marchesi Beccaria, nella contrada di Brera, i Verri facevano già parte della sua esistenza. Milano è asburgica ma lei prende il nome dalla protagonista di un’opera di Rousseau, Julie d’Etanges. Giulia in realtà è Julie nella città che suo padre e i fratelli del Caffè vogliono conquistare alle idee illuministe d’oltralpe. Nello stesso anno di nascita di Giulia, suo padre Cesare fonda con Pietro, Giovanni ed Alessandro Verri l’Accademia dei Pugni. L’obiettivo è dichiarato, prendere a pugni la paludata tradizione gesuita. E intendono farlo non solo a parole. Due anni dopo, prendendo spunto da un’amabile bottega dove si può degustare la nuova bevanda, fondano il loro giornale, Il Caffè, quattro fogli (stampati a Brescia per evitare la censura milanese), sui quali continuare la loro battaglia tra innovazione e tradizione “che è anche scontro tra padri e figli”.

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Quando conosce Giovanni, il minore dei fratelli Verri, Giulia ha solo diciotto anni. Giulia è appena uscita dal collegio. E’ il 1780. E lei è diventata un cattivo partito. Un figlio da una relazione extra-coniugale sarebbe più tollerabile. Avere un figlio senza essere sposata è “segno di lussuria e disordine sociale”. Le finanze dei Beccaria poi sono dissestate. Giulia deve essere venduta. Dell’affare se ne occupa Pietro Verri, scovando l’ “acquirente” giusto: Pietro Manzoni, lecchese, ricco, vedovo, modesto e di poche pretese, ha quarantasei anni, due in più di Cesare Beccaria. Dopo una lunga trattativa si sposano nel 1782, Giulia ha vent’anni. La relazione con Giovanni può continuare. Nel 1785 nasce Alessandro, prima affidato a balia nei pressi di Lecco e successivamente nei collegi dei padri somaschi di Merate e di Lugano.

Giulia è una donna forte, ha sopportato per anni la sua condizione di subalternità sociale e familiare. Ad un certo punto decide di non subire più, di squarciare “quel groviglio di menzogne che è diventata la sua vita”. Nel 1792 si separa dal marito. E questa volta è lei a trattare direttamente le condizioni. Lascia anche Giovanni, che ha scoperto cinico e dei cui tradimenti è ormai stanca. Alessandro resta con il padre Pietro. Lei segue il suo vero amore, Carlo Imbonati, nobile ricco e colto, prima a Londra, poi a Parigi. Non lo abbandonerà più, fino alla sua morte nel 1805. In quello stesso anno Carlo propone a Giulia di invitare a Parigi il figlio Alessandro. E ad essi lascia tutto il suo patrimonio. In un primo momento Giulia pensa di non accettare, di Carlo lei è solo l’amante, anche se riconosciuta. Ma segue il consiglio dell’amico di sempre, Francesco Melzi d’Eril, veste il lutto, torna a Milano e fa erigere un tempietto in stile neoclassico a Brusuglio per ospitare la salma di Carlo. Giulia ha così perduto l’amore ma ha ritrovato una valida ragione di esistenza per “avere un indomani”. Adesso il suo futuro ha il nome del figlio Alessandro. A Parigi il giovane Alessandro viene introdotto nei circoli intellettuali da una nuova guida, Claude Fauriel. Giulia scopre la passione letteraria del figlio e l’asseconda amorevolmente. Alessando le dona un esemplare del carme In morte di Carlo Imbonati rilegato in pelle verde.

Anche Alessandro non è un buon partito. Giulia lo sa bene e per questo deve fare ricorso ad un “piano matrimoniale”. Ha in mente Henriette o Enrichetta Blondel, “viso d’angelo e volontà d’acciaio”, figlia di Francois Louis Blondel, al quale Giulia aveva venduto il palazzo Imbonati. Alessando ne è entusiasta. «L’ ho trovata gentilissima. Mia madre (…) la trova di cuore eccellente; (…) C’è poi un altro vantaggio che è veramente unico in questo paese, almeno per me: non è nobile (…)», scrive al Fauriel. Nel febbraio del 1808 si sposano, prima con rito civile. Enrichetta è protestante. “Io adoro questo nuovo prodigio della misericordia di Dio nell’avermi accordato questa gran grazia (…)”, recita Giulia. Alla fine è riuscita a costruire una famiglia autentica, fondata sull’affetto. Grazie a questa suo opera trova la fede e si trasforma da giovane ribelle in madre tenerissima e nonna diletta di otto nipoti, “diventando il cuore pulsante della casa dentro la quale prendono forma I promessi sposi . Anche Alessandro si converte al cattolicesimo ed Enrichetta abiura il calvinismo.

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Eppure la gioia non riesce ad insediarsi nella casa di Giulia. Nell’ottobre del 1829 Enrichetta, già da tempo provata nel fisico, si ammala di bronchite. Morirà quattro anni dopo, il 27 dicembre 1833. Alessandro non eredita nulla, egli è solo usufruttuario dei beni della moglie. Il funerale che costa circa 2268 lire lo pagano i figli. “Per ventisei anni è stata l’esempio, la felicità”, per Giulia ed Alessandro è una tragedia. Per i suoi figli le conseguenze sono devastanti. Un anno dopo, muore anche Giulietta, figlia e nipote prediletta. Giulia e Alessandro non si arrendono. Ancora una volta le relazioni della madre sono decisive per la scelta della seconda moglie, Teresa Borri Stampa, trentasettenne, ricca e vedova con un figlio. Si sposano il 2 gennaio 1837. Questa volta però la volitiva Teresa riesce a mettere da parte donna Giulia, sotto lo sguardo assente di Alessandro. “Mentre Alessandro si sveglia presto al mattino per lavorare. Lei non lascia il letto prima di mezzogiorno”, dice la suocera. Il 27 maggio del 1841 muore anche la nipote Cristina. Il 7 luglio muore anche la nonna, a settantotto anni. Giulia viene sepolta lontano da Carlo e vicina ad Enrichetta, diversamente da quanto aveva deciso in vita. Degli otto figli di Enrichetta solo Pietro e Vittoria evitano una fine infelice. Tutto l’amore che Giulia in vita aveva perduto, con Giovanni, prima, e con Carlo, dopo, lei lo aveva riversato sul suo “caro sangue”, sul figlio adorabile, Alessandro. Per questo suo figlio, per quello che egli era destinano a compiere con la scrittura, come il suo cuore le lasciava intuire, lei era stata disposta a “far morire” Julie, la diciottenne, dal “carattere vivo e impetuoso” che aveva sbalordito la Milano illuminista.

Se le città, come le epoche, possono avere una propria “intelligenza”, la Milano dei Manzoni e dei Verri ha rappresentato per il XVIII secolo, ciò che la Torino dei Ginzburg e dei Levi è stata nel ‘900: luoghi in cui intense biografie personali hanno dato corpo in lessico familiare ad una coscienza storica e civile nazionale.

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Per esprimere la tua opinione e partecipare al dibattito aperto innescato da questo brano:



NOTE
Le immagini (dall'alto):
Giulia Beccaria;
Pietro Manzoni
Claude Fauriel
Carlo Imbonati



BIBLIOGRAFIA
Marta Boneschi, Quel che il cuore sapeva, Giulia Beccaria, i Verri, i Manzoni, Mondadori 2004 – 417 pp. € 19.00

Milano, 2008-09-02 21:26:26

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«Per il resto, aveva sentimenti simili a quelli di molti uomini: il sogno sempre deluso di una donna che facesse riposare il suo genio – non osiamo dire gusto e il bisogno di viaggiare, per dimenticare, o stordire, una nullità di cui, a onor del vero, non era ancora molto consapevole.»

(Anna Maria Ortese, Il cardillo addolorato)

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