PER ALBERTO ASOR ROSA, IN L'ALBA DI UN MONDO NUOVO, LA MEMORIA NON E' STRUMENTO MA ARGOMENTO, NON SOLO DOCUMENTAZIONE MA FORMA

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L'alba di un mondo nuovo (2002)


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Alberto Asor Rosa, L’alba di un mondo nuovo
Einaudi, 2002
Supercoralli, 326 p.
Euro 18,00

llustre italianista, storico e critico letterario, Alberto Asor Rosa si cimenta per la prima volta in un’impresa difficoltosa e complessa: sdipanare il filo della memoria, un intreccio complicato di passato e presente, un gomitolo compatto il cui percorso riporta all’indietro fino al suo termine, da dove tutto ciò che è cominciato finisce. Questa è l’operazione compositiva sottesa alla realizzazione di L’alba di un mondo nuovo, il suo primo romanzo.

La vicenda, meravigliosamente intensa, fotografa e imprime nella memoria di chi legge un’Italia lontana, sepolta nell’oblìo della dimenticanza, che rivive attraverso i ricordi e le parole del piccolo Alberto, lo stesso autore bambino che racconta e viene raccontato. La sua storia inizia nel 1933 con i primi giorni di scuola e termina nel maggio del 1945, quando egli, ormai ragazzino, ha vissuto esperienze che lo segneranno per sempre. Lo scenario di questo romanzo autobiografico è l’Italia attraversata da eventi politici cruciali: la guerra, il terrore dei bombardamenti, i soldati disorientati dopo l’Armistizio, la povertà e la fame, l’occupazione tedesca, l’arrivo degli americani e la “Liberazione”, l’agghiacciante scoperta delle Fosse Ardeatine, dove Alberto si reca in compagnia del padre, il lento ritorno alla normalità e l’epilogo con l’annuncio della conclusione della guerra. Il libro ci presenta anche un universo parallelo: Artena, il paese d’origine della madre di Alberto, specchio di un’Italia campagnola, genuina e rustica, distante dai grandi cambiamenti del secolo, ma anch’essa, in un secondo tempo, scossa e tramortita dagli eventi bellici, che trasformano la stessa Artena da luogo di gioie infantili e di contatto con la natura e gli animali in obbligato e indifeso ricovero contro l’avanzare del conflitto.

Lo stile della scrittura di Asor Rosa è semplicemente perfetto con un ritmo calmo e riflessivo ma coinvolgente, il lettore non è mai dubbioso rispetto alle descrizioni, siano esse riferite all’ambiente circostante o ai personaggi, modellati con una forza espressiva impressionante che li rievoca attraverso un loro tratto distintivo, rendendoli vivi e reali oltre la pagina scritta. Basti pensare a Michelino Gagliardi, compagno di scuola del piccolo Alberto, che, dall’alto di due gradini, è più forte dell’oblìo della morte nel suo gesto di stringere vigorosamente la mano all’amico, a garanzia della sempiterna esistenza di un dopo radicato nel ricordo.

La narrazione inizia con un autentico saggio sulla memoria, considerata non soltanto uno strumento del raccontare ma l’argomento stesso del libro che, in virtù della sua incertezza, necessità di immaginazione e creatività per completarsi, perché come scrive, prendendo a prestito le parole di Virginia Woolf, lo stesso Asor Rosa: «memory is inexplicable» [«La memoria è inesplicabile»]. Il primo capitolo è essenziale alla struttura del racconto perché fissa il punto di vista dal quale guardare la storia: la memoria non solo come documentazione di ciò che è accaduto, ma portatrice di una nuova forma, un’aggiunta di senso al passato che contribuisce alla sua ricostruzione, tesa a salvare gli eventi descrivendoli e dunque sottraendoli alla dimenticanza.

L’alba di un mondo nuovo è anche un libro fortemente impregnato dall’elemento cinematografico, un’operazione funzionale al racconto sotto due aspetti: quello storico per l’importanza assunta in quegli anni dal cinema, diversivo ludico o strumento propagandistico, e quello interiore per la sua capacità di volgere, attraverso la macchina da presa, lo sguardo non al presente o al futuro, ma all’indietro, accomunando il pubblico della narrazione, ritratto mentre assiste angosciato alla proiezione cinematografica delle sue sofferenze ancora vive, e il lettore, in qualunque luogo esso si trovi, uniti nella reminiscenza di eventi epocali.

L’esperienza che si configura nel romanzo è senza ombra di dubbio ordinaria: si tratta della vicenda di un bambino proveniente da una famiglia con un padre ferroviere e una madre casalinga, un ambito, dunque, comune, la cui eccezionalità risiede, però, nell’ambientazione della narrazione, un periodo storico di grande importanza che ha influito in maniera determinante sul futuro della nostra nazione. Il riemergere dei ricordi si lega strettamente al dato autobiografico e, proprio in virtù della spinta della memoria, si supera la percezione angosciosa dell’oblìo definitivo di quel passato. La storia personale dell’autore s’intreccia dal punto di vista temporale a quel periodo culminato con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale e le successive tristi conseguenze, una mescolanza di autobiografia e storia che ha reso possibile operare un doppio recupero: intimo, poiché attraverso la scrittura Asor Rosa ha impresso per sempre quel decennio della sua vita, evocatorio di ricordi, persone e immagini la cui dissolvenza era per lui inaccettabile, e collettivo con la descrizione di un’Italia povera ma dignitosa, cattolica ed orgogliosa di cui molti, soprattutto i più giovani, non sono a conoscenza.

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 05 febbraio 2003
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Anna Rita, (xcontex@libero.it), Gattinara, (Vc), 29/11/2003

Non avevo nessuna voglia di leggerlo. Alla fine centellinavo le pagine per non doverlo finire. Una scrittura che mi ha coinvolta emotivamente e che ha dato l'avvio a infiniti miei pensieri, forse dimenticati. In questo libro ho più apprezzato la forma, le considerazioni, i pensieri, rispetto alla storia in sé. Io sono solo una lettrice e cerco il piacere nella lettura. In questo libro l'ho provata.


Carlo Benetti (cbene@libero.it), Roma, 14/10/'03

Libro incisivo,vero,sanguigno.





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