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LA PAROLA DEL TEMPO E DELLA FATICA E QUELLA DELLE COSE, DEI PRODIGI, NELLA RACCOLTA POETICA DI ADRIANO NAPOLI, L'ALBERO DI GIUDA

L’albero di Giuda (2003)



Adriano Napoli, L’albero di Giuda
Edizioni Joker, 2003
181 pp, Euro 12.00

La meditazione umana non può prescindere dall’ambiente circostante, in un rapporto coeso di appartenenza, se non addirittura di osmosi. Wilhelm Worringer lo sosteneva in ragione delle forme rappresentative che esprimono la conoscenza della realtà, l’attinenza ad un luogo, a quel contesto formativo che richiama appunto l’ambiente, dal latino ambire, cioè guardare tutto ciò che c’è intorno.

La raccolta poetica di Adriano Napoli, L’albero di Giuda, procede per linee semantiche, dentro luoghi interiori ed esterni, profusi in silenzi meditativi che consentono la scoperta dell’umana verità che “c’è intorno”. Si svolge un doppio piano di scrittura: la parola del tempo e della fatica, e quella delle cose, dei prodigi. Gli spazi si intersecano e restituiscono una tessitura, un’armonia, un presente dilatato pur nella breve distanza di posti, di scorci, di visuali confinanti.

Napoli racconta la sua memoria: una sorgente che trasporta con sé immagini, suoni e visioni. La rivelazione trasforma il mondo e lo rende docile, empatico («Terra di novembre / da qualche parte c’è un letto caldo / e una stella che ricorda il tuo nome… »). Ecco che l’odore delle cose è una seconda pelle, un qualcosa che rimane e che non potrà essere cancellato, un equilibrio che dalle memoria sorregge la coscienza, l’esperienza. L’albero di Giuda diventa un amico, l’impersonalità che ha un’anima, come spesso succede per i poeti che riescono a far parlare le cose, a rendere gli oggetti e la natura partecipazione vocale, spirito, carne (per fortuna la stagione di alcuni giovani sembra proficua a questa feconda vocazione).

La forza degli occhi guarda e assimila, e quindi l’unità del fenomeno vita è rielaborata in chiave personale, libera. Adriano Napoli ci mette a parte di confidenze, e specie nella sezione del libro intitolata Colloqui con l’albero di Giuda, fa capire che le cose conservano, come in una favola, la stessa memoria dell’uomo («L’albero di Ogliara sa cose di me / più alte del sesto piano / dove in millesimi condominiali / vegeta la polvere catastale che fu mia storia…»). O ancora: «C’era nell’aria una strana gratitudine / e una luce di foglie morenti / forse parlava di noi, tentava di dirci qualcosa / prima di svanire nell’erba folta / pettinata da un tempo che fa tremare…».

Nella prefazione al libro Sandro Montalto parla di un’indagine a tutto tondo che procede accortamente per capisaldi. Adriano Napoli esprime un reticolo di tensioni sempre vitali, e la sua umiltà verso le cose è anche la certezza della sua maturità: partendo dall’io, rintraccia una memoria che attinge alla storia minore, quella della provincia italiana, dei luoghi marginali. La poesia Arte di terra, tra le più belle e riuscite, manifesta una verità di amore e finitudine, di sopravvivenza oltre il terreno confluire degli accadimenti di gente anonima e siservata, ma felicemente immortale («Se mia nonna fosse viva / avrebbe la voce dei miei poeti: / Luzi Eliot Bertolucci»). Proprio la morte, per Napoli, sembrerebbe non esistere, perché la magia della terra (e senz’altro della poesia) rimette in circolazione l’alba della memoria, che non disperde.

La mente vaga tra immagini dormienti, scrive, in un sonno di superstiti. L’albero di Giuda ci fa allora tornare alla mente un verso di Ezra Pound: «Eppure sono stato un albero / ed ho compreso molte cose nuove / che prima erano follia per la mia mente». Quella follia sanata da una iniziazione sensitiva.

A cura della Redazione Virtuale

Milano,25 marzo 2005

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