ALCYONE, DI GABRIELE D'ANNUNZIO, UNO DEI PRIMI TRE LIBRI FACENTI PARTEDELLE LAUDI DEL CIELO, DEL MARE, DELLA TERRA, DEGLI EROI

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Alcyone (1903)



Gabriele D'Annunzio, Alcyone
Mondadori, 2001
Oscar tutte le opere di G. D'Annunzio, pp. 768
Euro 8,80

er capire davvero Alcyone bisognerebbe disporre della prima veste del libro o di una sua ristampa. Ad esempio: il Nono migliaio (Treves, Milano 1917) è di 288 pagine in carta pesante, che producono uno spessore di 350 millimetri; il frontespizio e le illustrazioni sono di De Karolis; le poesie in corpo piccolo emergono da enormi spazi bianchi. L’impressione, nonostante il successo della tiratura, è quella di un libro senza lettori, che esiste per mostrare se stesso.

La politica di D’Annunzio non è una politica realmente asservita allo Stato (e i rapporti con il Fascismo furono solo formalmente cortesi, e più che altro legati a ragioni di immagine, per il regime, e di denaro, per il poeta). Un libro come Alcyone vuole essere, più di tutto, un segnale di auto-politica. Cioè il suo vero tema non coincide con l’apparenza: l’estate, la Versilia, l’amore per Ermione-Eleonora Duse. Questi elementi sono tematici, quindi necessari a riempire la vera intenzione, che è assolutamente linguistica e che di per sé è come vuota, positivamente.

Poesie come La pioggia nel pineto, L’onda, Undulna sono in realtà occasioni per manifestare una perizia che sfrutta il lessico senza essere lessicologica (e quindi senza essere semantica); ma che combina sostantivi e verbi tenendone presente il valore fonico (per aggregazione, per ripetizione, ecc.) e l’evocatività. La possibile parafrasi di versi come «la pioggia cade / su la solitaria / verdura / con un crepitìo che dura / e varia nell’aria» sarebbe banalissima, proprio perché inutile. Queste parole sono «fresche» al di là della ragione.

Dopo che Adamo impone il nome alle cose la realtà è descritta. C’è interamente, in quanto ogni cosa ha un nome, che è il proprio. Quello che si può fare di nuovo, all’interno di una realtà descritta e finita, non è la realtà ma la sua descrizione: in questo modo i nomi saranno segnali di cose visibili e i verbi avranno, come i nomi, un valore fonico. In più, l’insieme verbale rappresenterà l’azione, in generale: quindi il legame (le forme di attività e passività) delle cose con altre cose, raccolto dal soggetto che le percepisce.

Si tratta di scelte profondamente irrazionali, e legate a un modo orfico di trattare la parola (i Canti di Dino Campana devono molto alla lezione di D’Annunzio; e la superano, nello stesso tempo, perché la scindono dal mito del superuomo dannunziano; Dino immagina in se stesso quello che Nietzsche realmente voleva: un oltre-uomo, religiosissimo ma senza “Nessun Dio”).

I Canti orfici appaiono in una prima edizione povera, che contrasta con il fasto di D’Annunzio; certo, si tratta di contigenze pratiche (stampa povera, il povero e borderline autore marradese, ecc.), ma anche di un segno: il nuovo appare in tutti i sensi, anche nella grafica con cui si mostra. L’occhio accompagna l’orecchio, quindi, e in D’Annunzio l’orecchio deve godere quanto l’occhio: è un segno moderno, ma chiamarlo solo sinestesia è riduttivo e troppo razionale. Si tratta di uno charme, l’incanto magico, che si riappropria della sua origine latina: carmen, poesia, canto.

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 2 settembre 2004
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