ALLA CIECA, CLAUDIO MAGRIS RACCOGLIE IN UN POEMA LE VOCI CHE POPOLANO LA NARRAZIONE

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Alla cieca (2005)



Claudio Magris, Alla cieca (2005)
Garzanti, Milano 2005
pp. 335 Euro 18,00

«Con gli occhi di Medea»

concerto e spiazzamento, disagio e impotenza sono le sensazioni, che prova alla fine il lettore dell’ultimo romanzo di Claudio Magris; romanzo-Argo dalle cento voci - «altre voci, la stessa voce, un’eco senza fine parla della fine» -, al posto dei cento occhi, che proteggono e custodiscono chi?, che cosa? quale enigma? Basti pensare all’incerto timore reverenziale di Eugenio Scalfari (Se il mondo è un delirio, in «La Repubblica», 19 maggio 2005) che, dopo aver ipotizzato un riferimento intertestuale a Joyce e a Musil, alla fine quasi si scusa della sua lettura, ribadendo, comunque, che il libro, e quindi la sua esegesi, appartiene tanto all’autore quanto al lettore, e ci lascia con i suoi dubbi e i suoi interrogativi: «Quale trauma, quale nevrosi, quale disperazione nascosta sotto il controllo dello stile e dei pensieri si è impadronita di quella mente? Quale grumo di dolore s’è sciolto su quelle pagine? Quale – se c’è – l’operazione letteraria che l’autore ha affidato all’opera sua, al di là del lamento urlato da un pozzo senza fondo?». Domande dalle difficili risposte, in quanto per questo romanzo blindato – “Basta col ‘santino’, in cui mi avete incorniciato!”, sembra dire l’Autore – è difficile trovare una chiave ermeneutica: forse, un’ipotesi, quando il dolore esistenziale e storico s’innerva nel dolore personale, può creare una miscela che esplode in una conflagrazione cosmica, che investe anche la metafisica e l’eternità, dove la luce è talmente abbagliante da trasformarsi in tenebra, il nulla. D’altronde, se il romanzo è stato pubblicato, come scrive Scalfari il lettore ha il diritto di cercare di capire, anche se l’impresa e ardua, per cui procedo con molti tentennamenti, dato che tutto, non solo le diverse ‘voci’, in esso si moltiplica. Ad esempio: Argo, la nave degli Argonauti, presenti nel romanzo attraverso la narrazione di Apollonio Rodio; Argo, figlio di Medea, trucidato dalla madre, per vendicarsi di Giasone,il deuteroprotagonista; Argo il fedele cane di Ulisse, allora ci troviamo di fronte all’unica odissea possibile nell’odierna totale sozzura e cloaca, che sono il mondo, la storia, la vita. Non mi sono lasciato prendere la mano: ho voluto dimostrare come ogni ipotesi interpretativa nel momento, in cui sembra avvicinarsi a cogliere un filo conduttore, ad abbozzare un’ipotesi, si sfalda tra le mani; come tutto quello che uno aveva creduto di aver intuito viene rimesso in discussione proprio nelle righe finali del romanzo, quando quello che ritenevamo lo stesso personaggio (Cogoi – Ulcigrai) si sdoppia in due figure diverse, e allora al lettore viene il dubbio che Cogoi sia un anagramma di Gioco e che l’autore abbia voluto divertirsi con lui, coinvolgendolo in un gioco perverso, come in una roulette russa, dove, quando ti sembra di afferrare un significato, il proiettile giusto, rimani fulminato e non hai più niente da capire e da scoprire: gioco e ironia: «Un po’ d’ordine, d’accordo, stavo giusto per dirlo, anche perché altrimenti mi perdo io per primo».

Non sono convinto, come scrive sempre Scalfari, che questo sia un romanzo mitteleuropeo, con tutto ciò che di culturale e di spazio-temporale implica questa parola: paradossalmente, il caos narrativo esprime una moderna classicità, un’epica che è possibile raccontare solo nella forma delirante e irradiante, in cui Magris l’ha narrata: è vero che ha l’autore dato espressione letteraria all’affermazione musiliano, per cui «l’io è un delirio dei molti», ma è pur vero che un aedo, simile al cieco Omero, c’è ed è una voce postuma, che raccoglie le tante voci che popolano la narrazione e cerca pazientemente di ordinarle e unificarle in un poema, che non cela le cuciture e gli strappi e neppure la mescolanza e l’intreccio di variazioni diverse sulle stesse leggende e storie.

Un protagonista, con tanto di data di nascita, 10 aprile 1910, c’è ed è Salvatore dal cognome multietnico Cippico,Cipiko, _ipiko, e nel golfo da Trieste all’Istria, come il «greco mar» di Foscolo, si colloca la sua patria reale e ideale, materna e generatrice del mito, che ha il suo centro nell’isola di Lussino-Zacinto, dalla quale è stato esiliato - da chi e da che cosa proveremo a capirlo -, per cui libera la sua furia distruttrice, rivelandoci il volto di volgarità, crudeltà, sozzura di una storia e di una vita ’desacralizzata’, cui sono stati sottratti i viaggi fantastici e il mito, priva del sentimento della Bellezza, senza la quale dilaga solo il negativo, la Morte in primo luogo: alla ‘cieca’, in effetti, può alludere alla mancanza di centro della narrazione, ma a me pare soprattutto una dedica epigrafica (una ‘voce’ scrive le epigrafi sulle lapidi): ‘dedicato alla cieca’, alla Morte, che «è un vecchio pirata guercio, non vede davanti a sé e grida i suoi ordini alla cieca». Il protagonista ha subito una Waterloo, battaglia, cui una ‘voce’ dice di aver assistito e di aver visto l’incarnazione della Morte: «Nelson accosta il cannocchiale all’occhio bendato, guarda la strage con l’occhio sbagliato, chiuso, vede solo nero… la benda è comoda, aiuta a chiudere un occhio sul mattatoio», e semina qua e là tracce del sé, che motivano la sua ribellione: «sto invecchiando di colpo anch’io […] solo il sorriso di Maria – denominata anche Marie, Mariza - non può invecchiare, margherita nell’alba»; più che di una anagrafica, si tratta di una vecchiezza psicologica - «la mia infanzia e la mia adolescenza, la mia giovinezza sono finite presto» - , in quanto «ci sono tante cose nella testa di un uomo. C’erano, perché te le portano via, ti svuotano; quelle lastre nere (radiologiche) striate di filamenti bianchi come stelle cadenti nel cielo notturno, che portano il mio nome sono lo spazio vuoto e buio che c’è nella tua testa dopo che per tutta la vita ti hanno portato via tutto. Quell’oscurità lattiginosa, quei grumi fluttuanti nell’infinito sono io – se questo è il ritratto di un uomo, si può raccontare la storia, ha una storia, una vita, questa poltiglia? Ma allora Maria, bianca margherita nella buia radura, i suoi occhi obliqui, teneri, ironici… quelle stelle scure, lucenti nella notte…»: un percorso lineare, parrebbe. Ma… anche l’aedo contemporaneo è cieco – e come tale veggente, capace di penetrare la realtà oltre l’apparenza dell’informatica, della clonazione, della pappa del cuore – se pur d’una cecità particolare: «quando scrivo, e anche adesso che ci ripenso, sento come un brusio, parole smozzicate che intendo a metà, moscerini che vengono tutti a ronzare intorno alla lampada sul tavolo e che devo continuamente scacciare, per non perdere il filo», per cui si mescolano biografie e autobiografie, scritti religiosi e sermoni preparati - da un internato nel Centro di igiene mentale di Barcola, da un galeotto, da un recluso, da un displaced man? – per il reverendo Blunt, che tuona: «Non abbiate paura del mare amaro, luogo di ogni sventura, perché è l’amaro del vostro cuore che vi porge il veleno della morte, è il vostro cuore corrotto il luogo della vostra rovina, è quello il mare che può farvi affogare»; tempi – 1800 e 1900 – e luoghi, dall’Islanda all’Australia, diversi, con personaggi dai nomi diversi: Jorgen Jorgensen, Tore, Jan Jansen, Nevéra e tante altre ‘voci’, ognuna funzionale a dimostrare che «il mondo è una grande balena e io sono nel suo ventre… vomita tutto fuori, anche me, un brandello di lordura che galleggia sull’acqua e viene buttato sulla spiaggia […] Il mare è la vita, la pretesa tracotante di vivere di espandersi, di conquistare – dunque è la morte, la scorreria che depreda e distrugge, il naufragio».

Ma come? Che fine hanno fatto «quelle meravigliose spiagge dell’isola adriatica», dove ha amato «il mare più della donna, prima di capire che sono la stessa cosa»?; senz’altro orribile se, verso la fine, il postumo o morto parlante nell’emisfero australe afferma, quasi una sorta di rimozione, di amare quel «mare più mare degli altri, perché senza memoria». E’ accaduto che distrutti i viaggi di avventura, scoperta, formazione (Salgari, Verne, Stevenson, Melville, Conrad) e i grandi miti omerici, morta Venere, sulla terra è scesa una grande desolazione e il cuore è diventato una «putrida discarica», perché è sopravvissuto un unico crudele feroce mito, quello di Giasone e Medea, simulacri dell’inganno, della violenza e della crudeltà del Novecento - ma la distruzione investe retroattivamente i libri d’avventura: schiavismo, colonialismo, sangue tanto sangue – con i suoi Gulag e Lager, la tradita idealità di una militanza dietro la bandiera rivoluzionaria (da intendersi soprattutto come impegno etico e civile), trasformata, ad opera dei ‘diploidi’, in notarile oppressione, persecuzione, incarceramenti, soppressione degli stessi militanti, così come il ‘vello d’oro’ aveva rivelato il volto meschino e la sete di potere di Giasone, allegoria dei dittatori e dei burocrati, e l’isola felice era stata trasformata in Isola Nuda, Calva o dei Morti col gulak di Goli Otok.

Un mito ha cacciato un altro mito: una variante del mito degli Argonauti racconta che essi avrebbero navigato lungo il Po, di fronte alla cui foce, sull’altra sponda dell’Adriatico, si trovava Eea, l’isola di Circe, ora chiamata Lussino, e che sarebbero stati bloccati dai sudditi di Eete alla foce dell’Istro, che non è il Danubio, ma il piccolo fiume che dà all’Istria il suo nome; a sua volta la Colchide sarebbe un errore, in quanto si alluderebbe a Calicaria, sul basso Po. L’sola felice deflorata ha partorito un mostro: «la storia è un tavolo operatorio per chirurghi dal polso fermo […] è un cannocchiale accostato all’occhio bendato»; «Il Leviatano tiene la creazione tra i denti come pezzi di carne e se ci facciamo tutti agnelli saremo divorati dai lupi», che corrode anche la metafisica, le religioni, lo stesso cattolicesimo – una ‘voce’ sembra talora dialogare e polemizzare con Dio stesso -, in quanto «il cristianesimo è la vera religione della natura, perché mostra senza veli la morte e la putrefazione di tutte le cose, anima immortale compresa. […] La verità cristiana non è quel miele con cui le sirene pagane stordiscono il navigante e lo fanno perire nei gorghi profondi… è un farmaco che guarisce, ma è amaro come la morte, come il mare (perché) il porto è la morte».

L’Islanda, il brevissimo regno di Jorgen Jorgensen – poeta vissuto a cavallo dei secoli XVII-XVIII, che voleva donare giustizia e benessere ai suoi sudditi e viene condannato ai lavori forzati: «ho costruito un mondo che mi è crollato addosso» – è la metafora della perdita dell’isola primordiale, che rimaneva intatta in mezzo alla irrequietudine del mare, divenuta isola maledetta, circondata minacciosamente da ambigue acque, simbolo anche di ritorno al preformale, rinascita, vita, creazione, ma che ora hanno assunto solo la denotazione della morte e della distruzione; isola maledetta in acque scure, liquame, ‘oceano inferiore’, proliferazione della potenza irrazionale del cosmo e della vita istintiva, del quale la Morte è il primo navigatore.

La voce postuma narrante non si sottrae alle sue responsabilità; certamente la storia ha le sue colpe, ma questo onnivoro e delirante senso di morte che lo possiede è stato generato non dalla perdita di Maria, Marie, Mariza, ma dal fatto che «l’ho lasciata a terra, ho perso il suo volto. Sparisce nel mare degli anni e degli eventi e insieme al viso inabissato nei flutti sprofondo e mi perdo anch’io; non sono più nessuno, ma questo non mi aiuta a sfuggire il ciclope, l’occhio nero accecato punta su di me»; ha capito che «la donna è il nostro scudo e lo abbiamo frapposto fra noi e la vita, a prenderne i colpi. Mio grande scudo, Maria – Marie, Mariza – finchè l’ho imbracciato ero salvo, ma ho avuto paura, l’ho lasciato cadere […] ogni volta che la morte stava per raggiungermi, ho lasciato cadere l’amore, un pezzo del mio cuore; l’ho gettato al branco famelico alle mie calcagna, sono fuggito più leggero (perché) la sporcizia portata da soli è più facile, è meno rischioso che vivere ed essere felici in due»; senso di colpa che sopravvive in forma di polena, «che sopra di me cambia volto, un volto sfrontato e venerando, grandi occhi elusivi e bocca imbronciata di donna che sorride di un piacere protervo e invita a dormire ai suoi piedi», non più nella radura accanto alla margherita.

Probabilmente, il romanzo, come in Dei sepolcri di Foscolo, ha la stessa funzione del pianto riparatore e sconsolato di Giove di fronte all’ineluttabile perdita di Elettra: «E ne gemea/ l’Olimpio; e l’immortal capo accennando/ piovea dai crini ambrosia su la Ninfa,/ e fe’ sacro quel corpo e la sua tomba». Certamente, deposti gli occhi di Venere e assunti quelli di Medea, dal cocchio trainato da serpenti, ctonia e legata agli orripilanti sacrifici e riti iniziatici della Grande Madre, Magris ci ha dato l’unica possibile terrificante rappresentazione del mondo contemporaneo: un’ebete e sanguinaria cloaca.

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 10 giugno 2005
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