CON IL SUO LIBRO L'ALTRA SARDEGNA, ANGELO MUNDULA CI MOSTRA UN VOLTO INEDITO DELL'ISOLA

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L'altra Sardegna (2003)


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Angelo Mundula, L’altra Sardegna
Spirali, 2003
Letteratura, linguistica, semiotica, 170 pp.
Euro 25,00

n volto inedito della Sardegna ci mostra Angelo Mundula col suo ultimo libro: insieme di descrizioni e riflessioni sedimentate nel corso di decenni. E si dissolve, durante la lettura, la maschera patinata — mercantil-vacanziera — che all’isola si sovrappone da tempo, e quella etnica non meno falsa, se non caricaturale, fonte di malintesi e pregiudizi. Ecco allora affiorare, dell’“altra Sardegna”, un volto dai tratti ben più credibili, in fondo non così disdicevoli, in fondo non così nobili.

Angelo Mundula, che vive a Sassari svolgendovi la professione di avvocato, è prima di tutto poeta, un poeta fuori da correnti, scuole, tendenze; soprattutto, fuori dalla tradizione letteraria regionale (1). È autore di nove raccolte di poesia (Il colore della verità – Rebellato, Padova 1969; Un volo di farfalla – Giardini, Pisa 1973; Dal tempo all’eterno – Nuovedizioni Vallecchi, Firenze 1979; Ma dicendo Fiorenza – Spirali, Milano 1982; Picasso fortemente mi ama – Nuovedizioni Vallecchi, Firenze 1987; Il vuoto e il desiderio – Prova d’autore, Catania 1990; Per mare – Amadeus, Cittadella di Padova 1993; con Giorgio Bàrberi Squarotti e Giuliano Gramigna, La quarta triade – Spirali, Milano 2000; Americhe infinite – Spirali, Milano 2001). Ha collaborato con importanti quotidiani e riviste nazionali, compreso il foglio del Vaticano, «L'Osservatore Romano», per il quale continua a scrivere da circa vent’anni. Compare in prestigiose antologie italiane e straniere; è stato tradotto in molti Paesi europei.

Il libro raccoglie una selezione dei numerosi interventi — articoli, saggi, note e recensioni — incentrati sulla Sardegna e pubblicati nel periodo che va dalla fine degli anni Settanta agli inizi degli anni Novanta su «Il Giorno», «Il Corriere della Sera», «La Stampa - Tuttolibri», «L’Osservatore Romano», «La Gazzetta di Parma». Ma vi sono, nel libro, anche poesie tratte dalla sua ultima raccolta, Americhe infinite e, in appendice, alcuni giudizi critici su Mundula poeta e saggista, espressi da importanti poeti e critici, tra i quali, Mario Luzi, Carlo Betocchi, Ferruccio Ulivi, Franco Loi, Achille Serrao, Giorgio Bàrberi Squarotti, Alberto Cappi, Stefano Jacomuzzi, Giuliano Gramigna.

A tutto tondo, dunque, si parla di Sardegna: cultura, attualità, economia, costumi, lingua, trasporti, e via dicendo. Informazioni e riflessioni che, come già detto, ci rivelano una dimensione insolita e convincente della realtà sarda, a cominciare da quelle che riguardano scrittori come Salvatore Satta (2), Grazia Deledda, (3) Sebastiano Satta: acute e autorevoli, per il lungo magistero poetico e critico di Mundula, il vasto orizzonte comparativo, la conoscenza profonda della sua isola (4).

Affiora da questi scritti il coraggio e la spassionata lucidità intellettuale di chi prende sempre, comunque, posizione, anche su temi assai ardui, e oggetto d’infinite diatribe, come quelli identitari, e quelli che affrontano il problema della lingua, e della cultura sarda in genere. Una lingua — «che non esiste come lingua codificata e unificata ortograficamente […], parlata da un numero percentualmente assai ridotto di individui», sostiene l’autore — da amare e da valorizzare ma non da imporre, magari, per legge («Pensare di chiudere i confini dell’isola per assicurare una sorta di immortalità alla cultura locale, a quella che vien detta sardità, è un progetto estremamente dannoso per la Sardegna») (5) (6).

Un universalismo autentico, il suo, figlio di un umanesimo che professa aperture, e non chiusure, e entropie culturali che finiscono, purtroppo, per svilire anche cose e valori di per sé positivi.

La scrittura di questi interventi è attenta, precisa e rigorosa nel ragionamento e nell’analisi, ricca nell’argomentazione e nei riferimenti, granitica nelle conclusioni.

Talvolta, la scrittura si scioglie in prosa leggera — ma non meno incisiva — e la riflessione cede il posto alla descrizione, all’evocazione: come quando si racconta, ad esempio, della mattanza dei tonni («L’antico rito della mattanza. Per uccidere il tonno corrida in mare»), sicché le immagini, i suoni, i colori esprimono felicemente e in altra forma il sentimento e il pensiero del poeta.

Meditazione e sguardo che illumina e soppesa cose, persone, fenomeni, sono queste pagine che integrano la preminente attività di Angelo Mundula, mostrandoci — così come avviene per molti grandi poeti — l’inscindibilità dell’esercizio poetico dalla dimensione umana e intellettuale; entrambe, sempre, comunque, difficilmente coglibili nella loro esatta misura: riteniamo, per la generale, dilagante distrazione, e… distanza.


NOTE

(1) “...ogni scrittore è uno scrittore senza radici: parte come dal vuoto o come uscendo da un tunnel” sostiene infatti Mundula riferendosi agli autori sardi (Chiudiamoci nel nuraghe, ma poi?).

(2) “Satta era quel che si dice “un uomo morale” che aveva, sì, passato la vita “divorando biblioteche intere” (non solo, evidentemente, giuridiche), ma non cessando mai di meditare sul “mistero” della vita, del processo e della morte, di questa soprattutto, che fu, com’è stato scritto, la sua grande ossessione. In realtà egli non cessò mai di inseguire la verità, come uomo, come cristiano, come giurista, senza mai perdere di vista i valori fondamentali della vita…” (Salvatore Satta, giurista e romanziere).

(3) “…quel modo schivo e timido, dignitoso e severo, che è stato il suo abito morale, il suo stile interiore.” (Grazia Deledda, innamorata e populista)

(4) “L’assertività” osserva giustamente Giuliano Gramigna riferendosi a Mundula, in un suo intervento sul Corriere della Sera, “non vi diventa prevaricazione, ma si avvolge di una discrezione limpida, che significa pensare fortemente le proprie ragioni al cospetto (col rispetto) di quelle altrui. Ogni effetto di persuasione sarà effetto di stile, magari schermato…”

(5) Sembra condividere, Mundula - a proposito di frequenti richiami che si fanno, in Sardegna, circa una presunta “età dell’oro” della dignità etnica - quanto sosteneva Borges: “Bisogna far uso della ragione, poiché essere favolosi e mitici è una tentazione…” (Jorge Luis Borges – Altre conversazioni con Osvaldo Ferrari – Tascabili Bompiani, 2003.

(6) E la “mancanza, pressoché totale, di una critica militante e nella persistenza, invece, di un tenace provincialismo della nostra intellighenzia (qui davvero assai poco intelligente) che tende a ostacolare e, addirittura, a cancellare – come se si fosse nell’unione Sovietica degli anni più bui – i nomi, pur notevoli, a essa sgraditi. Fenomeno purtroppo non solo sardo ma qui avvertibile, come si diceva, con connotazioni particolarmente accentuate, spesso al limite dell’illecito.” (Conclusione, ovviamente provvisoria)

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 19 novembre 2003
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