L'amorosa inchiesta, romanzo epistolare e autobiografico di Raffaele La Capria

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L’amorosa inchiesta (2006)



Raffaele La Capria, L’amorosa inchiesta
Mondadori 2006
Scrittori italiani
124 p., Euro 16,50

o sciacquio dell’acqua tra gli scogli, che saliva dal mare, mi sospinse per un po’ lontano dall’immediatezza del presente. Ero quell’acqua e scivolavo anch’io per misteriosi e bui canali sottomarini. Poi la sua mano cercò la mia, se la portò sul petto: “Senti come batte” disse». Si potrebbe ritornare all’esordio di Un giorno d’impazienza, il libro che Raffaele La Capria pubblicò nel 1952; si potrebbe ritornare a quel battito che, pagina dopo pagina, diventava il ritmo stesso della scrittura (al punto da renderla misteriosamente «viva», sussultante appunto), per capire un poco più a fondo quest’ultimo L’amorosa inchiesta. In mezzo ai due libri ci sono oltre cinquant’anni di vita e di scrittura (e quindi cambiamenti, scoperte, correzioni e nuove partenze). Eppure nel primo romanzo già c’era, tutta di La Capria, la capacità di modulare la pagina su misteriose partiture interne, «fisiologiche»: pulsazioni cardiache, respiri, battiti di ciglia. La fisicità del mondo, scossa e processata con ostinazione gentile dall’analisi intellettuale, offriva già allora a La Capria materia per una narrazione rapida, acquosa – da seguire con il fiato corto. In Un giorno d’impazienza sembra che le parole vengano suggerite a chi scrive dal modo come tremano polpastrelli di ragazzo sopra un corpo di ragazza. Ecco perché lo si legge con un groppo in gola, un groppo che non si scioglie neppure a libro chiuso: quasi che la sostanza letteraria avesse per forza da scavalcare i confini di carta e, come mercurio fuori dal termometro, imporre all’immaginazione del lettore la sua prepotente «vivezza», il suo palpitare di cosa viva. D’altra parte la preoccupazione di La Capria è stata sempre quella di tenersi alla larga da una letteratura staccata dalle cose nominate, di evitare di percorrere i sentieri dell’astrazione lontani dalla consistenza del reale. Per capire («scrivi del tuo doloroso capire tutte le cose» diceva Parise in una lettera a La Capria nel ’71, da Salgareda), lo scrittore napoletano necessita di un contatto con le cose: sa che quel contatto lo ferirà di nuovo, o riaprirà antiche cicatrici, però sente di non potervi rinunciare. «Il contatto era la scintilla che scattava tra il polo positivo e il polo negativo, era quello che come in una pila metteva in moto l’energia e l’inventiva», si legge ne L’amorosa inchiesta. L’autore sta rievocando i tormenti del suo primo amore: e il miracolo è questo approdo a una riflessione generale che non cancella il «particolare» (questione di pelle e ormoni) da cui nasce, ma lo comprende (e lo supera) in un orizzonte più ampio.

Così accade nelle pagine di questa bellissima Amorosa inchiesta, dove a essere indagate non sono le teorie o i concetti (sulla vita), ma respiri, batticuori, luci e fatti in cui la vita rapidamente si rivela e si è rivelata alla coscienza, senza tuttavia farsi afferrare. Per questo, le pagine di La Capria non raffreddano l’esperienza vissuta, ma si scaldano e tremano di essa, come vi fossero ancora immerse. È come se la mano maschile che la ragazza Mira si portava al petto («Senti come batte»), la mano di chi diceva «io» in Un giorno d’impazienza, fosse rimasta indenne dal tempo, conservando lo stesso esitante, trepido desiderio di «sentire» il cuore proprio, l’altrui, e il cuore delle cose – anche se scotta, anche se fa male. Quella mano è la mano dello scrittore La Capria: la mano di un «absolute beginner», di uno che ricomincia sempre da capo, come un adolescente saggio che aspetta di capire: e «il racconto è proprio questo capire, è un capire diverso».

Se si dovesse dire con che cosa fa i conti, stavolta, il nostro «absolute beginner», e dove la sua inchiesta amorosa va a cercare, bisognerebbe parlare di quello spazio sottile e oscuro che, disegnato da sguardi, gesti, parole (o silenzi), si frappone ai corpi, ostacola il loro avvicinarsi, decidendo così i rapporti umani. Si chiama «distanza»? Non importa come si chiami; importa che qui La Capria faccia sentire al lettore come vivere sia anche (forse soprattutto) un tentativo di sbriciolarla, la «distanza», a forza di carezze e, quando non ci riesce, di parole, per quanto goffe e insufficienti siano.

Dove possono congiungersi e si congiungono veramente due identità (quella di un uomo e una donna, quella di un padre e di sua figlia, quella di un figlio e di suo padre)? Dov’è che possono abbandonare la loro incompletezza e non sentirsi più straniere? E ancora: in che modo possiamo fare funzionare i sentimenti affinché essi «producano» qualcosa? La Capria prova a rispondere in un racconto a tre tempi che prende forma di lettera, perché le lettere sono scritti accorcia-distanze in cui i destinatari sono parte in causa. Nella lettera che apre il libro, l’autore riavvicina il periodo dell’adolescenza napoletana, e con essa l’amore, il primo, che non riuscì a trovare spazio e respiro nell’intrico di fragilità e tormenti degli anni verdi. Da questo ritorno sui propri passi incerti, viene fuori un emozionato ritratto dell’artista da giovane: la miscela esplosiva di sensibilità, intelligenza e senso di inadeguatezza gli allargava crepacci sotto i piedi – rendendo faticoso l’avvicinarsi dell’«escluso» (così l’io narrante definisce sé stesso) all’«inarrivabile», Elène. «Chi non si ama come può ammettere che altri lo ami?» è l’interrogativo attorno a cui ruota tutta la lettera, che sembra indirizzata non a Elène com’è, ma a Elène com’era, con il suo abbagliante sguardo azzurro. Il passato non è passato, o forse addirittura «non esiste» come dice, sbuffando, Moravia in una pagina di Garboli. Così non conta sapere se ieri o l’altroieri è accaduto quell’evento; conta il peso che ha acquisito in noi, sembra dire La Capria in L’amorosa inchiesta: conta il senso che il tempo gli ha attribuito. Perché in fondo che cosa c’è, di «passato», nella storia di Elène? Insieme ai calendari sono cambiati i ruoli, o i luoghi: ma il viso di lei è – e resta – «come la luna che s’accosta alla terra, sempre più, sempre più, fino all’urto, alla catastrofe inevitabile». Lì si sbriciolava ogni distanza, ma non nel modo come si immaginava: le cose non sono andate come dovevano; le cose non vanno mai come dovrebbero. Ché l’imperfezione (ereditata?), l’errore, il difetto stanno sempre lì, incombono, si addensano all’orizzonte: così accade che quella immaturità che si credeva annidata nella giovinezza, persista invece, dando notizie di sé dentro ogni età, anche se in modo diverso.

Le altre due lettere, alla prima figlia e al padre, La Capria le affida a un io che cerca di scavare nelle sue zone d’ombra, negli sbagli compiuti per impazienza o per quella «sottile perversione della volontà» legata «alla parte oscura e negligente di ognuno». L’uomo che scrive si accorge di un quasi impercettibile mutamento di ruolo e di voce: sta parlando a sua figlia con tono di figlio; sta scrivendo a suo padre, che non c’è più, con tono paterno. Un’ansia di protezione, da ricevere e da offrire, fa indugiare l’io narrante sui luoghi in cui si annoda la memoria familiare, poiché anche odori, sapori e rumori tengono uniti: «amavi anche tu – si legge nella lettera alla figlia – le grotte del palazzo, il tufo muschioso delle sue fondamenta che l’acqua lambiva, il sapore acre della patella, e ti eri anche tu addormentata nella mia stanza cullata dallo sciacquio delle onde che s’infilavano tra gli scogli». Lo stesso sciacquio di Un giorno d’impazienza, lo stesso scrivere sapiente e ritmato: quasi a segno di una coerenza perseguita negli anni e nei libri (pur diversi, ovviamente, fra loro, per struttura e temi). Quella coerenza che oggi fa avvertire a La Capria la necessità di un’autobiografia condotta per approssimazioni, che sia prima di tutto e soprattutto «una forma e un mezzo di conoscenza».

E forse i libri del futuro saranno così, saranno come questa Amorosa inchiesta; saranno diari (o blog) dove a spingere e sostenere il racconto c’è la verità del vissuto, in grado di superare ogni «fiction» (letteraria, cinematografica o televisiva non importa) – a patto però che chi si racconta abbia coraggio e fiato anche per auto-aggredirsi, per processarsi e processare la propria immaturità di essere umano. Come fa Raffaele La Capria, in queste tre lettere che spedisce anche a se stesso e alla sua interiorità, raccolte in un libro che affascina, spezza il respiro, commuove.

A cura della Redazione Virtuale

22 luglio 2006
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