L'ANONIMO LOMBARDO - ROMANZO EPISTOLARE DI ALBERTO ARBASINO (NEOAVANGUARDIA) - DA GADDA ALL'ANTIROMANZO

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L'anonimo lombardo (1957)


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Alberto Arbasino, L’anonimo lombardo
Adelphi, 1996,
Biblioteca Adelphi, 205 p.
Euro 14,46

i rimane un po’ sconcertati, cominciando a leggere L’anonimo lombardo, un romanzo molto importante che Alberto Arbasino pubblicò nel 1957. Si tratta di un romanzo epistolare, 49 lettere scritte nel corso di un anno, il cui flusso si sincronizza a partire da una memorabile interpretazione di Maria Callas, nella Medea, di Luigi Cherubini, alla Scala di Milano, sotto la direzione di un Bernstein «debuttante». È il 10 dicembre 1953.

Possiamo immaginarci il protagonista de L’anonimo Lombardo, come il tipico esponente della neoavanguardia, come veniva percepito da gran parte dell'ambiente letterario di quegli anni: «Sono aperti, apertissimi. Possono fare per esempio i professori universitari, giacché la carriera universitaria è sempre la carriera universitaria. Ma anche fare nel contempo gli artisti di soffitta, affrontando tranquilli tutte le conseguenze che da ciò sempre deriva, ovviamente “sul piano esistenziale”, anche questo possono permetterselo. Perché no? [...] tutti aggiornati, anche fisicamente, nel taglio di capelli e nelle barbe, nelle giacche e nelle brache di velluto, nei camiciotti a quadrettoni, tutti così “artisti”, così “irresponsabili” così innoquamente “arrabbiati” o gelidi, comunque sempre chic... ». Sono parole di Giorgio Bassani, che dirigeva la redazione di Roma della casa editrice Feltrinelli. Insomma, una provocazione insopportabile, non solo per i benpensanti, ma anche per la “gente del mastiere”.

L’estensore delle lettere, infatti, l’io narrante, è un intellettuale, frequentatore del loggione e omosessuale. Probabilmente insegna all’università. Forse è ancora un assistente. In realtà, passato lo sconcerto delle prime pagine, si intuisce che, sia il protagonista, sia la storia che affiora dalla corrispondenza (un amore ricco di trassalimenti e di sospiri), sia i personaggi, non improbabili ma insoliti, sono un pretesto per sviluppare un discorso sulla letteratura, e questo a sua volta concorre con l’intreccio a comporre un romanzo che si scosta dal concetto tradizionale del termine.

La vera intenzione del libro prende quota all’altezza dell’undicesima missiva, quando, nel mezzo del resoconto di una gita a Bergamo, ad incontrare «i suoi», appena dopo aver riferito di come anche la zia voglia bene al ragazzo, il romanzo sconfina improvvisamente nel metaromanzo.

«[...] la conclusione è che solo uno scaltrissimo story-teller [...] potrebbe affrontare oggi una storia di “boy meets girl”, o anche “meets boy”, io dopo quella strada “elegante” che Moravia dopo la guerra non ha più seguita, guardo piuttosto a Scott Fitzgerald, come ha rivelato stilisticamente una generazione “d’epoca”; anche magari a Julien Green, che mi pare sempre più intriguing tra i francesi: un Gide nuovo, senza tante conferenze-stampa di Gide [...] guardo parecchio a Flaiano e alla critica dei costumi [...] praticata da Brancati nelle pagine di “moralità”. Ma il tono, il tono è molto; io credo che per un autore giovane sia importante raggiungere presto quel tono fra autorevole e autoritario, che è degli scrittori “maggiori” (vedi Moravia e Brancati: come lo si avverte distintamente fin dai loro primi lavori).»

Tutto può essere fatto risalire a Gadda, della cui opera Arbasino riconosce la centralità, fino a coniare la celebre formula «i nipotini dell’ingegnere», un trio nel quale lo scrittore include, insieme con Pasolini e Testori, anche se stesso.

A differenza dei «cugini», di cui è di dieci anni più giovane, Arbasino è stilisticamente determinato a optare per la prima persona, «in luogo di simulare un’impossibile, insopportabile oggettività» (Renato Barilli, La neoavanguardia italiana, il Mulino, 1995). Conta con questo di avvicinarsi maggiormente alla lingua parlata, col che non intende però gettare uno sguardo introspettivo su di sé ma, al contrario, è intenzionato a entrare il più possibile in presa diretta con la realtà. «L’intervento epistolare [...] impone la prima persona, così come pure altre forme affini [...] (il monologo, il diario, la confessione) [...], forme congeniali al filone del romanzo di educazione sentimentale o di formazione, che a sua volta accompagna tutte le forme salienti di una narrazione di avanguardia, dalle sue prime manifestazioni (con Goethe, con Foscolo) fino alle ultime, pur opportunamente degradate e ironizzate, come vuole il compiersi di una parabola storica.» (ibidem).

Per Barilli, Arbasino ha anche il merito di voltare le spalle decisamente ai «sensi di colpa» che impongono di adottare una certa letteratura dell’impegno sociale, di fare una precisa scelta di campo, che è scelta di classe, oltre al limite dello snobbismo. «E si aggiunge anche la possibilità di dichiarare scopertamente la propria sessualità, come un vezzo in più, per dimostrarsi degni di vivere quel clima di “festa mobile” concesso alle classi alte» (ibidem).

«...io, a questo punto, sono l’autore della storia di uno scrittore in difficoltà». Difficoltà che Arbasino supera brillantemente, dedicandosi ora all'intreccio sentimentale tra i protagonisti che si muovono in una Milano del “miracolo economico” decisamente pre-sessantottina, ora a descrizioni epistolari di quello che il romanzo-metaromanzo che sta scrivendo è, non è e come dovrebbe essere, cosa è diventato nel frattempo, cosa sta per diventare, sulla strada che va da Gadda all'antiromanzo. Il tutto in mezzo a un pirotecnico esplodere di citazioni, le più disparate, nelle tre lingue scolastiche più diffuse.

“Opera aperta” fin dalla sua prima apparizione, la prima stesura dell'Anonimo lombardo è del 1955, pubblicato nel 1959 da Feltrinelli come racconto lungo in una raccolta, con il titolo Il ragazzo perduto; quindi nel 1966 (Feltrinelli) con il suo titolo definitivo, Anonimo lombardo, ma vedrà nel corso degli anni altre due edizioni: nel 1973 da Einaudi e infine, 1996, da Adelphi, secondo un'abitudine di revisione e riscrittura che interessa quasi totalmente l'opera di Arbasino.

Scriveva Manganelli: «Personalmente, mi interessano libri che abbiano un tema piuttosto che una trama; i libri che non è possibile o è eccessivamente arduo riassumere.» L’anonimo lombardo crea più di qualche difficoltà al recensore, che si trova di fronte, ora l’operetta, ora il saggio critico, ora la parodia, ora non si sa più cosa.

Nel novembre del 1990, sulle pagine di «Panorama», intervistato da Grazia Cherchi che gli chiedeva quali fossero i suoi destinatari, Arbasino rispondeva: «Un piccolo pubblico di persone colte e non volgari, come ce ne sono sempre state nel nostro paese, e giustamente esigenti sulla qualità della vita. Il contrario della clientela che chiede cose “alla nostra portata, al nostro livello” proprio nella cultura, mentre morrebbero di vergogna facendo la stessa richiesta dal salumiere o dalla sarta».

E se alla fine ci si pone la domanda «Perché leggere oggi L’anonimo lombardo?» la risposta è: perchè è un libro interessante, ricco di riferimenti letterari e può essere giudicato anche ironico e divertente. Ma soprattutto perché rappresenta un passo significativo sul percorso di ricerca di una certa letteratura sperimentale.

«Ma non soltanto le pressioni del gruppo di potere Moravia-Morante convinsero Bassani a rifiutare il mio romanzo. Benché agitato me lo spiegò sinceramente: gli sembrava non un vero romanzo «ben fatto», ma piuttosto un pacco di scritti vari. [...] Così il mio romanzo uscì nella collana fatta a Milano». («la Repubblica», articolo citato). Nonostante queste beghe, Bassani mantenne con Arbasino un rapporto "urbano". Forse la ragione più convincente per rileggere L'Anonimo ce la fornisce proprio lui, quando esprime la sua personalissima opinione: «Quanto ad Arbasino, lui propriamente forse non è neppure uno scrittore. È soltanto un uomo di mondo che sa scrivere.» (Meridiano Mondadori, p. 1219).

Ecco, questa mondanità avanguardista anni ‘50. Impareggiabile.

Milano, 4 luglio 2002, 23 febbraio 2003
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