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L'ANONIMO LOMBARDO - ROMANZO EPISTOLARE DI ALBERTO ARBASINO (NEOAVANGUARDIA) - DA GADDA ALL'ANTIROMANZO |
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L'anonimo lombardo (1957) |
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Lestensore delle lettere, infatti, lio narrante, è un intellettuale, frequentatore del loggione e omosessuale. Probabilmente insegna alluniversità. Forse è ancora un assistente. In realtà, passato lo sconcerto delle prime pagine, si intuisce che, sia il protagonista, sia la storia che affiora dalla corrispondenza (un amore ricco di trassalimenti e di sospiri), sia i personaggi, non improbabili ma insoliti, sono un pretesto per sviluppare un discorso sulla letteratura, e questo a sua volta concorre con lintreccio a comporre un romanzo che si scosta dal concetto tradizionale del termine. La vera intenzione del libro prende quota allaltezza dellundicesima missiva, quando, nel mezzo del resoconto di una gita a Bergamo, ad incontrare «i suoi», appena dopo aver riferito di come anche la zia voglia bene al ragazzo, il romanzo sconfina improvvisamente nel metaromanzo. «[...] la conclusione è che solo uno scaltrissimo story-teller [...] potrebbe affrontare oggi una storia di boy meets girl, o anche meets boy, io dopo quella strada elegante che Moravia dopo la guerra non ha più seguita, guardo piuttosto a Scott Fitzgerald, come ha rivelato stilisticamente una generazione depoca; anche magari a Julien Green, che mi pare sempre più intriguing tra i francesi: un Gide nuovo, senza tante conferenze-stampa di Gide [...] guardo parecchio a Flaiano e alla critica dei costumi [...] praticata da Brancati nelle pagine di moralità. Ma il tono, il tono è molto; io credo che per un autore giovane sia importante raggiungere presto quel tono fra autorevole e autoritario, che è degli scrittori maggiori (vedi Moravia e Brancati: come lo si avverte distintamente fin dai loro primi lavori).» Tutto può essere fatto risalire a Gadda, della cui opera Arbasino riconosce la centralità, fino a coniare la celebre formula «i nipotini dellingegnere», un trio nel quale lo scrittore include, insieme con Pasolini e Testori, anche se stesso. A differenza dei «cugini», di cui è di dieci anni più giovane, Arbasino è stilisticamente determinato a optare per la prima persona, «in luogo di simulare unimpossibile, insopportabile oggettività» (Renato Barilli, La neoavanguardia italiana, il Mulino, 1995). Conta con questo di avvicinarsi maggiormente alla lingua parlata, col che non intende però gettare uno sguardo introspettivo su di sé ma, al contrario, è intenzionato a entrare il più possibile in presa diretta con la realtà. «Lintervento epistolare [...] impone la prima persona, così come pure altre forme affini [...] (il monologo, il diario, la confessione) [...], forme congeniali al filone del romanzo di educazione sentimentale o di formazione, che a sua volta accompagna tutte le forme salienti di una narrazione di avanguardia, dalle sue prime manifestazioni (con Goethe, con Foscolo) fino alle ultime, pur opportunamente degradate e ironizzate, come vuole il compiersi di una parabola storica.» (ibidem). Per Barilli, Arbasino ha anche il merito di voltare le spalle decisamente ai «sensi di colpa» che impongono di adottare una certa letteratura dellimpegno sociale, di fare una precisa scelta di campo, che è scelta di classe, oltre al limite dello snobbismo. «E si aggiunge anche la possibilità di dichiarare scopertamente la propria sessualità, come un vezzo in più, per dimostrarsi degni di vivere quel clima di festa mobile concesso alle classi alte» (ibidem). «...io, a questo punto, sono lautore della storia di uno scrittore in difficoltà». Difficoltà che Arbasino supera brillantemente, dedicandosi ora all'intreccio sentimentale tra i protagonisti che si muovono in una Milano del miracolo economico decisamente pre-sessantottina, ora a descrizioni epistolari di quello che il romanzo-metaromanzo che sta scrivendo è, non è e come dovrebbe essere, cosa è diventato nel frattempo, cosa sta per diventare, sulla strada che va da Gadda all'antiromanzo. Il tutto in mezzo a un pirotecnico esplodere di citazioni, le più disparate, nelle tre lingue scolastiche più diffuse. Opera aperta fin dalla sua prima apparizione, la prima stesura dell'Anonimo lombardo è del 1955, pubblicato nel 1959 da Feltrinelli come racconto lungo in una raccolta, con il titolo Il ragazzo perduto; quindi nel 1966 (Feltrinelli) con il suo titolo definitivo, Anonimo lombardo, ma vedrà nel corso degli anni altre due edizioni: nel 1973 da Einaudi e infine, 1996, da Adelphi, secondo un'abitudine di revisione e riscrittura che interessa quasi totalmente l'opera di Arbasino. Scriveva Manganelli: «Personalmente, mi interessano libri che abbiano un tema piuttosto che una trama; i libri che non è possibile o è eccessivamente arduo riassumere.» Lanonimo lombardo crea più di qualche difficoltà al recensore, che si trova di fronte, ora loperetta, ora il saggio critico, ora la parodia, ora non si sa più cosa. Nel novembre del 1990, sulle pagine di «Panorama», intervistato da Grazia Cherchi che gli chiedeva quali fossero i suoi destinatari, Arbasino rispondeva: «Un piccolo pubblico di persone colte e non volgari, come ce ne sono sempre state nel nostro paese, e giustamente esigenti sulla qualità della vita. Il contrario della clientela che chiede cose alla nostra portata, al nostro livello proprio nella cultura, mentre morrebbero di vergogna facendo la stessa richiesta dal salumiere o dalla sarta». E se alla fine ci si pone la domanda «Perché leggere oggi Lanonimo lombardo?» la risposta è: perchè è un libro interessante, ricco di riferimenti letterari e può essere giudicato anche ironico e divertente. Ma soprattutto perché rappresenta un passo significativo sul percorso di ricerca di una certa letteratura sperimentale. «Ma non soltanto le pressioni del gruppo di potere Moravia-Morante convinsero Bassani a rifiutare il mio romanzo. Benché agitato me lo spiegò sinceramente: gli sembrava non un vero romanzo «ben fatto», ma piuttosto un pacco di scritti vari. [...] Così il mio romanzo uscì nella collana fatta a Milano». («la Repubblica», articolo citato). Nonostante queste beghe, Bassani mantenne con Arbasino un rapporto "urbano". Forse la ragione più convincente per rileggere L'Anonimo ce la fornisce proprio lui, quando esprime la sua personalissima opinione: «Quanto ad Arbasino, lui propriamente forse non è neppure uno scrittore. È soltanto un uomo di mondo che sa scrivere.» (Meridiano Mondadori, p. 1219). Ecco, questa mondanità avanguardista anni 50. Impareggiabile. Milano, 4 luglio 2002, 23 febbraio 2003 |
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I commenti dei lettori
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