GESUALDO BUFALINO SI AFFIDA AI SOGNI DELLA MEMORIA PER RIEVOCARE CON ARGO IL CIECO L'EPOCA FELICE CHE LO VIDE GIOVANE E INNAMORATO

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Argo il cieco, ovvero i sogni della memoria (1984)


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Gesualdo Bufalino, Argo il cieco, ovvero i sogni della memoria
Einaudi, Torino, 1994
Euro 9,80

utto ebbe inizio da un ossimoro. E’ questa la prima verità che salta agli occhi di chi si accinge a leggere Argo il cieco, ovvero i sogni della memoria, un romanzo di Gesualdo Bufalino composto nel 1984, pochi anni dopo che il nome dello scrittore si era imposto ai lettori e alla critica come uno dei grandi autori siciliani, e non solo.

Argo, il mitico mostro dai cento occhi, trasfigurato dalla sapiente penna di Bufalino, si ripresenta qui cieco; tuttavia è cosa risaputa che, chi sia privo dell’uso di un senso, ne sviluppi a dismisura un altro.

E così Argo, che potremmo definire l’alter ego del protagonista del romanzo, il quale a sua volta è una delle tante maschere dello scrittore stesso, si affida agli occhi della memoria, che non hanno bisogno della luce per vedere, perché sono luce essi stessi, e scrutano con spaventosa nitidezza fra le pieghe dell’animo, laddove si nascondono le emozioni più recondite e ricordi coperti di fuliggine.

E’ l’estate del 1951, la più bella estate che il protagonista ricordi, quando, giovane fuori, soprattutto si sentiva giovane dentro. Il racconto alterna lunghi flashback, grazie ai quali il lettore viene a conoscenza dell’epoca in cui il protagonista fu felice, a monologhi in cui la voce narrante, non più felice e non più giovane, si ritrova in un hic et nunc fatto di vecchiaia mista a ricordi, richiamati alla mente con amaro sorriso.

L’epoca felice lo vide insegnante di italiano e, come tale, soggetto a spostarsi di anno in anno laddove gli assegnassero una cattedra. Quel famoso 1951 fu mandato a Modica, in Sicilia, «un paese in forma di melagrana spaccata; vicino al mare ma campagnolo; metà ristretto su uno sprone di roccia, metà sparpagliato ai suoi piedi; con tante scale fra le due metà, a far da pacieri».

In quell’estate gli accadde di innamorarsi, così come si innamorano i giovani, i cui cuori si lasciano intenerire dai raggi del caldo sole e dai profumi che inebriano l’aria.

Ma il suo era un amore speciale, in cui a godere e a soffrire era lui solo; «l’amo, ma lei che c’entra» dice infatti il protagonista, consolato e sollevato dalle consuete incombenze e dalle pene che affliggono tutti gli altri innamorati.

Forse era tutta “colpa” dell’aria che in paese si respirava, un’aria profumante di gelsomino e di zagara, o forse della luce, «d’una qualità rara», mai più incontrata altrove.

Il paese era una sorta di palcoscenico di pietre bionde e bianche, il cui corso principale veniva soprannominato dagli stessi paesani il «Salone»; in tale proscenio si rappresentava la vita di tutti i giorni, e gli attori di tale scena erano i paesani stessi, insieme spettatori più o meno consapevoli della passione amorosa del protagonista.

Grande è la sapienza letteraria di Bufalino, che tra una riga e l’altra del suo romanzo intercala inusitati riferimenti ad altri grandi autori della letteratura italiana e straniera, citando Proust e Montale, Manzoni e il clown Grock, Shakespeare e Pirandello, la Bibbia e le Mille e una notte, lasciando ai lettori il delicatissimo gusto di una grande passione per il Bello, soprattutto se tale « bello » indossa una veste frusciante e odora di colonia. Gesualdo (è il nome del protagonista, stranamente coincidente con quello dello scrittore!) ha amato tante donne, ha dedicato loro fiumi di poesie, e adesso che è giunto alla senile età il loro ricordo si confonde, così come i loro nomi; eppure ciò che conta davvero è la sensazione provata un tempo sfiorando la loro pelle e i morbidi capelli, mista oggi ad un dolce e doloroso rimpianto.

Bufalino ebbe grande dimestichezza con la Parola, seppe modellarla secondo il suo gusto e le sue passioni, come si fa con la creta, e la Parola gliene fu riconoscente, perché non fu mai parca nei suoi confronti e venne a consolarlo fino agli ultimi istanti della sua vita, interrotta drammaticamente con una brusca sterzata.

L’autore si congeda dal lettore in maniera ufficiale, come se uscisse da dietro le quinte dello spettacolo della vita a svelare i piccoli e grandi trucchi che fanno bello lo show. Uno dei vezzi dello scrittore Bufalino consiste infatti in una minuziosa attenzione alle “soglie” (vd. Gerard Genette) del testo; egli desidera accompagnare per mano il suo lettore, mostrargli i sotterfugi e gli escamotage della scrittura senza negargli i suoi intenti di cantastorie, quelle giustificazioni dell’animo che lo hanno spinto a curare la sua vita infelice scrivendo un libro felice.

Eppure non sapremo mai con certezza chi dei due Gesualdo stia parlando veramente...

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 28 novembre 2004
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