L'AVVENTURA DELL'UNITA' EUROPEA, DI VALERIO CASTRONOVO, LA CREAZIONE DI UN'ENTITA' EUROPEA SOVRANAZIONALE

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L'avventura dell'unità europea (2004)


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Valerio Castronovo, L'avventura dell'unità europea. Una sfida con la storia e il futuro
Einaudi, 2004
Gli struzzi, pp. VII-330
Euro 15,00

o sviluppo dei progressi dell’Europa in direzione dell’unità fornisce lo stesso impatto emotivo, a chi la osservi in tempo reale, di una regata di barche d’altura seguita dalla riva: lo spettatore intuisce che si sta svolgendo qualcosa di entusiasmante, ma i triangolini bianchi all’orizzonte sono tutti uguali, pressocché immobili, e quelli che vanno verso la boa non si distinguono da quelli che già stanno tornando.

L’emozione rivive a terra, nei resoconti eroici dei partecipanti e dei cronisti, ed è questo il valore che si ricava dalla lettura de L’avventura dell’unità europea che, nella prospettiva storica del mondo che ha attraversato il secondo Novecento, ci restituisce le tappe di un’impresa eccezionale.

Valerio Castronovo ci propone gli annali di questa storia straordinaria, che ha seguito il mondo nelle sue numerose trasformazioni, accompagnando l’intero arco della vita della maggior parte di noi.

L’Unione europea ha una radice italianissima. Si tratta della visione espressa da tre intellettuali, al confino in una sperduta isola del Mediterraneo, in un’Europa libera e unita: Ernesto Rossi, Eugenio Colorni e Altiero Spinelli, quest’ultimo sarà uno dei fondatori del Movimento federalista europeo.

Come si sa, a ispirare il Manifesto di Ventotene, come poi fu ribattezzato il documento che ne sintetizza le posizioni, era stato l’articolo apparso sul «Corriere della Sera» nel 1918. Scrive Castronovo: «Oltre al saggio di Einaudi [l’economista liberale che firmava i propri interventi con lo pseudonimo «Junius»], a orientare gli estensori del Manifesto di Ventotene furono gli scritti di Lord Lothian e di Lionel Robbin, che nel corso degli anni Trenta (muovendo dalla denuncia del nazionalismo economico quale principale fattore di tendenze politiche egemoniche e di anarchia internazionale) avevano contribuito a riformulare in senso liberal-progressista la prospettiva di una community su basi federali.»

Chiuso il bilancio sulla Seconda Guerra mondiale, si fece strada nelle coscienze delle nazioni un’esigenza di pace e di concordia tra i popoli. Ma come procedere nella creazione di un’entità sovranazionale di fronte alle resistenze dei governi a rinunciare a una fetta della propria autonomia?

Fin dall’inizio del suo concepimento sono coesistite due idee di Europa: un’unione sovranazionale tendente a una confederazione, sul modello degli Stati Uniti d’America, e una partnership principalmente commerciale tra stati indipendenti. Questo sarà il tema palleggiato, dibattuto e negoziato di vertice in vertice, di accordo in accordo, dal Patto di Bruxelles (1946, Europa a 4) ai giorni nostri (Europa a 25), sul filo di un difficile equilibrio tra integrazione economica e integrazione politica.

Dal 1946 fino al varo della Costituzione europea del 2004 e oltre, queste due anime si sono incontrate e scontrate, smussando progressivamente le reciproche incompatibilità, man mano che il panorama economico e geopolitico assumeva forme diverse.

I progressi più importanti si devono a un concetto tutt’altro che ideale: l’interesse pratico, che l’economista Jean Monnet e il ministro degli esteri Robert Schuman pensavano avrebbe cementato i rapporti tra gli stati in maniera tanto salda da rendere la passata conflittualità impossibile.

La Francia, nel panorama dell’immediato dopoguerra, era l’unica nazione, a parte la Gran Bretagna, in grado di muoversi con sufficiente autonomia, dato che, a differenza dell’Italia, sedeva tra i vincitori. Quanto alla Germania, è naturale che fosse l’interlocutore principale, visto che la guerra l’aveva scatenata e poi l’aveva persa.

Contraria fin dall’inizio alla creazione di un’entità metapolitica e a qualsiasi organismo che limitasse la propria autonomia, la Gran Bretagna restò fuori dalla CECA (1951, Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio), rafforzando così la leadership francese, ed entrò nella CEE (Comunità Economica Europea, Roma, 1957) solo nel 1973, in un momento di difficile congiuntura, sospinta solo dai notevoli vantaggi economici che ciò avrebbe portato. In futuro si astenne dal firmare accordi che ne limitassero la sovranità (Schengen, sull’abbattimento dei confini; Maastricht, sulla moneta unica), cercando nel contempo di rallentare il cammino degli altri verso l’integrazione politica.

L’Italia, nonostante una limitata influenza internazionale, fu sempre europeista convinta. Sulla sua creatività e sulla sua capacità di mediazione si potè contare in occasione dei passaggi più difficili e impegnativi del percorso comunitario.

Nell’impossibilità di instillare da un giorno all’altro una coscienza europea nei cittadini delle nazioni europee, così come era avvenuto nei loro governi, fu necessario affascinarli con i vantaggi che potevano venire dall’integrazione. Del resto, scrive Castronovo, «il fatto che in Italia illustri personalità della cultura (come Croce, Einaudi, Salvemini, Sturzo, Calamandrei, Omodeo, Rossi Doria, Salvatorelli, Venturi) si fossero pronunciate fin dall’immediato dopoguerra per l’unità dell’Europa, non ebbe analoghi riscontri in altri paesi». L’opinione pubblica rimaneva indifferente perché gli intellettuali europei erano freddi. La ragione di tale freddezza è da ascrivere alla suddivisione del mondo in sfere d’influenza, quale uscì dalla conferenza di Yalta, e al fatto che la maggior parte dell'intelligentia europea militasse nella sinistra, che simpatizzava per il blocco sovietico, disinteressata o, al massimo, sospettosa della nascita di una terza entità geopolitica.

All’indomani dell’assassinio del presidente Kennedy, e al fallimento dei propositi distensivi avviati dalla sua amministrazione, allo scatenarsi della guerra del Viet-Nam il mondo si trovò quanto mai allineato su fronti contrapposti. Nell’impossibilità di misurare la propria forza distruttiva in uno scontro frontale, che avrebbe annientato il pianeta, le due superpotenze si affrontarono indirettamente, sostenendo Paesi satelliti (o “falangi” al loro interno) in conflitto tra loro e finanziando nell’Europa a cavallo della Cortina di ferro movimenti estremisti antagonisti e clandestini.

La situazione peggiorò con il ‘68. «Le irruenti bordate iconoclaste nei confronti del “sistema” avevano anzi spinto molti giovani a rinnegare l’Occidente europeo, a incolparlo [...] dei peggiori mali che affliggevano l’umanità, e a porlo all’Indice sia per i suoi trascorsi colonialistici, sia per la sua tavola di valori e i suoi stili di vita.»

Poi, specialmente in Italia e in Germania, la situazione degenerò. Alcuni attentati terroristici insanguinarono il Paese e gli omicidi mirati esasperarono l’opinione pubblica. L’Europa passò in secondo piano.

Per dieci anni, a Bruxelles non accadde nulla, a parte l’allargamento nel 1973, con l’ingresso della Gran Bretagna, dell’Irlanda e della Danimarca. Paradossalmente toccò al britannico Roy Jenkins, quale presidente della Commissione dal 1977, di dare uno scossone all’intorpidimento comunitario con la proposta di creare «un sistema economico e monetario europeo in alternativa al dollaro [...]. E di qui ripartire per mettere in cantiere ulteriori iniziative che fossero realmente praticabili».

Ma uno degli animatori decisivi fu ancora una volta Altiero Spinelli, che diede vita, grazie all’autorevolezza guadagnata sul campo, a un «conclave» di otto parlamentari, che si riunirono periodicamente per formulare un progetto di riforma della comunità: il “Club del coccodrillo”. Formalizzato nel 1980, il progetto portò all’istituzione di un comitato per predisporre un nuovo trattato della Cee.

La svolta si ebbe con l’arrivo di Jacques Delors al vertice della Commissione nel 1985. Nonostante Spinelli pensasse che l’Atto unico presentato da Delors non fosse che un fantasma della proposta originale, lo sostenne ed esortò i parlamentari europei ad approvarlo. Fu il suo ultimo contributo. Morì infatti lo stesso anno, il 23 maggio 1986.

«L’importanza dell’Atto unico stava comunque nel fatto che quanti l’avevano propugnato avessero ripreso a parlare dell’unificazione politica quale mèta precipua della Comunità.»

Da quel momento in poi le difficoltà maggiori sulla strada dell’unificazione monetaria furono date soprattutto dall’opposizione di Margaret Tatcher e dal governo britannico, che vedeva nella moneta unica una sorta di cavallo di Troia per introdurre più radicali riforme.

La caduta del Muro di Berlino nel 1989 e il collasso dell’impero sovietico cambiarono nuovamente l’assetto del mondo, ponendo nuovi rischi ma anche offrendo nuove opportunità. Un maggior livello d’integrazione offriva ora il doppio vantaggio di assorbire le implicazioni che l’unificazione della Germania avrebbe posto contenendo le conseguenze che il vuoto di potere a Est prometteva di generare. Il conflitto dei Balcani offrì presto un efficace esempio delle potenzialità distruttive implicite nel peggiore degli scenari.

Mitterand e Kohl interpretarono correttamente il cambiamento storico in atto e seppero approfittare dell’inquietudine generale per negoziare le condizioni più favorevoli, non soltanto a beneficio della stabilità, ma anche a beneficio dell’Europa. Il loro lavoro permise di arrivare nel 1991 al vertice di Maastricht, che introdusse importanti novità, tra cui un paradigma di regole che i Paesi avrebbero dovuto soddisfare per essere ammessi a far parte della comunità monetaria dell’euro, nonchè i principî della libera concorrenza che impedivano ai monopoli più potenti di nascondersi dietro alle barriere protezionistiche nazionali.

I conflitti balcanici, che avrebbero caratterizzato il decennio successivo, misero in evidenza nuove priorità. Fra tutte la necessità di dare all’Europa gli strumenti per coordinare una politica estera comune.

Nel frattempo l’Europa, che aveva deciso di darsi un’unica moneta e che si era risolta a Nizza (1991) ad allargare i propri confini a Est per includere dieci nuovi partner, prendeva coscienza di una nuova contraddizione: «In pratica, ciò che si soleva definire un “deficit democratico” consisteva non già nel fatto che l’Unione europea fosse priva degli attributi proprî di una compagine democratica, ma nella carenza di adeguati poteri normativi e di controllo del Parlamento, ossia della fonte di legittimazione diretta della Comunità in quanto depositaria del voto popolare, rispetto alle prerogative che erano appannaggio del Consiglio europeo, ossia di una fonte indiretta di leggittimità, in quanto operante di un esplicito mandato elettorale». Per risolvere questa inadeguatezza l’Europa doveva darsi una costituzione che sancisse una tavola di valori e definisse l’identità politica dell’Unione.

Le iniziative militari scatenate dagli americani in Afghanistan e in Iraq in seguito agli attentati dell'11 settembre 2001 hanno posto nuove sfide. Questi temi, politica estera, allargamento e rapporti con le altre culture portano velocemente ai giorni nostri.

Il lettore che si inoltra ne L’avventura dell’unità europea si trova a ripercorrere episodi già vissuti, a incontrare personaggi conosciuti, a rivivere aneddoti dimenticati. L’esperienza della lettura permette di rivalutarli in una luce nuova, che colora di un senso rinnovato anche le proprie vicende personali. Nel processo, prende forma e acquista interesse un futuro più complesso, carico di interrogativi ma anche delle lusinghe che il progetto europeo deve aver suggerito ai propri ispiratori.

L’avventura continua.

Milano, 30 settembre 2004
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