MERIDIONALISMO, VERISMO, REALISMO, NEL ROMANZO LE BARACCHE DELLO SCRITTORE NATURALISTA FORTUNATO SEMINARA, CHE DESCRIVE L'ARRETRATEZZA DELLA CALABRIA

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Le baracche (1942)


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Fortunato Seminara, Le baracche
Gangemi - 1990,
208 pp., Euro 12,39


una storia di vinti, di umili e diseredati che vivono, nel primo dopoguerra, nelle baracche di un paese della piana. Il figlio di un benestante proprietario terriero, Micuccio Caporale, si invaghisce di Cata, una bella ragazza delle baracche che è considerata come una donna perduta, quando Micuccio riesce a baciarla.

Durante un pellegrinaggio al Santuario della Madonna di Polsi al quale partecipano Cata e sua madre, succedono tumulti e liti che vengono interpretati come segni della volontà della Madonna, che Cata non debba, perché “indegna”, presentarsi al Santuario. In questa occasione, un calderaio cinquantenne, Girolamo, chiede Cata in sposa alla madre. Dapprima Cata, che sente nel suo cuore che solo Micuccio potrà essere da lei amato, rifiuta, ma poi, influenzata da amiche e mezzane, cede e sposa il calderaio. Questi, però, viene ucciso durante la cerimonia nuziale, da uno storpio, Gianni di Saia, deficiente, povero relitto umano che aveva sperato di poter sposare Cata. L’epilogo del romanzo è catastrofico: la “spagnola” decima la popolazione delle baracche, Cata cade inevitabilmente nelle mani di Micuccio («Era destinato che finisse così», «Non s’è fatto di tutto per evitarlo? Era destino»), le baracche sono distrutte da un incendio che scoppia improvvisamente in una notte di settembre.

In questa prima opera, come nella maggior parte della sua produzione letteraria, sono ben chiare le caratteristiche principali della sua narrativa e della sua originalità di scrittore meridionalista.

Molto vicino ai canoni realistici e veristici, Seminara rappresenta con crudezza, al di fuori di ogni lirismo autobiografico o sentimentale, il mondo degli umili, dei vinti, che è un mondo rimasto fuori dalla civiltà moderna. E questa rappresentazione nasceva da un’esperienza concreta (la sua), quella di una Calabria misera e abbandonata, per secoli, da governi e classi dirigenti, interessati a mantenere questa terra nell’emarginazione; quella di un popolo avvilito, stanco e abbrutito dalle dure condizioni di vita.

Nel 1963, alla Fiera Letteraria, Seminara così si espresse: «Sono nato in una regione e in una condizione sociale, la cui realtà dura e drammatica colpì per tempo fortemente la mia fantasia, preservandomi dalle evasioni romantiche e dai vagheggiamenti decadentistici». Queste parole indicano quanto fosse sentita, quasi necessariamente, l’adesione dell’autore al Naturalismo, proprio quando il Naturalismo era scomparso; continuava infatti ad osservare i vecchi canoni dell’impersonalità, dell’obiettività di fronte alle storie da lui narrate, coinvolto e avvolto com’era da quel pessimismo, che era dei suoi miserabili vinti , dei suoi derelitti.

I motivi conduttori delle Baracche sono la fatalità e l’ineluttabilità, inscindibilmente legate a quella realtà fatta di miseria, ignoranza, invidia, arretratezza. Gli abitanti delle baracche, poveri, laceri, affamati, sono dei personaggi insoliti nella nostra letteratura. Ma quell’ambiente, così sordido, è veramente esistito. Nelle baracche «….ammucchiati in poco spazio, vive una folla di poveri: là piacere, dolore, vizio e delitto, formano una catena che avvince gli uomini senza scampo, li domina e li piega col suo potere…..». Gli abitanti delle baracche vivono il disfacimento: «….Le tavole brulicano di insetti e le mosche ronzano a nugoli nell’aria. La gente ha la faccia pallida e smunta, lo sguardo languido: sembra un popolo condannato a macerarsi lentamente……». Lo scrittore ha colto lo sfacelo storico, sociale ed economico e lo rappresenta in quell’ambiente in cui vizi e violenze , abbrutimento e povertà, continuavano, incuranti dei cambiamenti, il loro corso, perché la condizione storica ed umana non era mutata. Ignoranti e incoscienti, sfruttatori e mendicanti, storpiati e subumani, utopisti e camorristi vengono fuori da una cultura subalterna deformata, caratterizzata da miti malandrineschi, da condizionamenti e forme di difesa radicate in una società chiusa, frutto di un feudalesimo plurisecolare, ricco di usurpazioni e sopraffazioni.

E le donne, vittime di una condizione di vita brutale e disumana, sono espressione anch’esse di questa società, ora “adeguandosi” al carattere malandrinesco di alcuni personaggi maschili, come la mezzana Betta e la signora Caporale che demonizzano la povera Cata per trarne diverso profitto personale, ora rappresentando più incisivamente l’accettazione passiva del tragico destino, senza possibilità di alcun riscatto, come la stessa Cata e sua madre. Forse, in nessun altro romanzo del Novecento, è così crudemente rappresentata l’emarginazione della donna , senza risorse, costretta alla fatica più disumana («….donne che per una minestra muovevano per “comandi” da un paese all’altro, dalle stelle della mattina a quelle della sera….») o addirittura alla prostituzione.

Gli umili, gli oppressi non sono capaci di organizzare i sentimenti, le sofferenze sono ataviche, e l’unica strada percorribile è la rassegnazione nel dolore e nel sacrificio.

Seminara conosceva bene la sua terra, perché scelse di non abbandonarla, di non allontanarsi da quel piccolo mondo che era un tutt’uno con la sua persona. Il fatto che Seminara abbia vissuto, quasi sempre a Maropati, il suo paese natale, fa di lui uno scrittore originale, diverso da altri autori calabresi (Alvaro, per esempio), che invece vissero lontano dalla Calabria. Infatti, non sono mai presenti, nelle sue opere, componenti emotive legate, per esempio, alla nostalgia o ad altri sentimenti provocati dalla lontananza dalla propria terra. Quella di Seminara è la rappresentazione, sì fredda e distaccata, ma in fondo carica di una volontà di riscatto da una realtà dura: il dramma di gruppi di uomini che lottano contro una condizione, ineluttabilmente e fatalisticamente avversa.

I personaggi delle Baracche, ma anche delle altre opere di Seminara (La Masseria, Il vento nell’uliveto, Disgrazia in casa Amato, Il mio paese del Sud) testimoniano la presenza di una “umanità inferiore” che propone da sola il problema dell’ineguaglianza tra gli uomini, delle prepotenze, delle sopraffazioni, e già questo è denuncia sociale, nonostante lo scrittore si rinchiuda nel pessimismo, che era stato del Verga, dei suoi miserabili vinti.

Il legame dello scrittore con la sua terra, come già è stato detto, era molto forte, tanto da renderlo testimone ed interprete acuto dei problemi meridionali; e questo aspetto, che rende così incisiva la sua opera, è reso molto eloquente dalle sue stesse parole: «Credo che sia difficile approfondire i motivi della narrativa meridionale, se non si cerca di conoscere il Sud……….Il Sud contadino, nella campagna, cela il suo intimo e tragico segreto……»

16 febbraio 2004
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